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La Santa Messa dove e quando: pagina aggiornata al 25 gennaio 2010 con lo spostamento di sede a Savona

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Omelie e sermoni

Pasqua con padre Theodossios e il cardinal Siri

Con l’omelia del card. Giuseppe Siri (1971) e le riflessioni di padre Theodossios Maria della Croce termina l’itinerario spirituale e liturgico proposto per la Settimana Santa, itinerario che ha riunito i pensieri di un grandissimo pastore (forse l’unico genovese di statura mondiale della seconda metà del novecento, a dispetto delle meschinità disseminate da numerose menti mediocri) e di un sacerdote  e intellettuale di profondissima sensibilità spirituale, veramente cattolica in quanto universale: due personaggi diversi ma profondamente uniti nella fede cristiana che reciprocamente si stimavano e che non hanno mai smesso, fino all’ultimo respiro e fino all’ultima sofferenza, di amare Dio e la Chiesa e di fare tutto quanto fosse loro possibile anche sul letto del passaggio alla vita eterna.

Omelia del card. Giuseppe Siri nella S. Messa di Pasqua (1973)

II Vangelo (Gv 20, 1-9), che è stato ora letto ci ha narrato della prima constatazione che Pietro e Giovanni hanno fatto della Risurrezione di Gesù. Anche se in questo giorno, solennità delle solennità e Pasqua nostra, tutto è gioia, tutto è splendore, e questo splendore ci viene rimandato dai millenni, noi dobbiamo riflettere per imparare qualcosa di importante. Ed ecco quello sul quale attiro la vostra attenzione, sul modo cioè col quale è avvenuta la Risurrezione di Cristo.

E debbo fare una premessa. I Vangeli sono dei libri storici; non esiste un libro dell’antichità che presuma di essere un libro storico che abbia una documentazione scientifica contemporanea grande quanto i vangeli. Sono un libro storico sempre. Ma non dobbiamo dimenticare che sono anche un libro ispirato divinamente, il che significa che non solo il fatto in se stesso indica un pensiero divino e una realtà accaduta nel tempo, ma il modo con cui il fatto è avvenuto e viene narrato è portatore per noi di una indicazione divina.

Questo premesso, veniamo al modo. Il modo della Risurrezione è questo: avviene, ma in forma quasi silenziosa. Le cose si muovono si direbbe con passi felpati. Accade in modo da dare certezza assoluta a chi osserva, ma niente di clamoroso davanti alla gente, niente di pubblicitario. È questo modo che ci interessa. Vediamolo.

Solo i soldati, messi attorno al sepolcro – questo naturalmente lo posso dire comparando la narrazione che abbiamo letta con quella degli altri evangelisti – messi in odio contro di Lui a far guardia al sepolcro sono i testimoni della Risurrezione, sentono – e non solo loro, ma le donne che stanno andando verso il sepolcro di buon mattino – lo scuotimento di terra; non si ha traccia che in Gerusalemme abbiano la percezione di questo. Questi vanno al sinedrio a dire: “Ma è risorto”; il sinedrio li paga perché tacciano. Naturalmente quelli hanno preso i soldi e poi hanno parlato (cfr. Mt 28, 11-15). Per gli altri ecco come vanno le cose: un annuncio divino alle donne che vanno. Poi quel giorno stesso Gesù incontrerà la Maddalena, Pietro da solo, tutti i discepoli meno Tommaso nel Cenacolo dove si erano rinserrati, e, più tardi, due discepoli coi quali fa alcuni chilometri a piedi fuori Gerusalemme verso Emmaus. Pertanto, i testimoni, le constatazioni sono complete, ma il fatto non è avvenuto in forma clamorosa. Questo è il modo.

Ora, vediamo: perché in questo modo? Noi ritroviamo uno dei tratti della Provvidenza nei nostri confronti e dobbiamo saperlo anche per regolarci. Nella Risurrezione di Cristo la Provvidenza si è comportata così: ha lasciato le prove assolutamente certe, niente, ripeto, di clamoroso, perché? Perché dovevano gli altri fare quel tanto di sforzo che occorre per osservare, per collegare gli indizi per raccogliere i fatti, per ragionarci sopra e per trame le conclusioni. Tutto questo domanda un certo impegno e forse anche uno sforzo. La prova è questa: che Pietro e Giovanni non credono al primo annuncio, vanno a vedere e, come abbiamo sentito nel brano che abbiamo letto ora, credono soltanto quando sono al sepolcro e quando constatano che là non c’è stato nessun segno di violenza, perché i panni che avvolgevano la salma del Signore erano ripiegati ordinatamente e il sudario era ripiegato ordinatamente. Allora, dice il Vangelo, si aprono i loro occhi e credono, ma prima no. Quanto agli altri, non credono per tutta la giornata. Soltanto alla sera, quando Gesù entra nel Cenacolo, mangia davanti a loro e da la prova della realtà della Sua presenza e li invita a toccare le mani forate dai chiodi e i piedi e a mettere la mano nel costato ancora aperto, allora soltanto credono. Quanto ai due che l’hanno accompagnato a Emmaus, nonostante i discorsi, neppure Lo riconoscono nella ridotta luce crepuscolare e non vogliono credere. Credono soltanto quando Egli prende in mano il pane arrivato in una casa di Emmaus e ripete il gesto che aveva compiuto il giovedì prima nel Cenacolo: spezza il pane e lo da a loro (probabilmente è stato quello il pontificale di Pasqua, celebrato dallo stesso Gesù Cristo). Ecco la prova.

E perché tutto questo? Ecco l’indicazione, cari, della Divina Provvidenza: molti ostentano di non avere fede, altri fanno larga parte ai dubbi perché così possono fare meglio – credono, ma si ingannano – i loro comodi. Ebbene, Dio ci da modo di avere la certezza, ma domanda la collaborazione nostra. Alla certezza si arriva in due modi: con l’evidenza immediata, perché davanti all’evidenza è solo la pazzia che può opporsi, ma si arriva anche in un altro modo, collegando gli elementi, i dati obbiettivi, ragionandoci e facendo delle deduzioni pienamente legittime che portano alla certezza. Ora, non molte volte nella storia è stata data questa evidenza immediata. L’evidenza immediata si è avuta in questo secolo: la Chiesa l’ha riconosciuta e approvata nei mutamenti del sole all’apparizione della Vergine a Fatima nel 1917. Ma queste cose accadono rarissimamente. È attraverso un lavoro personale, in cui bisogna chinarsi, piegarsi, accettare, avere il coraggio di guardare in faccia una verità che obbliga, ridurre su una strada retta le nostre azioni: e allora si arriva alla certezza. Dio domanda la nostra collaborazione. La via ordinaria è la seconda, non la prima: ecco il senso del Vangelo di oggi.

Noi possiamo arrivare con certezza scientifica alla Risurrezione di Gesù Cristo e a quello che essa significa. Pertanto, con questa certezza, che è più meritoria se conquistata attraverso un lavoro dell’intelletto, un’acccttazione di umiltà, con questa certezza noi vediamo la esplosione della vita sulla morte, la ragione per cui negli uomini, anche se sono nella valle di lacrime, la gioia può prevalere sulla loro tristezza, il gaudio sulla loro malinconia, direi il trionfo della gloria di Dio sulle loro depressioni. Quando si arriva alla certezza, il resto viene logicamente. Ma per arrivare alla certezza, occorre la ricerca, occorre l’umiltà, occorre piegare e mettere a profitto tutte le risorse della nostra intelligenza. Fatto questo, è certo che la certezza viene, perché la Grazia di Dio non manca mai a coloro che fanno quello che è possibile.

Siamo davanti ad uno dei metri della Divina Provvidenza, davanti a uno dei segreti più profondi e più impressionanti della storia delle anime, perché in verità la storia delle anime si svolge intorno a questo perno: o guardano Dio o chiudono gli occhi. Tutte le loro azioni, tutti i peccati, tutti i meriti sono riassunti in queste due posizioni: o guardano Dio o chiudono gli occhi davanti a Dio. Ed è la storia vera della nostra vita. Ed è a questo punto che si capiscono tutte le gioie possibili e tutti i reali dolori inutili degli uomini. Ma è davanti a questa certezza che dobbiamo fare i conti con una legge che domina la storia e domina anche il diagramma della nostra vita.

Possiate avere una santa e buona Pasqua! Possiate avere la pace nelle vostre famiglie! Però per parte vostra cercate di meritarvela, perché la pace non è un dono molto gratuito, è un dono che bisogna pagare con qualcosa. Ma Dio è largo e molte volte si accontenta anche del poco che abbiamo nelle mani. È per questo che con animo tranquillo vi auguro una Pasqua buona, felice e santa.

da Omelie per l’anno liturgico, ed. Fede & Cultura

La gioia di Pasqua (Theodossios Maria della Croce)

Ho pensato che se la vita quotidiana fosse la conseguenza di ciò che avviene sull’altare, delle parole che vi sono pronunciate, il mondo sarebbe diverso. Il grande travaglio dell’umanità e della Chiesa è dovuto all’enorme diffe­renza che esiste tra l’altare e la sacrestia, tra l’altare, cioè, e la vita quotidiana. Questo scarto impedisce di percepire i misteri che sono celebrati, pronunciati e confessati sull’altare.

La Risurrezione del Signore ha lasciato un’eredità: un in­sieme di insegnamenti, di promesse, e una speranza. Gli inse­gnamenti sono come la musica sacra, dolcissima, profondissi­ma, triste e gioiosa insieme. L’insegnamento di Cristo, l’ere­dità di Cristo è soave, profonda, triste e gioiosa insieme e tale è anche in noi l’immagine della Risurrezione, perché la risur­rezione presuppone la morte, e la morte presuppone la risur­rezione.

Ora, gli insegnamenti del tempo pasquale sono comples­si, grandiosi e al tempo stesso semplici. L’odio per la verità si è manifestato, odio proclamato e anche sottile, nascosto e pubblico; repulsione ontologica, istintiva per la Verità che si presenta con un volto amabile e la mano tesa per una sempli-ce carezza. Odio. È l’odio del sinedrio, l’odio dei grandi capi farisei. È anche la gelosia, l’invidia, l’amore del denaro, della gloria, e il rifiuto del Maestro, perché era l’Innocenza amante, l’Intelligenza cosmica. L’Innocenza e l’Intelligenza celeste camminava sulle strade del mondo e provocava l’odio di chi era geloso, di chi amava il denaro, di chi non poteva perdona­re, cioè di Giuda.

L’insegnamento che proviene dalla Settimana santa, pie­na di odio, di tradimenti, di incomprensioni e che accompa­gna il mistero pasquale fino all’alba della Domenica, è un in­segnamento di mitezza della Vittima innocente. E poi, la Do­menica, si compie il mistero trascendente, che supera tutte le forme intellettuali e naturali dei ragionamenti e degli atti umani. Il mistero della Risurrezione entra nell’umanità come una freccia, entra nel sangue dell’umanità, penetra nei cuori, risveglia le anime e al tempo stesso da alla natura umana la possibilità di mantenersi, pur dissolvendosi, nel principio del­la Risurrezione di Cristo per il giorno previsto da Dio.

Entriamo così nel mistero della Settimana pasquale con questo risveglio e con l’insegnamento che è significato nel do­no dei Magi a Betlemme: incenso e mirra, lode e sofferenza.

La Risurrezione è un evento che è in sé gioia profonda, non una di quelle gioie crepitanti che muoiono dopo qualche minuto, qualche settimana o qualche anno; è una gioia che en­tra nel cuore, nelle vene dell’uomo e lo trasforma per sempre. Se questa gioia grave, profondamente delicata, non entra nel sangue dell’uomo, la Settimana pasquale resterà coperta dalla Settimana santa e dal Venerdì Santo: Caifa sarà sempre un in­felice profeta pieno d’odio, Giuda un traditore “pentito”.

Ed è contenuto qui anche un altro insegnamento. Non bisogna imitare il pentimento disperato di Giuda, ma piutto­sto il santo pentimento di Maria Maddalena e del Ladrone sulla croce. Queste due persone sono anzitutto delle realtà, e sono anche simboli eterni di ciò che opera la grazia quando il cuore si apre al vero amore. Maria Maddalena ha seguito il Cristo sino alla croce ed è stata lei, la peccatrice pubblica, a vedere per prima il Cristo risorto; il Ladrone, sulla croce, pri­ma della morte di Cristo, ha ricevuto, mentre stava morendo, la promessa della visione eterna di Dio. E la promessa era per il giorno stesso!

Dopo il tradimento, l’odio, il complotto, la calunnia e persine la momentanea defezione di san Pietro, la grande, profonda gioia della Settimana pasquale penetra nel sangue, nelle ossa e nello spirito dell’uomo.

E la misteriosa sequela degli Apostoli si riunisce, parla e finisce col rendersi conto che un avvenimento inaudito ha avuto luogo sulla terra. A seguire Cristo erano in dodici, poi è sopravvenuto il tradimento e sono rimasti in undici; un nuovo Apostolo sostituirà colui che ha tradito e di nuovo saranno in dodici. La Chiesa nel suo insieme e tutte le realtà umane avanzeranno così sino alla fine dei tempi: amore, mistero, tra­dimento e gioia profonda. Per questo la Domenica di Risurre­zione non deve essere una domenica leggera né una domenica pesante, ma un giorno di leggerezza eterea e di saggezza. La saggezza consiste nel sapere che. dietro le porte chiuse degli Apostoli, l’odio che aveva crocifisso Cristo, aspettava al varco gli Apostoli e aspetta al varco le nostre anime e tutte le anime sino alla fine dei tempi.

Per provare profondamente la gioia pasquale, dobbiamo fare attenzione all’insegnamento della Settimana santa; non ci si deve arrestare a una gioia passeggera, crepitante, come se la Risurrezione del Signore ci avesse per sempre messi al riparo dal male, qualunque cosa possiamo fare. Confessare la Risur­rezione di Cristo con le labbra, con la bocca non basta per partecipare a tale mistero.

Per partecipare al mistero pasquale, è necessario consu­marsi come il cero pasquale, bruciando. La Risurrezione è il mistero che richiede di essere accesi, di avere in noi una fiamma che ci consumi, che bruci ciò che è temporale affinchè ciò che è spirito rimanga. Altrimenti continueremo a perpetuare delle tradizioni, riti senza spirito, lettere morte.

Se entriamo nel tempo pasquale con almeno questa deci­sione, riusciremo a partecipare fin da quaggiù, nonostante le nostre malattie, i nostri difetti, i nostri peccati gravi o leggeri, le difficoltà psichiche, morali e fisiche, al mistero della gioia che mai si spegne della Risurrezione di Cristo.

È a questa gioia che dobbiamo chiamare le anime, è a questa gioia che vogliamo tendere, non con false consolazio­ni, false fratellanze umane, false promesse, ma con la promes­sa regale di Cristo: chi vuoi seguirmi, prenda la sua croce, e chi prende la sua croce, sarà con me nel Regno della luce.

Il mistero pasquale non è diviso in Settimana santa e Setti­mana pasquale. È una settimana: la settimana universale che contiene tutto il mistero della Domenica e la Domenica è l’otta­va, santa ed eterna, che contiene tutti i giorni. Come nella scala musicale l’ottava contiene tutte le note, così il mistero pasquale, che è il culmine del compimento del mistero cristiano, contiene tutto il mistero di Cristo, tutto il mistero della Salvezza.

Nel popolo, e anche nella Chiesa ministeriale, gerarchi­ca, si è talvolta portati a pensare che nel giorno di Pasqua tutto sia ormai risolto sulla terra, nelle anime, e che non vi sia più il male. Non è vero: la Risurrezione di Cristo è avve­nuta in piena dominazione romana e in mezzo ai farisei e al sinedrio; un evento isolato, limitato fisicamente, immenso dal punto di vista del mistero e della qualità. E gli Apostoli sono stati compenetrati di gioia quando hanno capito la Risurre­zione. Si sono slanciati verso gli estremi confini dell’orizzon­te per trasmettere questo mistero. La gioia faceva loro attra­versare i mari e le terre, subire affronti e torture, dare la vita; la gioia era sempre in loro, profonda, perché amavano l’Amore eterno. Si amavano tra loro perché amavano l’Amo­re eterno.

Non riusciremo mai a comprendere e a penetrare il miste­ro così gioioso, eterno, buono, tenero e soave della Risurrezio­ne di Cristo se facciamo piccoli accomodamenti per essere a posto con la nostra coscienza, se ci confessiamo per adempiere il precetto ma conservando le nostre posizioni personali.

Al Louvre vi è un quadro del pittore Bellini, di cui una copia si trova nel mio studio. Quando l’ho visto per la prima volta, sono rimasto colpito dal titolo: «II Cristo benedicente dopo la Risurrezione». Porta i segni delle piaghe, il suo sguar­do è buono e triste. Il Cristo della Risurrezione sino alla fine del mondo, sino alla conversione totale del mondo, benedirà col sorriso gioioso e triste, perché noi non siamo convertiti, perché non abbiamo ancora partecipato profondamente alla sua Risurrezione. Viviamo e andiamo avanti con testi, libri, paramenti, con abiti religiosi, tradizioni esteriori, con piccole “onestà”, ma non con la grande offerta. Non siamo capaci di amare un essere umano sino a morire per lui, come potrem­mo morire per ciò che non vediamo?

Dobbiamo imitare gli Apostoli, che hanno ricevuto il mi­stero della Risurrezione anche prima di comprenderlo intel­lettualmente, a causa del loro amore, della loro fedeltà, per­ché amavano la verità; capivano che se, nell’universo, in ogni anima, non ci fosse una Risurrezione non si potrebbe essere nella gioia. Pietro e Andrea, quando andavano al Giordano da Giovanni Battista, attendevano e cercavano la verità, cer­cavano cioè la gioia. Ed è stato Cristo a portare la gioia e l’ha data tramite la sua Croce e la sua Risurrezione.

Molte persone possono comprendere il dolore, ma po­che riescono a comprendere il mistero della Risurrezione e quindi il mistero della vera gioia. Il Cristo è venuto per ridar­ci la nozione e la realtà della vera gioia, la gioia che è regale, che si stende amabilmente sull’universo, che benedice e sof­fre; e anche quando grida di dolore, benedice. Questo, deve avvenire nell’anima umana per poter partecipare al mistero della Risurrezione.

Con queste povere parole vorrei darvi una sintesi del rea­le mistero e dell’insegnamento dell’antica Chiesa degli Aposto­li. Pasqua è la liberazione, l’esodo dalla storia, dal mondo sto­rico, per entrare nella Canaan celeste, la Terra Promessa. Que­sto significa essere fedeli alla parola di Dio, attraversare il de­serto con fede, e accettare tutti i sacrifici. L’uomo che accetta in partenza tutti i sacrifici, che brucia i suoi ponti, brucia le sue case e non ha più dove andare per ritornare indietro, entra nella gioia del Signore. È di questa gioia che parla il Vangelo. Questa gioia dobbiamo avere in noi e diffondere intorno a noi: la gioia eterna della Risurrezione del Signore. Così sia.

da Scoprire l’altro universo, ed. Città Nuova

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