Ripristinata la diretta con la Grotta di Lourdes

io

io

io

Le ultime dalla rete

Attualità e riflessioni

Ora siamo tutti tradizionalisti

Ora siamo tutti tradizionalisti: la priorità della prassi sulla teoria nella guerra culturale

Image_3 Di seguito propongo l’articolo di Thaddeus J. Kozinski apparso su “The latin Mass magazine” del dicembre 2012 col titolo Ora siamo tutti tradizionalisti, nel quale l’autore propone ed esplicita la tradizione come fondamento della razionalità ed esorta i cristiani (ed i cattolici) a privilegiare la loro prassi sulla teoria, nella “guerra culturale” in atto.

Nel mese di ottobre del 2006, una ragazza di Atlanta desiderava una relazione innaturale con un’altra ragazza, ma il desiderio non era reciproco. Di conseguenza la prima (come sappiamo dai messaggi inviati al momento dell’incidente) cercò di uccidersi facendo schiantare la sua automobile contro un’altra qualunque. La ragazza tuttavia sopravvisse, ma l’autista dell’altra automobile no. Era la madre di tre figli, tra i quali una bambina di sei anni1.

Questo fatto mi sembra andare oltre la malvagità “ordinaria”. Basta solo un momento di riflessione per riconoscere il male profondo di questo crimine,la sua insensatezza, la sua assurdità e banalità assoluta, e queste parole non bastano nemmeno; perfino il termine “male” sembra carente. La vendetta è male, ma almeno ha un senso. Come può l’uccisione di un perfetto sconosciuto soddisfare una nostra qualunque passione, soprattutto se, all’oggetto della nostra vendetta, di noi non potrebbe importare meno? Uccidere un altro essere umano per rabbia, invidia, odio, paura o follia è almeno comprensibile, anche se non scusabile. Ma uccidere se stessi e una sconosciuta innocente – una giovane madre!- per un motivo banale come il desiderio non corrisposto di un approccio sessuale è, credo, il male nella sua forma più pura. Il marchese de Sade scrisse che il male fatto con completa indifferenza è il male più puro, dal momento che avere una passione per qualsiasi cosa, inclusa l’odiosa passione per l’omicidio, indica una mancanza di autonomia e di padronanza di sé. Il marchese sarebbe fiero della sua figlia spirituale del ventunesimo secolo da Atlanta.

Tale squisito disprezzo per – nonché indifferenza verso – la vita umana è, a mio avviso, sintomo e manifestazione di qualcosa di più profondo e sinistro di un ambiente sociale anarchico e moralmente degradato, popolato da un numero relativamente minuscola di individui particolarmente malvagi. Naturalmente, gli autori, per esempio, del massacro al Virginia Tech del 2006 e delle sparatorie al teatro Aurora, come persone, sono piuttosto malvagie, e la nostra violenza, insieme alla cultura dei media intrisa di sesso, ha giocato un ruolo causale significativo in entrambi i reati. Ma per raggiungere il livello profondo di depravazione e di disumanità che si evidenzia in questi crimini occorre una coltivazione deliberata e sistematica, al di fuori delle possibilità degli individui, per quanto infami, o di un ambiente sociale, per quanto necrofilo. Piuttosto, presuppone un ambiente sociale, culturale e politico molto particolare ,in cui tali atti possano prima diventare immaginabile e quindi eseguibili. In breve, non stiamo più lottando soltanto con formidabili idee contro la vita, ma con un insieme organico e coerente di tali idee, unite da una narrazione storica e pubblicamente autorevole e incarnate in abitudini ben radicate e concrete, in atteggiamenti, in costumi, in rituali, in istituzioni e in pratiche: una vera e propria tradizione contro la vita. E sebbene ogni devoto a questa tradizione anti-vita non diventerà un assassino reale o un suicida, la maggior parte della logica di tali devoti diventerà – e la logica implicita di questa anti-cultura lo sta diventando – sempre più esplicita. Lo si vede chiaramente non solo in questioni di politica interna americana, ma anche in politica estera. La difesa ripetitiva, fatta da americani “conservatori”, dell’uccisione volontaria di scienziati innocenti in Iran e di bambini innocenti in Pakistan ce lo sta mostrando. Mons. Javier Martinez di Granada ne fa il punto in un notevole saggio dal titolo “Oltre la ragione secolare“:

Il nichilismo non è oggi una filosofia, è soprattutto una prassi, e una prassi di suicidio, anche se si tratta di un suicidio morbido. E ‘il suicidio del depresso. E ‘anche una prassi di violenza. La società secolare vive nella violenza quotidiana, violenza nei fatti. Questa violenza dimostra che il nichilismo non può corrispondere e non corrisponde al nostro essere. Ma mostra anche, in modo molto concreto, come la società laica si annulla generando quegli stessi mostri che più la terrorizzano e che essa stessa odia di più2.

Come cercherò di mostrare qui di seguito, le armi più potenti per la guerra culturale non sono le vere idee, anche se queste sono indispensabili, ma le vere idee incarnate nella prassi.

Liberalismo: la tradizione dello psicopatico

Il liberalismo è la tradizione consolidata nella cultura occidentale. Come Alasdair MacIntyre ha osservato, “I dibattiti contemporanei all’interno di moderni sistemi politici sono quasi esclusivamente tra i liberali conservatori, liberali, liberali e liberali radicali3.

Tuttavia, il terreno culturale del liberalismo, è veramente in grado di germinare il tipo di comportamenti mostruosi che ho descritto? Gli assassini psicotici non sono sempre stati presenti nel corso della storia umana? E se il liberalismo è la “tradizione consolidata”, non è semplicemente la creazione di quel piano e di quel contesto legale, politico, economico e culturale più appropriato alle creature per essere libere di scegliere il bene o il male, o, in altre parole, la creazione di libertà? Non secondo MacIntyre:

 “Il liberalismo, in nome della libertà, impone un certo tipo di dominazione non riconosciuta, e quella che a lungo andare tende a dissolvere i tradizionali legami umani e ad impoverire le relazioni sociali e culturali. Il liberalismo, pur imponendo attraverso il potere dello stato regimi che dichiarano che tutti hanno la libertà di perseguire quello che ritengono essere il loro bene, priva la maggior parte delle persone della possibilità di comprendere la vita come una ricerca per la scoperta e la realizzazione del bene4.

Bastano solo pochi passi logici per rendersi conto che se la tradizione dominante è quella che “getta discredito sulle forme tradizionali di comunità umana” come la famiglia e la chiesa, e priva “la maggior parte delle persone” della possibilità di conoscere il loro vero bene, devono derivarne conseguenze culturali disastrose. Se non conosciamo il nostro bene, allora come possiamo amarlo? Se non conosciamo o amiamo il nostro bene, perché l’idea stessa del bene è diventata incomprensibile, quindi non amabile, allora come possiamo amare noi stessi e gli altri?

Essere educati nella cultura di un ordine sociale liberale è quindi, tipicamente, diventare il genere di persona cui sembra normale che sia perseguita una varietà di prodotti, ognuno adatto alla propria sfera, senza la ricerca di un bene globale e di un’unità globale della vita5.

Se non vi è un bene generale e antecedente o un’unità globale della mia vita, la mia vita è di per sé priva di significato, e così, sotto questo aspetto, quella di tutti gli altri. Potrei scegliere di creare un significato per la mia vita e la vita degli altri, o potrei non farlo. Qual è il risultato di tutto questo? Jim Kalb fornisce una risposta molto sorprendente:

Dal momento che è la scelta in se stessa a rendere buono qualcosa, non si scelgono le cose per la loro bontà, ma semplicemente perché si scelgono. Le scelte diventano così arbitrarie, e le azioni umane essenzialmente non-razionali. In tale prospettiva, la componente razionale della moralità è ridotta al compito terapeutico di chiarire scelte e a quello tecnico di assicurare la loro soddisfazione in modo efficiente e nella stessa misura …. È lo sguardo di uno psicopatico6.

E la terapia psicoanalitica di Sigmund Freud, come Philip Rieff suggerisce nel suo magistrale “Trionfo della terapeutica”, ha creato psicopatici ben compensati. Per usare una frase di Stephen Gardner, Freud è stato il “medico dei dannati7.

Voglio quello che voglio.” Questo è il primo comandamento che ci detta la cultura di oggi. Come Benedetto XVI ci ha avvertito il giorno prima della sua elezione al Pontificato, “Si sta costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e il cui ultimo fine è solo il proprio io e le sue voglie.”8 In breve, il liberalismo, l’ideologia definita proprio per il suo rifiuto della tradizione e affermazione del suo superamento, è stato esso stesso trasformato in tradizione, e non è quello che finge di essere. Il liberalismo è un bugiardo9.

Oltre la ragione laica

C’è stato un tempo in cui i liberali denunciavano questa trasformazione in una tradizione come un tradimento del liberalismo, un rovesciamento dei Lumi, una corruzione della ragione pura, una credenza irrazionale. Beh, le cose sono cambiate. Siamo andati “oltre la ragione laica.” L’era dei lumi, del liberalismo moderno, fondamentalista, universalista, idealista, è stata spostata dal post-illuminismo, dal postmoderno, dall’antifondamentalismo, dal particolarismo, dal liberalismo pragmatico. I più raffinati e onesti tra i teorici liberali contemporanei, non solo hanno ammesso l’identità tradizionalista del liberalismo, ma l’hanno difesa proprio in quanto tale. Il defunto filosofo liberale Thomas Bridges ha riassunto così la ragion d’essere del progetto liberale tradizionalista:

Se il liberalismo deve sopravvivere al crollo della cultura illuminista, i liberali devono ora cercare di de-universalizzare o contestualizzare il loro linguaggio politico, per imparare a spiegare e difendere gli ideali liberali, democratici e morali, con un vocabolario che possa esprimere il particolarismo delle norme politiche liberali, senza per questo invalidarle10.

E Stout Jeffrey, forse il portavoce più raffinato del liberalismo postmoderno, scrive:

C’è molto da guadagnare abbandonando l’immagine della democrazia come essenzialmente contraria alla tradizione e l’immagine di quest’ultima come una forza negativa che tende per sua natura a minare la cultura e la cura della virtù. La democrazia è, di suo, una cultura, una tradizione… Per fare il punto in maniera aforistica e paradossale, il pragmatismo è tradizionalismo democratico11.

Il laicismo illuminista è morto.

Come Jurgen Habermas ha affermato nel 2004 un in notevole scambio tra lui e l’allora Cardinale Ratzinger, la cultura occidentale è ora “post-laica12.

Il liberalismo, in parte grazie alla critica potente e influente di Alasdair MacIntyre, accetta ora di essere culturalmente e storicamente contingente e particolaristico e di essere una tradizione. Il liberale postmoderno tradizionalista si è scrollato di dosso il compito impossibile di identificare il suo sistema filosofico con la ragione stessa, e quindi è in grado di difendere il liberalismo nello stesso modo in cui i cristiani difendono il cristianesimo: sia come nostra tradizione, e la migliore tradizione, sia come un bene per noi e per gli altri, come storicamente limitata in origine, realizzazione, e intelligibilità, ma con significato di portata universale e senza tempo.

Ora siamo tutti tradizionalisti

Questa svolta tradizionalista nel pensiero contemporaneo richiede, a mio avviso, un cambiamento radicale di strategia per il movimento cristiano pro-vita. Mentre in generale approviamo integralmente pratiche e discorsi cristiani, riteniamo prudente rinunciare alle nostre pratiche particolari e ai discorsi ogni volta che ci allontaniamo da contesti cristiani. Per quelli al di fuori della nostra tradizione, e per la sfera secolare e pubblica in generale, offriamo una mera traduzione. Noi laicizziamo, intellettualizziamo, moralizziamo, e politicizziamo ciò che nella nostra tradizione è soprannaturale, mistico, spirituale e teologico, sia nella dottrina che nella pratica, in modo da renderlo comprensibile ai non cristiani e praticamente efficace nella società laica. Questa strategia sembra abbastanza ragionevole, ma presuppone due idee fondamentali la cui plausibilità, alla luce della svolta tradizionalista, ha bisogno di essere riesaminata.

La prima è che ci sia assolutamente una una cosa come la “sfera pubblica laica”. La seconda è la separabilità di theoria e praxis, l’idea che si possa effettivamente filtrare dalle pratiche concrete e dal discorso particolarista di una tradizione secolare, una sollecitazione intelligibile ed universalmente accessibile a tutti, indipendentemente dalla particolare fedeltà tradizionale.

Per quanto riguarda la prima: l’Illuminismo ha chiesto un mondo pubblico ideologicamente neutrale, universale, accessibile a e basato su una ragione universale e pubblica, svincolata da particolarità pratiche e speculative di qualsiasi tradizione. Ma, come è ora facilmente riconosciuto dagli stessi discepoli dell’Illuminismo, questa affermazione non è più credibile. Ma se l’Illuminismo non è più sostenibile, l’alternativa non lo è ancora meno? Se non vi è alcuna ragione pubblica obiettiva, allora tutte le pretese di verità non diventano il soggetto dell’ “ermeneutica del sospetto” postmoderna, per cui ogni affermazione di verità o bontà è smascherata come semplice idiosincrasia o volontà di dominare? Ma c’è un’altra alternativa. Secondo MacIntyre, “In entrambi i casi la ragione è così o impersonale, universale e disinteressata o è la rappresentante inconsapevole di interessi particolari, capace di mascherare il desiderio di potere con le sue false pretese di neutralità e disinteresse. Ciò che queste alternative nascondono alla vista è una terza possibilità, la possibilità che la ragione possa solo muoversi verso l’essere veramente universale e impersonale, in quanto non è né cosa neutrale né priva di riferimenti a particolari interessi che l’appartenenza a un particolare tipo di comunità morale, quello da cui il dissenso fondamentale debba essere escluso, sia una condizione per l’indagine veramente razionale e più in particolare per l’indagine morale e teologica13.

Il termine usato da MacIntyre per questa terza via tra il razionalismo illuminista e l’irrazionalismo post-illuminista è “razionalità tradizione-costituita.” E ‘solo attraverso la partecipazione attiva a particolari tradizioni autentiche che gli uomini sono in grado di scoprire e di raggiungere il loro bene ultimo, perché è solo andando verso il basso, per così dire, attraverso una particolare tradizione che possiamo salire fino alla verità universale. Poiché siamo formati da corpo e anima, i nostri incontri con la realtà sono mediati da organismi, che sono a loro volta mediati dalla storia e dalla cultura. Anche le parole e i concetti che usiamo per interpretare e dare un senso ai fatti bruti della realtà hanno origine e si sviluppano in quella che MacIntyre chiama “tradizione della razionalità.” Tutti gli uomini sono abituati necessariamente ad una particolare tradizione, anche se si tratta di una tradizione razionalmente incoerente e moralmente difettosa come quella del liberalismo.

Al di fuori di una tradizione o di un’altra, una conoscenza coerente e precisa del bene dell’uomo è abbastanza difficile, e forse impossibile. Noi siamo, secondo l’integrazione di MacIntyre alla definizione classica di Aristotele, “animali razionali tradizione-dipendenti“, o come Paul Griffiths dice, noi siamo, volenti o nolenti, “confessionali“:

Essere confessionali è semplicemente essere aperti alla propria collocazione storica e religiosa, alla propria specificità, una apertura che è essenziale per un serio lavoro teologico e anche per qualsiasi lavoro intellettuale serio, che non sia in balia del mito dell’intelletto scientifico disincarnato e non localizzato14.

Per quanto riguarda la seconda ipotesi problematica, la separabilità di theoria e praxis, MacIntyre pone un dilemma: il teologo comincia dall’ortodossia, ma l’ortodossia… diventa troppo facilmente un circolo chiuso, nel quale parla solo credente a credente, in cui tutto il contenuto umano viene occultato.

Tralasciando questa arida teologia “da circolo chiuso”, i teologi più acuti vorrebbero tradurre ciò che hanno da dire a un mondo ateo. Ma essi sono destinati ad uno dei seguenti due problemi: [a] riescono nella loro traduzione: in questo caso ciò che hanno trovato da dire è stato trasformato nell’ateismo dei loro ascoltatori; [b] non riescono nella loro traduzione: nel qual caso nessuno, tranne loro, ha sentito quello che avevano da dire15.

C’è una soluzione a questo dilemma? Credo di sì, ma la condizione indispensabile per la sua realizzazione è il riconoscimento dell’inevitabile intreccio di theoria e praxis in ogni attività umana.

Ciò che questo intreccio dovrebbe insegnarci è che non esiste, nella sfera pubblica, una cosa come il “pluralismo”, ma solo il dominio di una tradizione piuttosto che di un’altra, e non esiste qualcosa come il “liberalismo”, né esiste alcuna sfera della ragione o azione che riesca a fuggire il particolarismo e l’esclusività della tradizione. E dal momento che le tradizioni di razionalità si distinguono per il modo particolare in cui si pongono di fronte a questioni di interesse ultimo, tutte le tradizioni sono in ultima analisi religiose. In breve, il “pluralismo religioso” della vita pubblica americana è un’illusione.

David Schindler esprime bene il risultato politico di questa comprensione della razionalità fondata su tradizione e prassi:

Uno Stato non confessionale non è logicamente possibile, nell’unico ordine reale della storia. In definitiva, lo Stato non può evitare di affermare, in materia di religione, una priorità tra una “libertà da” e una “libertà per”, poiché entrambe implicano una teologia16. Come ha recentemente sostenuto17 il cardinale Ruini, cardinale vicario di Benedetto XVI, noi, come individui e nella società, dobbiamo vivere o come se Dio esistesse o come se Dio non esistesse, non ci può essere neutralità nelle azioni, comprese quelle politiche. Così, ciò che abbiamo in America e in ogni altra nazione con qualsiasi pretesa di unità morale e politica, non è solo una tradizione consolidata, ma anche una religione stabilita, cioè uno Stato confessionale.

Nel gennaio del 2007, il Consiglio comunale di Santa Cruz, in California, ha dichiarato ufficialmente “pro-choice” la città Penso che questa sia l’unica città al mondo ad averlo fatto. Naturalmente, anche se in quel momento ero un residente, non ho esercitato alcun potere di scelta sulla decisione.

In ogni caso, sembra che gli stati confessionali, anche se satanici, siano vivi e vegeti.

Un esercito di liturgie in cammino

Si può risalire ad un rapporto intrinseco tra theoria e praxis. Le pratiche incarnano le verità, naturali e soprannaturali, e quindi sono indispensabili sia per effettuare una confutazione intellettuale sia per una conversione spirituale. A meno che le nostre idee filosofiche e teologiche a favore della vita non si incarnino in pratiche sociali, culturali e politiche integralmente cristiane, (e come cattolico direi, per la loro superiore efficacia, in pratiche integralmente cattoliche), le nostre idee, per quanto vere e ben articolate, saranno inefficaci nel convincere e convertire. D. Stephen Long scrive:

La bontà di Dio non si scopre con una speculazione astratta, ma con una vita orientata verso Dio che crea pratiche particolari che richiedono la sovraordinazione di alcune istituzioni sociali rispetto ad altre. La bontà di Dio può essere scoperta solo quando la chiesa è l’istituzione sociale che rende intelligibile la nostra vita… Per il valore cristiano di questo bene, la chiesa è la formazione sociale che gli ordina tutte le altre. Se la chiesa non è la chiesa, lo stato, la famiglia, e il mercato non conoscono la loro vera natura18.

I cristiani devono mantenere la loro prassi ovunque siano, in particolare se sono “in piazza”. Dobbiamo diventare “liturgie ambulanti“, per coniare un termine basato sulla meravigliosa descrizione di Socrate fatta da Catherine Pickstock.19

Abbiamo bisogno di armi più potenti, rispetto alle parole anodine e astratte, moralizzate, secolarizzate e politicizzate di un cristianesimo tradotto, per convertire i tradizionalisti liberali della morte, tradizionalisti che non hanno remore a comunicare con gli altri esclusivamente nel loro linguaggio religioso della tolleranza e della diversità, e celebrare le loro liturgie di sinistra quali l’aborto, il matrimonio omosessuale, l’eutanasia, insieme alle loro liturgie di destra: guerre di aggressione, rumore di omicidi e capri espiatori nazionali; tutto ciò proprio “nel cuore della piazza” e sulla scena internazionale, poiché ritengono di essere i veri credenti, gli unici veri difensori della vita e della bontà. Per loro i cristiani sono gli eretici, i difensori del nulla se non del controllo, della repressione e della morte, come H. Tristram Englehardt mette acutamente in evidenza:

La nuova cultura non si considera come una cultura di morte, ma come una cultura della vita e della liberazione. Ogni cultura è, per l’altra, una contro-cultura, che segna una rottura profonda nella nostra storia, nella nostra auto-comprensione, e nella nostra comprensione della vita e della morte20.

Come, questi devoti illusi della morte, possono sfuggire alle loro pratiche intellettualmente e spiritualmente schiavizzanti, se prima non sono a conoscenza delle loro catene? Hanno soprattutto bisogno di una esperienza palpabile di verità, bontà e bellezza.

Tuttavia, la tradizione che abitano e le pratiche che intraprendono li privano delle condizioni esistenziali necessarie per scoprire e riconoscere la verità naturale, la bontà e la bellezza, per non parlare del soprannaturale. Engelhardt scrive:

Avvinti da atteggiamenti illuministi per quanto riguarda la religione, pochi sono propensi a riconoscere che la vita morale, una volta svincolata da una cultura di fede, perde la sua presa sulle premesse che giustamente dirigono la nostra vita e impediscono la cultura della morte21.

Come testimoniato dalla decadenza sempre crescente e dalla barbarie, sia dentro che fuori la nostra cultura – i mostri del nichilismo sia laico che islamico – quanto più una cultura si allontana dal cristianesimo (e soprattutto dal cattolicesimo), più irrazionale diventa, sia quando questa irrazionalità è espressa apertamente in omicidi seriali e suicidi, sia quando si esprime di nascosto in confortevoli “gentilezze” nichiliste . “Nessuna salvezza al di fuori della Chiesa Cattolica” è un dogma cattolico teologico. L’interpretazione autorevole di questo dogma non insegna che solo i membri ufficiali e praticanti della Chiesa cattolica potranno arrivare al cielo, ma insiste sul fatto che qualche connessione esistenziale con la Chiesa cattolica, per quanto tenue, è necessaria per ottenere l’accesso alla grazia giustificante e santificante, senza la quale gli uomini, per quanto di buona volontà, muoiono nei loro peccati. Propongo, come corollario, un dogma filosofico: “Nessuna razionalità al di fuori della Chiesa cattolica,” e con questo voglio dire che la pienezza della verità può essere trovata solo in lei, come sancito nelle pratiche che derivano dalla sua Tradizione.

Taddeo Kozinski è professore di Lettere e Filosofia al Wyoming Catholic College di Lander, nel Wyoming. Ha conseguito un dottorato di ricerca presso l’Università Cattolica d’America. E’ l’autore del “Problema politico del pluralismo religioso” pubblicato da Lexington Books.

Note

1. “Teen uccide donna durante il tentativo di suicidio” USA Today, 21 ottobre 2006, Consultato il 14 novembre 2012; disponibile su http :/ / usatoday30.usatoday.com/news/nation/2006-10-21-teen-crash_x.htm? IMW = Y.

2. Francisco Javier Martinez, “Beyond Secular Reason” Communio 31/4 (2004): disponibile su http://www.secondspring.co.uk/articles/martinez.htm.

3. Alasdair MacIntyre, “Whose justice? Which rationality?” (Notre Dame IN: University of Notre Dame Press, 1988), p. 392.

4. Alasdair MacIntyre, “Intervista a Giovanna Borradori,” The Reader MacIntyre, ed. Kelvin Knight (Notre Dame IN:. University of Notre Dame Press, 1998), p. 258.

5. MacIntyre, “Whose justice? Which rationality?”, P. 337.

6. James Kalb, “Liberalism, Tradition, and Faith,” Telos 128 (2006): 114.

7. Stephen L. Gardner, “The Eros and Ambitions of Psychological Man” di Philip Rieff, in The Triumph of the Therapeutic (Wilmington DE: ISI Books, quarantesimo anniversario Edition, 2006), p. 233.

8. Cardinale Joseph Ratzinger, Omelia, Missa pro eligendo Romano Pontifice, 18 aprile 2005.

9. Vedi Stanley Fish, “Mission Impossible: Settling the Just Bounds between Church and State” in Law & Religion: A Critical Anthology, ed. SM Feldman (New York, NY:. New York University Press, 2000), pp 383-410.

10. Thomas Bridges, Culture of Citizenship: Inventing Postmodern Civic Culture (Albany NY: SUNY Press, 1994), p. 15.

11. Jeffrey Stout, Democracy and Tradition (Princeton NJ:. Princeton University Press, 2004), p. 13.

12. Lo scambio è stato pubblicato come The Dialectics of Secularization: On Reason and Religion (San Francisco CA: Ignatius Press, 2007).

13. Alasdair MacIntyre, Three Rival Versions of Moral Enquiry: Encyclopaedia, Genealogy, and Tradition (Notre Dame IN: University of Notre Dame Press, 1990), p. 59.

14. Paul J. Griffiths, “The Uniqueness of Christian Doctrine Defended” in Christian Uniqueness Reconsidered: The Myth of a Pluralistic Theology of Religions, ed. Gavin D’Costa (Maryknoll NY: Orbis Books, 1996), p. 169.

15. Alasdair MacIntyre, Against the Self-Images of the Age (New York, NY: Schocken Books,

1971), pp 19-20.

16. David Schindler, Heart of the World, Center of the Church (Grand Rapids MI: William B. Eerdmans, 1996), p. 83.

17. Camillo Ruini, “La ragione, la scienza e il futuro della civiltà”, discorso alla Conferenza episcopale italiana, 2 marzo 2007 disponibile su http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/ 125.081? ita = y.

18. D. Stephen Long, The Goodness of God: Theology the Church and Social Order (Grand Rapids MI: Brazos Press, 2001), pp 26, 28

19. Catherine PickStock, After Writing: The Liturgical Consummation of Philosophy (Cambridge UK: Blackwell, 1997), cap. 1.

20. H. Tristram Engelhardt, Jr., “Life & Death After Christendom: The Moralization of Religion & the Culture of Death”, Touchstone (giugno 2001) disponibile su http://www.touchstonemag.com/archives/article.php?id=14-05-018-f

21. Ibid.

Stampa questo articolo Stampa questo articolo

Share

2 comments to Ora siamo tutti tradizionalisti

Leave a Reply