Il parallelo tra le letture della forma ordinaria e della forma straordinaria del Rito Romano previste per Domenica 31 gennaio è particolarmente suggestivo.
Nella forma straordinaria, come abbiamo visto, siamo alla Domenica di Settuagesima, che comincia ad introdurci verso la Pasqua ricordando nel contempo la caduta dei nostri progenitori e la salvezza portata da Gesù Cristo.
Paolo ci ricorda che non è sufficiente appartenere al popolo di Dio per salvarsi: occorre combattere contro le tentazioni e mostrarsi fedeli a Dio per beneficiare compiutamente della grazia data a tutti, come bene argomenta S. Bernardo nel brano proposto ieri.
Il Vangelo di Matteo ripropone l’offerta di speranza e di salvezza fino all’ultimo, e mentre in Paolo siamo richiamati alla volontà e alla responsabilità, la parabola degli operai della vigna evidenzia la gratuità della grazia e della salvezza, che è la stessa per gli ultimi e per i primi.
Nel complesso ritroviamo nell’equilibrio delle due letture la condizione umana, certa della possibilità di salvezza (grazia) ma non dell’effettiva realizzazione per se’ (volontà e impegno): così, in senso antropologico esistenziale, abbiamo un uomo che guardando alla caduta e riconoscendo la sua miseria può essere preservato dall’orgoglio, e parimenti, nell’adozione a figlio di Dio, è preservato dalla disperazione.
Stesso equilibrio troviamo nell’introito, con i versetti del Salmo che associano le ambasce di morte che ci circondano al riconoscimento di Dio liberatore, nella colletta (afflizione dal peccato e richiesta di liberazione), nel graduale (dal Salmo 9), che preannuncia il Vangelo del giorno con il riconoscimento dei miseri evidenziando la continuità tra vecchio e Nuovo Testamento, nel tratto (Salmo 129) che riprende il contenuto dell’introito; il postcommunio conclude meravigliosamente questa struttura liturgica ponendo in continuità la fortificazione ricevuta dai doni e la ricerca ulteriore dei doni per l’eternità.
Sulla grazia di Dio sarà utile vedere anche Tito 3, 4-7, II Timoteo 1-9 e Romani da 9 a 11; inoltre Luca 15 e 18, 9-14 oltre a Romani 8. Per le conclusioni (comunque la grazia è gratuita, non dobbiamo inorgoglirci delle nostre opere), vediamo Romani 4, 2-8, I Corinzi 1, 26-31, II Corinzi 11, 30, Efesini 2, 8-10, Filippesi 3, 4-11. Utile anche leggere tutto il Salmo 129 (130).
Così, sospesi tra caduta e salvezza, tra lo ieri e il domani della condizione umana che nel suo equilibrio e nella sofferenza attuale emerge dalla proposta della forma straordinaria del Rito, la forma ordinaria, nella IV Domenica del tempo Ordinario, è volta al presente di un popolo che vede sorgere i profeti mandati da Dio e, dopo i profeti, il “segno” ancora più grande, il regno di Dio in Gesù Cristo; è un popolo in ascolto: in ascolto dei profeti e dei “segni” che magari stenta a riconoscere o non riconosce (vangelo odierno di ) ma che ci sono, un popolo che nel suo presente riceve l’esortazione di Paolo alla carità come risposta al travaglio di chi si trova sospeso tra la caduta e la speranza.
In questo senso esiste qui una certa complementarietà tra i contenuti scritturali della forma straordinaria ed ordinaria, le cui letture sarebbero opportunamente completate dalla revisione di quelle previste nei precedenti Venerdì e Sabato: l’orribile peccato di Davide, il profeta Natan inviato a farglielo riconoscere ed il perdono pur nella tragedia della morte del figlio per quanto riguarda l’Antico Testamento, ed il Vangelo (regno di Dio e Gesù come “segno”: “Chi sarà costui?”).
E con questo, buona Domenica con qualunque forma di rito e l’ovvia raccomandazione a chi non conosce quella straordinaria: venite e vedete!






Complimenti per la rilettura delle letture e per la “concordanza” in perfetto stile antoniano. Il mutuo arricchimento delle forme liturgiche passa anche da qui.