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IV Domenica di Quaresima: il proprio, il vecchio, il nuovo

Cominciamo la settimana con la pubblicazione del proprio (foglietto) bilingue, italiano-latino, della Messa di Domenica 14 marzo, quarta di Quaresima. Insieme a quello ripropongo anche la spiegazione di Dom Guéranger, le omelie di padre Mariano Pellegrini e s. Alfonso M. de’ Liguori e,  l’omelia per la IV Domenica di Quaresima di padre Laurent Demets, della Fraternità Sacerdotale di San Pietro; padre Laurent, che predica in quasi perfetto stile alfonsiano, è cappellano della Latin Mass Community “San Giovanni il Battista” in Arkansas.

L’omelia proposta di seguito nella traduzione italiana è visibile qui in lingua originale.

Omelia per la 4 ª Domenica di Quaresima

Mentre le domeniche di Quaresima si susseguono, continuiamo la nostra riflessione sulla perfezione cristiana e sui mezzi per ottenerla. Ora sappiamo che la perfezione è la volontà di Dio per ogni uomo e che non è sufficiente solo osservare i suoi, al fine di rispondere a questa chiamata del nostro Padre. Inoltre, l’esperienza ci insegna che molte anime che si accontentano del tentativo di osservare i comandamenti, cadono saltuariamente o regolarmente in peccato mortale e difficilmente fanno progressi nella loro vita spirituale. E se finalmente ottengono la salvezza, possiamo ragionevolmente supporre che vedranno Dio dopo un consistente periodo di purificazione nel purgatorio. La verità è che si deve essere santi, al fine di vedere Dio. Se non si utilizza la grazia di Dio in questa vita per essere perfetti, allora Dio dovrà farci perfetti, senza la nostra partecipazione attiva proprio nel purgatorio, a condizione di essere trovati in stato di grazia al momento della morte. Un’altra verità è che le sofferenze di questo mondo sono nulla in confronto alle pene del purgatorio.

E c’è anche una differenza tra il dolore sofferto in questa vita e quello del purgatorio. Nel primo caso possiamo offrire queste sofferenze in termini di soddisfazione per i nostri peccati e ciò è meritorio. Si tratta di un guadagno per la vita eterna, un avvicinamento della gloria e della felicità future. Nel purgatorio le sofferenze non sono più meritorie. L’anima del purgatorio accetta queste sofferenze, perché capisce che è bene, ma sono più sofferte che offerte. Per tale motivo, si parla di “soddispassione”.

Dio vuole che siamo perfetti. È ciò che vogliamo anche noi? È la nostra ambizione diventare santi? Come pensate che i santi diventino tali? Dice Santa Teresa di Lisieux: “Ho sempre voluto diventare santa”; ecco la sua preoccupazione durante tutta la vita. E noi? Vogliamo o no essere santi? Se si, allora si possiamo esserlo. Si può! Ora, si deve modificare il semplice desiderio in una ferma risoluzione, come dice san Francesco di Sales. Siamo ora nel campo della realizzazione pratica di un programma di vita. Il nostro desiderio di santità deve essere efficace.

Abbiamo visto che una condizione per il raggiungimento di questo obiettivo è l’abnegazione, che è l’accettazione pratica della croce nella nostra vita. Abbiamo visto che è anche necessario, in quanto è un elemento di negazione di sé, praticare la virtù dell’obbedienza, e per questo metterci sotto la guida di un uomo buono, che sia il monito delle ammonizioni, come San Francesco di Sales ci ha ricordato la scorsa settimana. Ed è ancora più necessaria in quanto abbiamo una naturale tendenza ad essere individualisti. Vogliamo rendere culto a Dio e  servirlo a modo nostro! Forse vogliamo, ma siamo sicuri che è ciò che vuole Dio? Siamo molto individualisti nel nostro modo di servire Dio e ciò costituisce un serio ostacolo al processo della nostra santificazione. Sant’Ignazio di Loyola ci dà regole che possono aiutarci a superare questo ostacolo. Sono le regole che dovremmo seguire per acquisire il vero sentimento che dovremmo avere nella Chiesa militante. Ho messo queste regole nei bollettini per molte settimane. Che uso se ne fa? Si prova almeno a metterle in pratica? Queste regole sono preziose, perché ci aiutano a sbarazzarci di una vita religiosa egoista , centrata più su noi stessi che su Cristo e la Sua Chiesa. Esse ci aiutano non solo a seguire i comandamenti, ma anche a vivere con Cristo e la Sua Chiesa, nell’unire la nostra volontà alla volontà di Nostro Signore e di pensare e di sentire con la Chiesa – sentire cum Ecclesia. E questa potrebbe essere la differenza tra un fariseo, che è un seguace rigoroso del comandamento, e un discepolo, in verità di spirito, che aspira non solo a servire il suo maestro, ma anche di amarlo e di piacergli.

Il Cardinal Newman dice che il fariseo – nella parabola del fariseo e del pubblicano – guarda a sé, con grande compiacimento, per la sola ragione che ha assegnato un livello basso ed una gamma ristretta ai suoi doveri verso Dio e l’uomo. Ha usato, o ne ha abusato, le tradizioni in cui era stato allevato, allo scopo di convincere se stesso che la perfezione consisteva  nella semplice risposta alle esigenze della società. In effetti ringraziava Dio, ma difficilmente comprendendo l’esistenza di suoi doveri diretti  verso il Creatore. Pensava che di aver fatto tutto quanto è richiesto Dio avendo soddisfatto l’opinione pubblica. Essere religiosi, nel pensiero del fariseo, era di stare in pace con gli altri, caricarsi della sua quota degli oneri per i poveri, astenersi dal vizio grave  e dare il buon esempio. La sua elemosina e i suoi digiuni non venivano dalla penitenza, ma dalla richiesta che ne faceva il mondo; penitenza avrebbe implicato la coscienza del peccato. Ringraziava Dio, era un fariseo, e non un pentito.

Il pericolo di essere farisei è grande. È sempre una minaccia per i cristiani. È la solita ed eterna tentazione: la soddisfazione di sé, l’autosufficienza, l’autostima! Se c’è un “auto” che dovremmo osservare, è l’auto-negazione, l’abnegazione che ci dà il vero spirito di penitenza. È bene ricordarlo, soprattutto ora in questo tempo di Quaresima. Abnegazione presuppone anche la conoscenza di sé, e che sarà il nostro argomento di Domenica prossima. Al fine di negare me stesso, devo sapere chi sono. Ora, dovrei essere una penitente, perché io sono un peccatore. Lasciate che il penitente provi sempre dolore per il suo peccato, dice sant’Agostino, e provate sempre  gioia per il suo dolore. Oggi, la Chiesa ci invita alla gioia. Ma qual è il motivo della mia gioia?

Possa la nostra Madre continuare a guidarci verso l’abnegazione e la penitenza, in modo che possiamo trovare la vera gioia della penitenza, la vera gioia della croce, la vera gioia della verità e la vera gioia della vita. Verso Colui che una volta disse: “Io sono la via, la verità e la vita!”.

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