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La Santa Messa dove e quando: pagina aggiornata al 25 gennaio 2010 con lo spostamento di sede a Savona

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Omelie e sermoni

Il Giovedì Santo di padre Theodossios e del card. Siri

Terminata la pubblicazione dei sussidi liturgici, entriamo nel cuore della Settimana Santa in compagnia di due grandi personaggi: p. Theodossios Maria della Croce, fondatore della Fraternità della Santissima Vergine Maria, e il card. Giuseppe Siri, che ordinò sacerdote padre Theodossios; i documenti pubblicati sono importanti non soltanto per la spiritualità che emanano, ma anche per la chiara connessione che mostrano tra la vita di fede e quegli aspetti liturgici che, bollati da molti come estetismi inutili se non pericolosi, costituiscono in realtà elementi basilari e imprescindibili della vita cristiana.

II mistero del Sacrificio dell’altare e la presenza di Cristo (padre Theodossios Maria della Croce)

Per il Giovedì Santo

Perché il Vangelo di oggi non ci parla del Sacramento dell’Eucaristia, della Santa Cena? L’apostolo san Paolo ce ne ha parlato prima, e la sua narrazione è stata seguita da quella di san Giovanni Evangelista, il quale ha par­tecipato personalmente alla Santa Cena e ci da il più grande insegnamento, sulla terra, nella storia dello spirito e dei fatti: l’umiltà e il perenne servizio del prossimo.

Non possiamo comprendere l’Eucaristia né alcun mistero della Storia sacra, se non siamo fondamentalmente rinnovati dall’umiltà. Perciò, questo passo del Vangelo ci è dato per po­ter comprendere il Sacramento annunciato da san Paolo. Cer­to, la Chiesa avrebbe potuto proporre san Luca, san Matteo o san Marco, ma è attraverso san Paolo – il quale ha ricevuto la rivelazione direttamente dal Signore dopo la Risurrezione -che essa ci trasmette l’annuncio dell’Eucaristia, e ci fa ascolta­re il Vangelo dove il Signore, prima di soffrire, ha dato il mag­gior segno di umiltà: ha lavato i piedi ai suoi servitori.

Non credo di possedere l’umiltà che rende capaci di co­noscere profondamente il mistero dell’Eucaristia, ma devo rivolgermi a voi perché si tratta della realtà più importante per tutti: sacerdoti, consacrati, battezzati e non battezzati.

Quella notte, sulla terra, ha avuto luogo un evento gran­de e misterioso quanto la Creazione. Come antitesi a tutta la storia umana che ci appare inspiegabile, talvolta assurda, in­comprensibile, con tutto il suo dolore, i suoi sacrifici, la catti­veria, la morte, è venuto il Cristo. L’Uomo nuovo, Dio-Uomo, è penetrato nella storia e ne ha capovolto il corso, anche se non lo vediamo.

È difficile comprendere, ora, il mistero della Santa Cena del Signore, comprendere perché quanto è avvenuto era ne­cessario per la salvezza, per la Redenzione, per il capovolgi­mento della storia, se vogliamo percepire con l’intelletto le cose sacre, così come misuriamo le case, le strade e i campi; ma è facile quando riceviamo in noi questo mistero con tutta la disponibilità ad essere umili e servitori.

Quando l’uomo è mosso e attirato dal servizio continuo degli altri – lavare i piedi, lavare le anime, lavare le case, lava­re gli spiriti – tale necessità intima gli apre il cuore e l’intelli­genza, e il mistero penetra come una musica, come un profumo. Abramo dice al ricco che era morto: «Tra noi e voi è sta­bilito un grande abisso» (Le 16, 26); così, tra la comprensione intellettuale senza carità e senza umiltà e i misteri della Chiesa di Cristo, vi è un abisso e l’impossibilità di comunicare.

L’Incarnazione è stata il più grande Sacramento: il Cristo stesso è e costituisce il Sacramento maggiore, nell’universo. La sera della Santa Cena, per la seconda volta sulla terra, Cristo, Uomo-Dio, è stato offerto all’umanità; la sua presenza divina ed umana è penetrata nella storia per dimorarvi sino alla fine attra­verso il Sacramento. Questo è il mistero nella sua semplicità.

L’uomo è caduto ed è potuto risorgere. È stato l’Uomo a poterlo risuscitare e a dargli la salvezza, ma quest’Uomo era anche Dio. Quando Cristo ha dato agli Apostoli il suo Corpo e il suo Sangue, l’essenza del suo Corpo e del suo Sangue, ha dato all’umanità la propria identità, tutto il proprio Essere. Questa essenza sacra del Corpo e del Sangue non è solo carne e sangue, non è solo il principio, l’essenza della carne stessa glorificata e l’essenza del sangue: Dio stesso è lì presente.

Attraverso l’Incarnazione di Dio, un Uomo perfetto ed eterno è entrato nella storia. Dall’Incarnazione sino alla fine dei tempi, quest’Uomo è sempre presente, questo Dio è sem­pre presente, come Essere e come Essenza divina e umana. Dopo l’Incarnazione, la terra non è rimasta un solo giorno, una sola ora, senza la presenza di questo Essere divino e uma­no. La sua presenza si perpetua attraverso l’altare in seno alla storia umana, sino alla fine del mondo.

Per questo siamo qui, per questo la Chiesa adora il Sa­cramento dell’altare, gli da una tale importanza e celebra l’av­venimento di oggi con una festa profonda e intima. Tale è il messaggio fondamentale e tale è la nostra opera di sacerdoti, di consacrati e di battezzati.

Il rinnovamento non avviene solo con le parole o con un’elevazione morale: non basta. Prima della venuta di Cristo sulla terra, c’erano stati grandi profeti, grandi santi, ma Dio non si era incarnato nell’universo. E Dio ha voluto dimorare sull’altare per sempre con tutti i suoi attributi, la sua potenza, il suo mistero: Corpo, Sangue, Anima, Divinità, Sacrificio, Redenzione, Risurrezione. Tutti questi fatti avvengono sull’al­tare durante la Santa Messa. Nella notte della Santa Cena, il Cristo, prima di morire, prima di soffrire, ha lasciato in ere­dità la Passione, il Sacrificio e la Risurrezione. Ha lasciato nel Sacramento tutta l’Essenza del suo Essere. Non ha lasciato un corpo con precise dimensioni, ha lasciato l’essenza. Questa parola basta per farci comprendere che non dobbiamo vedere nella piccola Ostia, nella piccola goccia del preziosissimo San­gue, misure quantitative.

Come nel mondo materiale la qualità di tutto l’oceano si trova in una sola goccia d’acqua, come la qualità del sole, dell’immenso sole, si trova in un solo fotone, in un raggio, in un’illuminazione anche indiretta, così l’essenza di Cristo, im­menso ed eterno, è presente nell’Ostia, nella più piccola par-ticella di Ostia. Perché lì, Cristo manifesta il decreto eterno della sua umanità, della sua materialità, della sua divinità.

Tale Essenza, da tutta l’eternità, comporta il Sacrificio e la Risurrezione. Il Sacrificio si è compiuto nel mondo visibile, ma era presente come essenza prima della Creazione. L’uomo che contesta, come colui che è rivolto verso se stesso, non può comprendere che nell’economia universale l’amore per­fetto implica il sacrificio. Sulla terra gli uomini, anche i mate­rialisti, sacrificano molte cose per le persone che amano. Questo è un residuo, una immagine lontana della legge eterna dell’amore, dello scambio.

L’uomo si trovava e si trova in uno stato di decadenza. Il Cristo non poteva salvarlo senza sacrificio, e il sacrificio con­siste nell’essere con noi; non consiste soltanto nei chiodi e neppure nella flagellazione, ma nel fatto di stare con noi. Quando andiamo a visitare dei malati ai quali non siamo par­ticolarmente legati, quando parliamo con persone il cui livel­lo, il cui senso estetico, le cui attese sono diverse dalle nostre, con il desiderio di consolarle, lo facciamo con tutto il cuore, ma il sacrificio è più grande che dare un po’ di denaro.

Tutte le feste di questo periodo devono servire per risve­gliarci interiormente e per rinnovarci. Non è possibile rinno­varsi ascoltando solo meditazioni mistiche, dottrinali, teologi­che sul mistero della Transustanziazione. Cristo ha amato sua Madre, i suoi Apostoli e tutta l’umanità. Se possiamo prendere su di noi, per un amore senza misura, la fatica, il dolore – non di tutta l’umanità, perché siamo molto piccoli, ma almeno di al­cuni – se abbiamo la compassione e non condanniamo, allora siamo con Gesù Cristo al Getsemani, dove, dopo l’offerta del suo Corpo e del suo Sangue alla Santa Cena e dopo la lavanda dei piedi, nella notte dell’angoscia e del sudore di sangue, Egli vedeva davanti a Sé la Chiesa, l’umanità e tutti i peccati.

Se possiamo dire anche noi come Cristo: «Padre, non co­me voglio io, ma come vuoi Tu», e se possiamo prendere su di noi, per quanto Dio lo permette, la responsabilità della storia passata e futura, come ha fatto Cristo, allora comprenderemo il mistero della sacramentalità universale che domina e regge l’universo fin dalla Creazione. L’universo, infatti, è dominato fin dall’inizio da una legge di sacramentalità eterna.

Possiamo vedere quel che vuoi dire “sacramentalità eter­na” nell’Incarnazione di Cristo ed anche nell’uomo: l’azione efficace, perenne, dello Spirito eterno sulla materia trasmette potere, conoscenza, vita. Cristo Gesù, nella sua Incarnazione, costituisce la perfezione dei sacramenti, il maggiore sacra­mento universale.

È bene prolungare questo discorso sul senso sacrificale contenuto nel mistero sacramentale: attraverso il sacrificio possiamo percepire l’amore eterno, e attraverso l’amore eter­no il mistero della sacramentalità universale nel suo aspetto mistico e pratico. Se non siamo capaci di accettare il sacrifi­cio, di amare e testimoniare fino al sangue per amore, non dobbiamo mai sperare di comprendere il senso sacramentale e dottrinale della Chiesa.

Ci troviamo sulla terra, quasi duemila anni dopo la Santa Cena, dopo lotte, sangue, sogni e nostalgie immense. La sto­ria si svolge, va avanti e contiene in sé tutte le tenebre della Caduta e tutta la luce e il profumo della Redenzione portata quella sera di duemila anni fa.

Se nella nostra anima circondiamo di venerazione il mi­stero sacramentale che Cristo ci ha lasciato per amore, allora, anche senza comprenderne la tecnica sacra, vale a dire la Pa­rola eterna che lo produce, vi assicuro, io che sono molto po­vero, che il mistero sarà dinanzi a noi come un libro aperto e “leggeremo” la santa legge sacramentale dell’Eucaristia e di tutte le realtà divine.

Ma prima dobbiamo abbassarci e lavare i piedi; dob­biamo partecipare all’agonia di Cristo al Getsemani. Que­st’agonia non era quella della morte; è stata immensa perché Egli vedeva tutta la storia umana, tenebrosa e cruenta. Per questo ha chiesto, se era possibile, che il calice fosse allonta­nato da Lui. Non ha pregato chiedendo di non morire – per questo era venuto – il calice non era la morte. Ha pregato, ha sofferto, ha sudato sangue ed ha implorato per noi, per tutta la storia, per tutti gli uomini, perché il loro destino fos­se mutato.

Per noi, che siamo in questo momento una piccola as­semblea nella Chiesa cattolica, è bene meditare sull’atto sa­crificale del Sacramento, perché il sacrificio che il Sacra­mento contiene è propiziatorio. Per questo ho detto che es­so vale anche per i non credenti. La nostra fede, unita alla nostra azione, si estende come benedizione a tutto l’univer­so; lo aiuta a diventare migliore. San Paolo dice in effetti che la creazione intera geme nell’attesa della Redenzione (cf. Rm 8, 22).

Non crediate che il Sacrificio dell’altare riguardi solo me che l’offro e voi che ricevete la Comunione. Ad ogni Messa si compie un atto sacrificale il cui valore è universale, per tutti. Questo centro salvifico è il Sacrificio del Corpo e del Sangue di Cristo. Quando viene detto all’altare: «Questo è il mio Corpo», è l’Incarnazione; e quando ascoltate: «Questo è il mio Sangue», è la separazione, il Sacrificio e la Passione. E quando poi il Corpo e il Sangue sono riuniti nel calice prima della Comunione, è la Risurrezione. Dobbiamo dunque unirci fondamentalmente al sacrificio del Getsemani, a quel Fiat che significa: accetto di essere con Te, Signore, fino alla fine, con il tuo amore, la tua pazienza, la tua delicatezza, la tua benevo­lenza e la tua compassione.

Allora non apparterremo alla storia comune. Saremo a Roma, a Berlino, a Parigi, in Africa o in Argentina, ovunque, ma faremo parte di un altro popolo, di un’altra storia, saremo di quelli che partecipano al dolore del Getsemani, che lavora­no nella storia per il cambiamento del destino dell’uomo e per la Salvezza.

Se non possiamo vivere con tale assoluto il mistero del­l’altare che contiene il Getsemani e tutta la Passione prima che fosse compiuta, la vita sacramentale non ci sarà di grande utilità, perché dobbiamo non solo partecipare alla trasforma­zione del pane in essenza del Corpo, ma a tutto il significato sacramentale: all’amore che ha suscitato il Sacramento, al mi­stero che lo costituisce, al sacrificio in esso implicitamente ed esplicitamente presente.

Stasera, durante questa Messa che è il rinnovamento del grande Mistero di nostro Signore Gesù Cristo, che ha luogo nonostante la nostra indegnità e piccolezza, prego ciascuno di noi di uscire dal corso ordinario della storia e del proprio de­stino apparente e di entrare nel destino gloriosissimo, ricco di croce, di redenzione e di amore.

Andremo nei medesimi luoghi, compiremo gli stessi atti, ma non saranno gli stessi, saremo liberi, senza paura, perché il nostro Maestro sarà il Cristo del Getsemani. Una manifesta­zione immensa di amore ha trapassato la storia da parte a par­te, accompagnata da miracoli, da momenti di esaltazione, di saggezza, di sacrifici inconcepibili per l’uomo comune. E tut­tavia è triste vedere come tutto ciò sia spesso coperto e soffo­cato da necessità, desideri, timori, sentimenti meschini, ambi­zioni che muoiono ad ogni crepuscolo.

Ora, non possiamo penetrare con piccole misure e picco­li desideri nel mistero sacramentale della Chiesa, anche se sia­mo sacerdoti. Che le Messe siano celebrate male o bene, che i sacerdoti siano atei o rivoluzionari, poco importa, il mistero eterno del Sacrificio dell’altare si compie continuamente sulla terra. E noi siamo chiamati, pur partecipando a questa storia, a lavorare per la benedizione dell’intero universo.

Se possiamo ricevere con cuore amante, sofferente e be­nedicente la testimonianza di san Paolo sull’Eucaristia e quel­la di san Giovanni sulla lavanda dei piedi, e se accettiamo che nulla supera l’unione con Cristo, abbandonando ogni preoc­cupazione, ambizione e timore, saremo liberi e per ogni cosa diremo con Cristo al Getsemani: «Non come voglio io, ma come vuoi Tu». Se lo diciamo con tutto il cuore, saremo libe­ri, anche se domani dovessimo trovarci in prigione per tutta la vita.

da Scoprire l’altro universo, ed. Città Nuova

Omelia del card. Giuseppe Siri nella S. Messa nella Cena del Signore (1973)

Nella prima lettura tratta dall’Esodo (12, 1-8.11-14) si ricorda l’uccisione dell’agnello prima del passaggio del Mar Rosso, figura e profezia del Sacrificio che avrebbe istituito il Signore in questo giorno, il Giovedì Santo. Nella seconda lettura San Paolo vi ha riassunto l’istituzione della Santissima Eucaristia e del Santo Sacrificio nella lettera ai Corinzi (ICor 11, 23-26). Nella terza lettura (Gv 13, 1-15) si può restare un po’ disorientati perché non si parla né della Santissima Eucaristia né dell’istituzione del Sacrificio della Messa. E allora qui bisogna spiegarsi.

Dal capitolo 14° in poi di S. Giovanni, egli riporta i fatti e i detti che in quella memorabile sera della Cena del Signore hanno fatto da contorno e da contesto all’istituzione dell’Eucaristia e all’istituzione del Santo Sacrificio della Messa. S. Giovanni, che prima, al capitolo 6° (vv. 22ss), ci ha riportato il discorso eucaristico di Cafarnao, in cui Gesù ha detto, ribadito, si direbbe quasi con violenza, la verità dell’Eucaristia, tace dell’istituzione, ma ci da il quadro e il contorno e il contesto. Il brano che avete sentito leggere fa parte di questo contesto.

Nel contesto Nostro Signore ha ricordato quelle cose cha avrebbero potuto confortare gli Apostoli dopo la Sua ripartita, e non sto a enumerarle, perché non è questo il soggetto delle nostre riflessioni questa sera. In quel discorso però Gesù ha parlato di attitudini morali che devono essere il vero contorno dell’Eucaristia. E queste attitudini morali in parte le ha annunciate coi fatti, in parte le ha annunciate coi detti.

Con la lavanda dei piedi fatta ai discepoli e che avete sentito ora proclamare, ha voluto coi fatti dichiarare che intorno all’Eucaristia il primo omaggio, il primo decoro, il primo ornamento è l’umiltà, perché ha dato un esempio meraviglioso di umiltà: si è inginocchiato Lui, Signore e Maestro, davanti ai discepoli e ha lavato loro i piedi. Bisogna ricordare – noi siamo un po’ distanti da quegli usi – che tale servizio faceva parte dell’educazione e degli atti coi quali qualunque persona riceveva in casa un ospite prima di mettersi a tavola. Pertanto la cosa in sé non è straordinaria. È straordinario che la faccia il Signore, e lo ha detto, lo ha sottolineato: “Se l’ho fatto io – mi chiamate Maestro e Signore, e lo sono -, dovete farlo anche voi” (Gv 13, 14). È dunque l’esempio dell’umiltà. Bisogna che noi impariamo dall’Evangelo non solo delle grandi cose, che possono essere anche comode ai discorsi altisonanti, ma bisogna imparare dall’Evangelo le sfumature ascetiche, e qui ne abbiamo una, perché anche di questo io sono debitore a voi. Qui ne abbiamo una.

Che cosa è l’umiltà? Noi l’abbiamo vista descritta: il Signore s’inginocchia davanti ai discepoli e lava i piedi. Ma volendone dare una definizione, in che cosa consiste l’umiltà? L’umiltà consiste nella verità, cioè nel valutare noi non più, non meno di quello che siamo e nell’agire di conseguenza. È chiaro che, se ci valutiamo dieci, non possiamo pretendere dodici dagli altri. Ma qui c’è la sfumatura e, se volete, la questione alla quale coi fatti risponde Gesù Cristo. È un po’ difficile che noi uomini siamo nella verità quando valutiamo noi stessi. È bene che se lo ricordino tutti. È difficile e senza volere, per l’istinto dell’io e della personalità, siamo spinti a valutare noi stessi più di quello che in realtà siamo, senza accorgercene e non per cattiva volontà, ma così, per un naturale istinto dell’io che tende sempre al rialzo. Allora, per non trovarci fuori dalla verità – cosa che accade nella più parte del casi – bisogna imparare quello che ci ha insegnato il Signore nel brano del vangelo che abbiamo letto. Cioè bisogna che noi riguardiamo gli altri come creature di Dio e che pertanto non riteniamo mai di abbassarci davanti agli altri, quando, vedendo in essi con fede l’immagine di Dio – sono figli di Dio -, noi abbondiamo anche nel servizio e nella dedizione di noi, se volete anche nell’umiliazione. Questo è l’insegnamento di Nostro Signore. Non dobbiamo stare a fare dei calcoli molto matematici e neanche di approssimazione; possiamo abbondare perché noi in fondo non ci inchiniamo davanti agli uomini, ma c’inchiniamo sempre e solo davanti a Dio, quando agiamo per fede. Se noi facciamo qualche cosa di questo genere non per fede, in realtà bisognerebbe ammettere che unii liamo noi stessi. Ma quando abbiamo fede, noi non ci umiliamo mai.

Ma c’è un’altra sfumatura, che è sottolineata direttamente dalle parole del Salvatore. Noi, nell’applicazione dell’umiltà, possiamo facilmente fare i legulei, cioè fare il discorso sul diritto, fare il paragone: ammetto che questo a quello non tocca. Noi possiamo dire: io ho diritto, il mio diritto mi deve essere riconosciuto. È esatto, però il Signore ha detto: “Guardate, quando si tratta di avere dell’umiltà, non state a fare delle questioni giuridiche, quello che è più, quello che è meno. Io ve ne do l’esempio: sono Signore e sono Maestro; non potete misurare la distanza che in dignità mi separa da voi, eppure io mi piego. E allora non state a fare delle questioni giuridiche: siate grandi!” Ecco la conclusione, cari: per avere l’umiltà, cioè la verità su di noi, con le sue conseguenze, dato che il limite della verità è troppo compromesso dall’istinto nostro che tende al rialzo, dobbiamo sempre abbassare un po’ quello che a noi parrebbe giusto e a noi debito, tanto per rimanere così, approssimativamente, nella verità. L’umiltà non è altro che la verità.

Quando noi ci ricordiamo che siamo povera gente, che siamo fatti di anima certo, ma di corpo anche, con tutte le sue miserie e con tutte le sue vicende, comprendiamo che non possiamo darci troppe arie. Quando noi consideriamo che siamo piccoli di fronte alle forze della natura, che siamo impotenti di fronte alla maggior parte di esse; quando noi ci ricordiamo che bastano microrganismi per minare la nostra vita e togliercela; quando noi scompariamo di fronte alle grandi movenze della storia; quando noi ci ricordiamo di essere peccatori, bisognosi di pietà, di sopportazione da parte di Dio, di perdono, di misericordia da parte di Dio e anche da parte degli uomini, noi non facciamo nessuna esagerazione. Ci teniamo un po’ più giù: probabilmente a questo modo siamo nella verità, e l’omaggio e il contorno della Santissima Eucaristia è questa verità morale che sia chiama l’umiltà.

Io mi rivolgo a coloro – forse qui non ce ne sono, spero almeno, perché ne avrei dolore – che vorrebbero essere tirchi con tutti gli omaggi che si debbono rendere alla Santissima Eucaristia. Io mi vorrei rivolgere a coloro – qui non ce n’è, credo – che vorrebbero togliere tutto e condannare tutta la divina liturgia e tutte le cose che si fanno intorno al Signore alla miseria sordida, sordida. E vorrei dire: badate che più che le cose che potete mettere intorno al Santo Sacrificio, che sono sempre doverose da parte nostra perché Lui rimane il Signore e il Maestro, noi dobbiamo mettere la nostra umiltà. Quando c’è questa umiltà, non si conteggia, non si stanno a fare calcoli, non si stanno a fare riduzioni, non si domandano diminuzioni. No, questo discorso non regge più, perché siamo talmente piccoli che, se possiamo metter intorno al Signore qualche cosa che non valga a completare la nostra lacuna, ma solo a dimostrare la buona volontà di colmare le nostre lacune, noi non esageriamo mai. Non facciamo mai niente né di stolto né di antiquato, siamo semplicemente ragionevoli, perché la pagina di Vangelo che abbiamo letto oggi ci ha insegnato ad essere ragionevoli. Attenti, quanto si tratta di Dio, capite che esser ragionevole vuoi dire fare i conti con l’Infinito, con l’Eterno, con Chi ci ama da tutta la eternità, con Chi ci giudicherà con giustizia e Chi ci abbraccerà con infinita misericordia. La ragionevolezza che bisogna avere nelle cose di Dio, dato che si spostano i termini, non è la ragionevolezza che noi possiamo usare conteggiando quando andiamo al mercato a comperare qualcosa. No, è un’altra la ragionevolezza. Stiamo attenti a non diventare più piccoli di quello che siamo e ricordiamoci che non ci conviene fare brutta figura davanti a Dio.

Con questi sentimenti ora procediamo a ripetere il gesto stesso di umiltà che ha compiuto Nostro Signore. Lo farò io adesso, ma vorrei che voi sentiste l’esempio Suo. Accingiamoci a ripetere il Sacrificio incruento, offerto da Lui con la prima consacrazione nel Cenacolo. Accingiamoci ad adorare un’altra volta l’Eucaristia, Lui, Lui! E che in tutti i nostri ragionamenti metro, misura e punto di riferimento rimanga sempre e solo Lui! Così sia.

da Omelie per l’anno liturgico, ed. Fede & Cultura

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