II dolore di Cristo (p. Theodossios Maria della Croce)
Per il Venerdì Santo
Dopo la lettura della Passione, vorrei essere capace di penetrare nell’anima di ognuno per recargli ciò che può ricevere. Ma solo Dio può farlo. Per comprendere i grandi avvenimenti della Santa Cena e della Passione, è necessaria una grazia particolare. Ho detto che vorrei recare ad ogni anima ciò di cui ha bisogno, perché una ha bisogno di destarsi e di partecipare al dramma, al dolore, alla visione del sangue e della sofferenza; un’altra ha bisogno di essere pacificata, di trovare la serenità perché sconvolta dal dolore della vita e non può sopportare l’immagine della Passione di Cristo; un’altra ancora ha bisogno di interessarsi a qualcosa, perché vi sono molte persone, anche nella Chiesa, che dicono: Va bene, quest’Uomo, Dio, questo Essere straordinario ha sofferto duemila anni fa, ma perché continuare a celebrare il ricordo di quella sofferenza mentre tante sofferenze riempiono il mondo?
Alcuni, soprattutto tra i pittori e gli artisti, ritengono che partecipare alla Passione di Cristo voglia dire rappresentarla, sia nella propria immaginazione, sia con un quadro, sia con una statua, sia in opere scritte, con tutta l’attualità d’allora, con acutissimo realismo. Per altri, una rappresentazione astratta senza immagine precisa, senza simboli è sufficiente.
I tre giorni della Settimana Santa formano un tutto. La Passione di Cristo è la continuazione inevitabile, logica della Santa Cena; nella giornata di Venerdì si compie l’opera inconcepibilmente grande intrapresa da Cristo per la Redenzione.
Molte domande si pongono, nel segreto dell’anima e apertamente: Ma perché questo dolore? Perché questo sacrificio? Cosa viene sacrificato? Il Corpo di Cristo? La sua vita corporale? Certamente no. La Croce di Cristo, la Passione stessa è la sofferenza della sua anima che si è manifestata anche con la crocifissione del suo corpo.
Si tratta di una punizione della giustizia eterna sacra per tutti i peccati dell’umanità? È quello che molte persone affermano. Ma Dio aveva forse bisogno di una vittima per scaricare tutta la sua collera, perché il suo senso di giustizia fosse appagato e così la vita degli uomini venisse liberata? Non possiamo pensare che la nozione di giustizia si limiti a questo.
Tocchiamo qui uno dei più grandi misteri della Creazione, che è difficile trasmettere sia a quelli che ascoltano e si commuovono, per il fatto umano della Passione, della Crocifissione e della Giustizia, che a coloro che non si interessano al mistero della Passione. La liturgia ha come scopo di provocare il ricordo intimo non solo del fatto della crocifissione, ma del fatto della nostra partecipazione come crocifissori. Il principale significato della liturgia di oggi è quello di farci ricordare che facciamo parte dei crocifissori.
Ciò che ha provocato la partecipazione di Cristo alla vita umana, e la sua crocifissione, è la nostra impossibilità di percepire l’amore di Dio eterno. E poiché noi eravamo caduti nelle tenebre della storia, era ed è ancora adesso necessario, ad ogni momento, per il nostro risveglio, che il nostro essere intimo sia colpito da un dolore gratuito, da un grande sacrificio, da un’offerta che solo l’Amore supremo può compiere. Così la crocifissione di Cristo non è una punizione, ma piuttosto una conseguenza dei nostri peccati, delle nostre debolezze, della caduta dell’umanità di fronte all’Amore eterno.
Quello che dico può sembrare molto sottile, e tuttavia non è così difficile da capire. Le persone che, sulla terra, si amano in modo vero e profondo, ricevono automaticamente tutto il dolore degli errori, delle prove, degli imprevisti, di tutto ciò che colpisce l’essere amato. Pur non avendo nessuna nozione di punizione e di responsabilità, per il fatto che amiamo veramente, riceviamo nel nostro cuore tutto il dolore che proviene dagli esseri amati. Tale realtà esprime una legge misteriosa di giustizia nella creazione, giustizia che è manifestazione dell’Amore eterno.
Il Cristo si è incarnato per prendere su di Sé il peso di tutti gli uomini del passato e dell’avvenire. Pronuncio parole fredde, intellettuali, perché non posso percepire con tutto il mio essere questo mistero del dolore causato dall’amore e non posso parteciparvi. E per questo ho detto che non è facile trasmettere il mistero del dolore e della croce, anzitutto perché noi stessi non lo viviamo, e inoltre perché chi ci ascolta non può percepirlo.
Quanto avviene tra gli esseri che si amano può aiutarci a capire più facilmente la sofferenza di Cristo. Un padre, una madre, un marito, un figlio o un amico, soffrono e subiscono la croce per il male e la sofferenza dell’essere amato. Il figlio uccide e la madre riceve il colpo e porta questa croce; il figlio loda Dio e la madre piange di gioia. Non è una giustizia che si esercita in senso umano. Il Curato d’Ars soffriva molto nel confessionale. Riceveva tutto il male del peccato e il dolore, perché la sofferenza di chi ama non è provocata solamente dal peccato dell’altro, ma anche dalla sua sofferenza.
Entriamo così un po’ nel grande mistero di queste parole: giustizia eterna. L’amore vuole trasmettersi ed essere totalmente ricevuto e quando non lo può è ferito. Cristo ha ricevuto sul suo corpo e nella sua anima, e riceverà sino alla fine del mondo, da parte di tutta l’umanità, il rifiuto della sua venuta, del suo amore, del suo desiderio di liberarla. Anche prima della sua Incarnazione, come Verbo di Dio, come Dio stesso, ha fatto conoscere agli uomini il suo amore, mediante tanti segni e interventi, attraverso i profeti, i santi, gli uomini giusti. E ciò nonostante, l’umanità ha continuato e continua il suo cammino tenebroso.
Il Cristo si è incarnato per compiere il mistero della Redenzione. Qual è questo mistero? Perché la Passione è l’attuazione della Redenzione? Perché ha permesso all’anima dell’uomo, fosse anche di un solo uomo, di rivolgersi totalmente verso l’amore eterno che Cristo reca. L’uomo rifiuta così la via tenebrosa e si unisce, mediante la Parola e il Sacramento, all’amore del Padre eterno che ci è stato, ci è e ci sarà dato nel Cristo incarnato.
Così l’Incarnazione di Cristo è il risultato dell’amore eterno del Padre che vuole riportare tutti gli uomini, se è possibile, nel suo seno, nell’unione dell’amore. Il Cristo è venuto, ha sofferto la Passione, è stato crocifisso, perché l’armonia d’amore dell’universo è stata colpita dal peccato iniziale dell’uomo. Il Cristo, Riparatore unico ed eterno, ha ricevuto su di Sé la disarmonia universale, disarmonia alla quale ciascuno di noi partecipa.
Attraverso questo criterio e questa visione della Passione, del dolore e della morte di Cristo, possiamo ottenere un’altra grande conoscenza e una “iniezione” di vita: l’universalità della mansuetudine. Comprendiamo allora che, se vogliamo camminare al seguito di Cristo, dobbiamo come Lui aprire le braccia e ricevere tutti i dolori, i colpi, i tradimenti, le calunnie, tutte le tentazioni, con la bontà universale e immutabile del Signore. Non possiamo più avere nozioni di giustizia umana terrena, non possiamo più voler esprimere giudizi sulla Chiesa, su Dio o sui nostri genitori secondo criteri umani, settari e personali.
Al contrario la nostra anima si apre, e sulle tracce di Cristo guardiamo la Madre eterna, i nostri Apostoli, i nostri amici, le anime privilegiate e tutta l’umanità, l’umanità peccatrice – più peccatrice di noi, se è possibile -; la nostra anima si apre e questa apertura d’amore ci fa soffrire. E nella misura del nostro amore non rigettiamo lontano da noi, ma accettiamo pregando come il Cristo: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno». Senza questa conclusione della Passione, non c’è ragione di ripetere, di meditare e di leggere la Passione duemila anni dopo. Lo facciamo per poter partecipare ontologicamente a questa vita unica alla quale Egli ci ha chiamati e che ci permette di vivere eternamente.
Solo l’apertura del cuore verso Dio, come ci è stato mostrato da Cristo crocifisso, ci apre il Paradiso, ci ottiene la risurrezione e ci da la vittoria, contro la storia. Altrimenti cammineremo, masse di uomini, nazioni intere, cammineremo per secoli verso la tomba, senza risurrezione, perché la nostra anima avrà rifiutato di accettare Cristo crocifisso.
Non possiamo certo partecipare con la stessa forza e la stessa universalità di Cristo, perché siamo dei peccatori, ma nella misura della partecipazione e della nostra buona volontà, abbiamo parte ai suoi meriti. Questo è il segreto della teologia morale della salvezza: la nostra partecipazione cosciente alla croce di Cristo ci fa partecipare agli infiniti meriti di Cristo. Siamo uniti a Lui, che ha la possibilità di dare, di illuminare e di cospargere di balsamo tutti i dolori e le prove, senza toglierle ma mitigandole per renderle sopportabili alla nostra debolezza. Perché l’amore di Dio si è manifestato attraverso il grande Dono che è stato il Cristo.
Tutti i particolari commoventi della Passione – il rinnegamento di Pietro, Caifa e il Sinedrio pieni di odio, Filato debole ed esitante – sono la nostra storia, la storia dell’umanità; zi sulla Chiesa, su Dio o sui nostri genitori secondo criteri umani, settari e personali.
Al contrario la nostra anima si apre, e sulle tracce di Cristo guardiamo la Madre eterna, i nostri Apostoli, i nostri amici, le anime privilegiate e tutta l’umanità, l’umanità pec-catrice – più peccatrice di noi, se è possibile -; la nostra anima si apre e questa apertura d’amore ci fa soffrire. E nella misura del nostro amore non rigettiamo lontano da noi, ma accettiamo pregando come il Cristo: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno». Senza questa conclusione della Passione, non c’è ragione di ripetere, di meditare e di leggere la Passione duemila anni dopo. Lo facciamo per poter partecipare ontologicamente a questa vita unica alla quale Egli ci ha chiamati e che ci permette di vivere eternamente.
Solo l’apertura del cuore verso Dio, come ci è stato mostrato da Cristo crocifisso, ci apre il Paradiso, ci ottiene la risurrezione e ci da la vittoria, contro la storia. Altrimenti cammineremo, masse di uomini, nazioni intere, cammineremo per secoli verso la tomba, senza risurrezione, perché la nostra anima avrà rifiutato di accettare Cristo crocifisso.
Non possiamo certo partecipare con la stessa forza e la stessa universalità di Cristo, perché siamo dei peccatori, ma nella misura della partecipazione e della nostra buona volontà, abbiamo parte ai suoi meriti. Questo è il segreto della teologia morale della salvezza: la nostra partecipazione cosciente alla croce di Cristo ci fa partecipare agli infiniti meriti di Cristo. Siamo uniti a Lui, che ha la possibilità di dare, di illuminare e di cospargere di balsamo tutti i dolori e le prove, senza toglierle ma mitigandole per renderle sopportabili alla nostra debolezza. Perché l’amore di Dio si è manifestato attraverso il grande Dono che è stato il Cristo.
Tutti i particolari commoventi della Passione – il rinnegamento di Pietro, Caifa e il Sinedrio pieni di odio, Filato debole ed esitante – sono la nostra storia, la storia dell’umanità; re, senza interesse per nient’altro che la soddisfazione dei loro sensi: ecco il più grande dolore, la causa dell’agonia di Cristo al Getsemani, della crocifissione del Signore.
Per il Cuore di Cristo, l’uomo che si adira, che si sbaglia, che muove guerra credendo di far bene, è meno responsabile dell’uomo indifferente, chiuso ad ogni raggio d’amore di Cristo.
Così la Passione, tutti i particolari della Passione convergono verso il fatto centrale che domina la Creazione, la Caduta e la Redenzione: tutto ciò che possiamo vivere, vedere e udire è scaturito dall’indicibile amore eterno divino. E noi siamo chiamati a raggiungerlo, a trasformare tutta la nostra vita ad immagine della vita gloriosa di Cristo. E per questo dobbiamo portare con pace e dolore tutto l’errore e la sofferenza dell’umanità.
Per poter rispondere a questa domanda: Quale è la vita dopo la Risurrezione?, dobbiamo poter penetrare il grande mistero della Passione e del dolore di Cristo, che è l’altra faccia della gloria eterna. Il Cristo non ha finto quando ha sofferto, né quando ha detto: «Io non sono solo, perché il Padre è con me» e ancora: «Vi disperderete ciascuno per conto proprio e mi lascerete solo» (Gv 16, 32). Non fingeva quando soffriva né quando trasmetteva la pace, perché già aveva in Sé la soluzione: la Risurrezione.
Anche noi dobbiamo fare lo stesso, e capire che il dolore è dolore; le lacrime sono lacrime; l’assenza degli amici è assenza; la cattiva salute è una sofferenza; l’indifferenza che ci colpisce intorno a noi è indifferenza. Questo è un aspetto. D’altra parte, il male – tutto ciò che abbiamo fatto come male, e che è stato fatto e si farà nella storia – può essere considerato come già superato dalla Croce trascendente di Cristo.
E nella misura della nostra partecipazione trascendente all’amore di Cristo, possiamo essere anche noi suoi figli, suoi amici, essere amici tra noi, essere martiri; possiamo partecipare a tutto il mistero della Passione di Cristo, con la pace che Egli aveva mentre soffriva, con il dolore che lo ha portato alla morte e con la benedizione verso tutti coloro che ci hanno fatto e ci fanno soffrire.
Il Venerdì Santo è la preparazione alla Risurrezione. Le nostre sofferenze, le sofferenze degli uomini, la partecipazione al dolore di Cristo sono la preparazione, il preambolo della nostra risurrezione: «Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno».
da Scoprire l’altro Universo, ed. Città Nuova
Omelia del card. Giuseppe Siri nel Venerdì Santo (1970)
Cari fedeli, la Passione del Signore Nostro Gesù Cristo secondo S. Giovanni (18, 1-19, 42), che avete sentita leggere, e ora lo scoprimento della S. Croce concentrano l’attenzione dell’anima di tutti noi su Gesù Cristo Crocifisso. Guardiamo; poi comincerà l’adorazione della Croce. Ma prima bisogna guardare.
Ed ecco che cosa si vede d’importante per noi e per le conclusioni che ne dobbiamo trarre. Gli amici sono fuggiti, ai piedi della Croce solo poche persone: la Madre, che imperterrita in piedi sta ai piedi della Croce, Giovanni, la Maddalena. Gli altri discepoli sono fuggiti. Un gruppo di donne sta guardando da lontano, paurose anch’esse di avvicinarsi. Il popolo che oltre la zona di rispetto del supplizio guarda. I capi del popolo che sfilano sotto la Croce insultandolo: “Hai salvato gli altri, non puoi salvare te stesso? Se sei il Figlio di Dio, scendi dalla Croce!”(cfr. Mt 27, 40.42). Tutto sembrava finito, tutto, persine l’amicizia, persine la gratitudine dei molti che a Lui dovevano la vita, sembrava – dico -tutto finito. Eppure in quel momento che cosa succede nel momento della morte? Perché nel momento della morte nella quale Egli liberamente depose l’anima Sua, come liberamente l’anima umana l’aveva assunta, compie l’oblazione al Padre. In quel momento sono cambiati i destini dell’umanità e sono cambiati i destini di tutti gli uomini che crederanno in Lui. In quel momento la grande divisione tra il bene e il male diventa Lui e Lui solo. Ci saranno altri oggetti secondari da battere, ma la vera pietra di contraddizione è Lui: guardatelo!
Se noi possiamo sperare una vita migliore di quella che conduciamo ora e che comunque, piaccia o non piaccia, deve finire, è perché Lui è morto in Croce. Se noi possiamo chiamare Iddio “Padre” e non semplicemente “Creatore”, è perché Lui è morto in Croce. Se noi possiamo attendere una misericordia che sopravanzi la giustizia, senza eliderla, la avremo perché Lui è morto in Croce. Oggi molti non pensano a quello che è questa ricorrenza, eppure quello che domani sarà di loro e domani l’altro e gli altri giorni e al momento più terribile, quello della morte, dipenderà da questo Crocifisso. Non dico che non ha importanza che ci pensino o non ci pensino, perché l’importanza ce l’ha. Ma in questo momento per i molti che non pensano, per i molti che non sentono, per i molti che non piangono, dobbiamo prendere le parole sulle labbra stesse del Crocifisso: “Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno” (Le 23, 34).
Guardate ancora un momento, la vedete? Sapete di che cosa quella Crocefissione è stata epilogo? L’agonia è cominciata la sera prima, spinta al di là di ogni nostra comprensione, tanto che si ebbe il fenomeno clinicamente spiegabile, ma rarissimo del sudore di sangue.
Ora, davanti a questo Crocifisso, abbiamo il coraggio noi di lamentarci di qualche cosa della nostra vita? Provateci! Non sarebbe certo bello. Gli potremo dire che la nostra croce è pesante, ma davanti al Crocifisso pretendere di essere senza croce non lo possiamo! Guardatelo. I difetti degli uomini, tutti, sono saliti lungo quel legno, tutti i difetti degli uomini ed Egli ha taciuto, ha patito, ha offerto. Ci sono difetti che ci danno fastidio? Volete contestarli a Cristo Crocifisso? Provatevi, provatevi! Ci sono tante tenebre, molte volte i nostri occhi vedono piuttosto il nembo che toglie il raggio del sole che non la luminosità del meriggio. Noi vorremmo sempre e solo la luce, la gioia, la tranquillità. Possiamo respingere davanti a questa Croce di portare ciascheduno di noi il suo peso? Badate che il Suo non l’ha scaricato su nessuno! L’ha portato da solo: “Torcular calcavi solus”, aveva detto otto secoli prima al profeta Isaia (63, 3). C’è qualcuno che vuoi scaricare sugli altri il proprio peso? Lo guardi: Lui non l’ha scaricato su nessuno; siamo noi che abbiamo scaricato tutto su di Lui, e questo Egli ha accolto, perché era il Figlio di Dio.
Con questi sentimenti chiniamoci nell’atto di adorazione della Croce.
da Omelie per l’anno liturgico ed. Fede & Cultura
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