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La Santa Messa dove e quando: pagina aggiornata al 25 gennaio 2010 con lo spostamento di sede a Savona

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Liturgia: itinerari

Theodossios M. della Croce sul Sacrificio della Messa

Il santo Sacrificio della Messa

La permanenza del principio e la sua continuazione nel tempo

Cercherò di darvi, per quanto Dio me lo permetterà, una visione tra le più profonde, credo, del mistero della santa Messa. Occorre che l’uomo che ascolta e colui che parla, come io adesso, possano liberarsi dai concetti, dalle formule, non soltanto per quel che riguarda la Messa, ma anche a proposito della religione, della vita, dell’esistenza delle cose.

Se l’elemento che desidero trasmettervi stasera, elemento di cui ho già parlato nel passato, non esistesse, non potrei ri­manere sacerdote. Questa realtà È e infonde forza a me, che ho ricevuto il Sacramento del sacerdozio e ne sono cosciente; ma è questa stessa realtà che riceve, con il sacerdozio, indipendentemente dai propri difetti e lacune personali, anche chi non vi si riferisce direttamente.

Il mistero di Cristo e della fede in Dio non si può riceveli  riferendosi soltanto al miracolo e al meraviglioso che trascende la natura e il corso delle cose; non si può trovare una liberazione in se stessi per il semplice fatto di constatare che esistono dei miracoli incontestabili. Crediamo a quanto vediamo, ma non è questa la fede; la fede richiede una partecipa­zione di tutto il nostro essere.

Per comprendere la Messa, occorre anzitutto pensare ad altri fenomeni che sono grandi leggi universali. In tutto quello che costituisce la storia degli uomini, pro­duzioni intellettuali, produzioni artistiche, rapporti tra gli es­seri, matrimoni, divorzi, nascite, sistemi filosofici e quanto si compie nel mondo in generale, constatiamo un perpetuo ri-prodursi a similitudine delle grandi leggi generali.

Osserviamo, per esempio, che nulla si crea, si tratti di un albero o di un’opera artistica, senza subire un processo di na­scita e poi una perpetuazione che avviene attraverso altre unità. Il principio di un albero, del noce per esempio, è uno. Il fatto che si ripeta ogni volta che vi è un noce piantato e gli è data l’acqua, è una legge che rinnova lo stesso principio.

Si può dire al singolare: “il noce cresce”, o al plurale “i noci crescono”, ed è la stessa cosa dal punto di vista del principio e del fenomeno. Il numero non aggiunge nulla, se non che nel principio stesso è contenuta la ripetizione che fa parte del principio unico iniziale. Questa constatazione vale per gli alberi, per gli animali, come vale per gli uomini, ed anche per la loro creatività.

Così, tutte le forme d’affettività esprimono la manifestazione multipla di una sola realtà: l’amore di Dio. Ed anche se queste forme di affettività si esprimono in modi veramente degradanti, troppo lontani dalla Sorgente iniziale, ciò non cambia questa verità: l’uomo non potrebbe mai conoscere cosa sia amare se non fosse partecipe dell’amore eterno di Dio. Vi può partecipare positivamente, vi può partecipare  negativamente allontanandosene o alterandolo. Ma l’origine e  la fonte dell’amore è Dio; e per il suo mistero inconcepibile ma constatabile, si ripete, è ovunque è presente, ad ogni manifestazione di vita.

Vi posso dire un’altra legge misteriosa, un altro fenomeno molto consolante. Per gli alberi, le piante e per tutto il regno animale, ed anche per l’uomo, tutte le caratteristiche si ritrova­no già nel seme. Quando metto il nocciolo in terra, ho già in es­so tutto l’albero, come essenza, come principio, non soltanto spirituale, ma materializzato. Il nocciolo del frutto piantato in terra contiene come possibilità tutte le qualità, anche quelle che non può ancora avere perché il sole e l’acqua non sono ancora intervenuti. Cioè, come lo concepiva la filosofia di Aristotele e poi quella di san Tommaso d’Aquino, l’albero è in potenza. L’al­bero intero che ci sarà domani, l’uomo intero o l’animale intero, tutto ciò che nasce e cresce è in potenza nel primo nucleo.

E la perpetuazione, la ripetizione continua di questa realtà avviene con la riproduzione dello stesso fenomeno at­traverso i secoli; senza fine, lo stesso atto deve ripetersi: il nocciolo, che contiene tutti gli elementi dell’albero che doma­ni sarà grande, deve entrare nella terra, sia per mano dell’uo­mo, sia ad opera del vento.

Questo ci insegna che la perpetuità dei fenomeni nel tempo – perché tutto ciò che dico contiene il fenomeno dell’universo nel tempo – cioè il loro prolungamento, si com­pie con la ripetizione di una cosa unica. L’uomo crea l’uomo: il principio dell’uomo vive nel tempo. Il principio dell’albero, i lei noce, del melo, di ogni albero, continua e vive nel tempo riproducendosi nello stesso modo. Non vi è altra possibilità, per la vita nel tempo e la permanenza dei fenomeni. Supponete che un albero o un uomo sia stato creato e poi rimanga così per l’eternità: sarebbe fuori dal tempo, la forma di permanenza attraverso il processo di riproduzione non esisterebbe, non sarebbe necessario morire e risuscitare.

Vi è anche un’altra constatazione. Questa riproduzione dell’albero o dell’uomo, la perpetuazione del fenomeno unico  e dell’essere unico, contiene una pluralità infinita: nessun albero assomiglia completamente ad un altro, così come nessun uomo assomiglia totalmente ad un altro; anche i sosia hanno qualche differenza impercettibile.

Constatiamo quindi due cose nella vita naturale: la per­manenza del principio, il prolungamento nel tempo dell’unità immutabile del principio “albero”, del principio “uomo”, del principio “attività” qualunque essa sia; e una pluralità infinita che caratterizza le manifestazioni senza le quali l’unico non sarebbe perpetuato.

Ora, vedete, abbiamo davanti a noi questa visione verti­ginosa, infinita ed insieme consolante, dell’”uno”, dell’”unico”, e dei “molteplici”, che si uniscono e si identificano tal­mente da non poterli distinguere: quando è il molteplice a dominare, questo stesso molteplice è l’unico.

Ogniqualvolta si tralascia una parte di questa visione, immediatamente vi è una disarmonia; o si arriva ad un comu­nitarismo massiccio che uccide la vita, perché uccide gli ele­menti che la perpetuano: le differenti unità sono annullate nel “massivo” totale; oppure si uccide il numero, la molteplicità in nome del principio, e il principio muore poiché esso si ma­nifesta solo come molteplice.

Non voglio insistere su questa parte che è una tra le più belle, tra le più liberatrici da molti problemi falsi e presuntuo­si dell’uomo che vuole spiegare in maniera intellettuale, con la sua piccola logica, nozioni come l’unità e il numero.

Ora, sappiamo dalla Rivelazione, dalla stessa esperienza personale interiore, che vi è stata una Caduta, lo sentiamo; e non soltanto noi, cristiani, consacrati, convertiti al Cristo, ma l’hanno sentito anche i filosofi pagani. Tutte le religioni orien­tali, le religioni antiche, le dottrine della metempsicosi accet­tano che vi è stato un errore, una colpa, e che l’anima deve purificarsi attraverso le successive reincarnazioni.

La dottrina che scaturisce dal Vangelo e dall’Antico Te­stamento ed anche dall’esperienza umana ci insegna che vi è stata all’inizio una ferita nell’uomo. È quel che la teologia classica ha chiamato «peccato originale». Questa espressione indica la realtà della ferita iniziale, che si perpetua a sua volta secondo lo stesso principio della ripetizione degli atti.

L’economia della Redenzione contiene l’Incarnazione di Cristo, e comporta la ripetizione della stessa legge della nasci­ta, della crescita e della morte. E questo Essere che è stato concepito, che è nato, cresciuto ed è morto, doveva tracciare la via di un’altra nascita, una serie nuova ed insieme antica di nascite. Ciò doveva dare la possibilità ad ogni unità e a tutta la comunità umana di entrare nella Redenzione, di partecipa­re ad un’altra vita, ad un’altra realtà purificata dalla ferita ini­ziale.

Quanto vi ho detto si applica al principio unico della Re­denzione, al principio dell’Incarnazione, al principio della na­scita di Cristo, della sua sofferenza, della sua morte. E tale principio dell’Incarnazione, della crescita, della sofferenza, della morte e Risurrezione della Persona di Cristo doveva, senza moltiplicarsi, propagarsi nel tempo in forme e manife­stazioni multiple. Ritroviamo la stessa legge dell’unico e dei molteplici.

Il Cristo, durante la sua vita terrena e particolarmente al Getsemani, ha subito un martirio interiore e spirituale che si è espresso con il martirio della croce. E prima di consegnarsi, di subire il martirio fisico finale, ha lasciato sulla terra la legge di perpetuazione di tutto il suo mistero di vita, perché, per vie diverse ed insieme uniche, la sua persona avesse un’eredità ed una perpetuazione, che sarebbe stata come il trasporto di questa unità nel tempo, della sua Incarnazione unica nel tem­po, della sua crescita nel tempo, della sua sofferenza e della sua croce nel tempo; un’unica nascita, un’unica crescita, un’unica sofferenza che si perpetuano nel tempo: Incarnazio­ne unica ed insieme multipla. Il principio eterno uno di Dio crea il molteplice ed è ovunque presente, sempre unitario ed invariabile, in tutti i molteplici, non in maniera panteistica, ma in quanto Causa unica di tutti i molteplici.

Il Cristo – l’Incarnazione di Cristo, la crescita di Cristo, il ministero, la Croce di Cristo, la sua morte e la sua Risurre­zione uniche – si perpetua in modo vivo e non figurato, nel tempo. E così si attua la redenzione della legge stessa della perpetuazione della specie. Sto toccando adesso uno, forse, tra i più grandi segreti della nostra Rivelazione.

A volte i segreti di Dio sono talmente grandi e belli che si ha paura persine di pensarvi, perché si sente che questo ri­chiede una grande santità e un amore assoluto come quello di Cristo. Allora noi, povere creature, poveri peccatori, come osiamo affrontarli? Ma, come san Paolo ha spesso detto nelle sue lettere, Dio prende talvolta ciò che è indegno, ciò che è piccolo per fare apparire la sua gloria.

Il Cristo, manifestazione nel tempo dell’Uno eterno, Dio, unica Realtà esistente, prima di essere consegnato ha compiu­to, come Uomo che andava a morire e come Creatore di que­sto stesso Uomo che Egli era, questo Sacramento, ed ha la­sciato la possibilità di perpetuare questo suo Sacramento. Co­sì, all’origine della santa Messa, abbiamo quest’azione genera-trice di Cristo, perché Egli ha compiuto in quel momento una generazione sacramentale e spirituale, che comporta tutta la sua storia, la sua realtà e la sua azione di Redenzione.

Così, cari Fratelli, a cominciare dalla notte del Giovedì Santo, sulla terra, la nuova Creazione è stata realizzata da Cri­sto sulla santa Mensa dove ha consumato il suo ultimo pasto. Là, Dio ha di nuovo creato ed è per questo che san Tommaso parla della “produzione” del Corpo di Cristo sulla terra; essa avviene con forme e riti che in sé non hanno una grande im­portanza. Anche sant’Agostino e san Tommaso lo lasciano ca­pire, benché non lo dicano sempre esplicitamente. Tutti i riti, anche le parole della Consacrazione, potrebbero essere cam­biati, se la Chiesa lo volesse in modo solenne. Se la Chiesa fosse una, senza scismi, senza difficoltà interiori, e dicesse: «Ora la Consacrazione si farà con tali parole», significherebbe che Cristo avrebbe ispirato queste parole. È stata la divi­sione interna, sin dall’inizio della Chiesa, a provocare la ne­cessità della fedeltà alle parole esteriori iniziali.

Allora, sulla terra ha avuto luogo la creazione del Corpo di Cristo, ontologicamente – non simbolicamente – sacramen­talmente, sotto un altro aspetto, come in un nocciolo che con­tiene tutto il mistero della vita, della morte, della Risurrezione di Cristo, e nello stesso tempo contiene quel che Lui ha com­piuto per la Procreazione futura.

Dobbiamo elevarci a tali percezioni cosmiche, universali ed eterne, per affrontare i problemi dei riti, delle forme, delle intellezioni con le quali gli studiosi hanno voluto nel corso dei tempi, e vogliono ancora, speculare e ragionare su quei gran­di avvenimenti che non sono percettibili con la speculazione filosofica.

Solo quando l’uomo riesce, per misericordia e grazia, a concepire l’immensità della Creazione divina dell’uno infinito e del molteplice infinito, e quando riesce a concepire l’iden­tità del molteplice e dell’unità (la parola “identità” ci appare un po’ forte perché abbiamo un’idea dell’identità troppo schematica, ma nell’ordine spirituale dove non ci sono limiti, frontiere materiali nelle nozioni, si tratta di un’identità), allo­ra l’uomo è libero da tutte le sue problematiche a proposito della transustanziazione, da tutte le discussioni a proposito della parola che bisogna usare, a proposito della durata della presenza di Cristo nelle sante specie, a proposito della scom­parsa della sua presenza quando le specie si corrompono.

Tutti questi problemi sono considerati ed esaminati ad un altro livello, attraverso la verità di cui vi ho appena parla­to, e così viviamo con un’altra visione, viviamo simultanea­mente le due realtà, come certi veggenti che vedevano con­temporaneamente la loro camera e il loro angelo, gli angeli e le anime; vi sono state persone, protestanti, cattolici o orto­dossi, che hanno vissuto in questo modo.

Dobbiamo vivere la precisione materiale delle cose, della parola, dei riti, degli altari, delle chiese, delle musiche, dei suoni, del tempo, di ogni anima; ed insieme vivere con la per­cezione di tutte le leggi che sono come un atto di amore che ci trascende e ci avvolge.

È in questo modo che dobbiamo trovarci davanti all’alta­re, adoratori dell’immenso mistero che sfugge alla nostra in­telligenza ma che diventa ben presente alla nostra anima se siamo adoratori in questo spirito: per comprendere il Sacra­mento che è lì presente, dobbiamo noi stessi entrare in questo molteplice unitario infinito, con Dio.

Ed è per questo che il sacerdote, indipendentemente dal­le sue qualità intellettuali o spirituali, come pure dalle sue qualità sacrificali personali, agisce nella persona di Cristo, co­me insegna la Chiesa, nel momento in cui compie il Sacra­mento.

Quindi, se il sacerdote ha realmente tale funzione, non può essere solo come un sacrificatore, egli è come Cristo: non può essere un sacerdote dell’Antico Testamento che uccideva gli animali, ma sacrifica se stesso. Perciò il sacerdote deve, se­condo l’insegnamento più classico, offrirsi al momento del­l’atto del Sacrificio come Cristo, che era crocifissore di se stesso, si è lasciato crocifiggere, si è offerto Lui stesso.

Il sacerdote deve identificarsi con il Sacrificio che offre e con la persona di Cristo, in quanto sacerdote e vittima. Nel momento della Consacrazione, pronunciando le parole sacre: «Questo è il mio Corpo, questo è il mio Sangue», che lo si vo­glia o no, il sacerdote è unificato con Cristo perché è in perso­na Christi, è quanto tali parole significano. Ma deve prender­ne coscienza, perché la Redenzione è più o meno estesa e vici­na nella misura della consapevolezza e dell’amore con cui egli compie il Sacramento.

Ecco l’immagine generale che permette di studiare in se­guito tutti i dettagli della santa Messa, non con uno spirito torico di riti, ma nello spirito universale eterno dell’essenza del mistero. È per questo che, da un lato, nulla ha importan­za; dall’altro, tutto ha importanza.

Lo spirito del Maligno, permesso dalla misteriosa Prov­videnza di Dio, si oppone anzitutto alla nozione sacramentale del Corpo di Cristo. Per questo, il nostro combattimento fon­damentale è prima di tutto in noi stessi. Dobbiamo trasmette­re questa verità del combattimento intcriore dell’uomo, come combattimento salutare dell’umanità. E può anche darsi che saremo martiri perché dobbiamo testimoniare, scrivere, parla­re, pregare, dobbiamo vivere. La nostra vita deve essere una preghiera.

Padre Theodossios Maria della Croce

Fondatore della Fraternità della Santissima Vergine Maria

da “Scoprire l’altro universo” © Città Nuova

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