Dopo il sermone “a tema” di S. Alfonso Maria de’ Liguori, restiamo sulla Domenica di Settuagesima con quello di S. Bernardo da Chiaravalle, che ecumenicamente ci parla di giustificazione e predestinazione. Il testo originale è reperibile qui; interessante anche la versione in francese dell’Abbazia di S. Benoit.
1. Fratelli miei, ho trovato grande consolazione nelle parole del Signore: “Chi è un figlio di Dio ascolta la parola di Dio” (Giovanni VIII, 47). Per questo ascoltate così volentieri, perché siete da Dio. E non ignoro ciò che afferma un altro passo della Sacra Scrittura. ”Tutto è stato fatto da lui, per lui ed in lui” (Rm III, 36). Ma quelli che, secondo le parole di san Giovanni, sono nati “non da volere di carne, ma da Dio” (Giovanni I, 13), sono nati da lui in un modo completamente diverso, come ha detto lo stesso evangelista, in una delle sue lettere: “Ma chi è nato da Dio non pecca; la sua origine celeste lo preserva dal peccato” (I Giovanni, 18). “Non pecca” vuol dire che non persevera nel peccato perché la sua origine celeste conserva e gli evita di perire. O, meglio, non pecca vuol dire che è come se non avesse peccato, perché il suo peccato gli viene imputato; è così che lo conserva la sua origine celeste. Ma chi di questa generazione può parlare? Chi può dire che è uno degli eletti, uno di quelli predestinati alla gloria eterna, un figlio di Dio? Sì, mi chiedo, chi è che può parlare in questo modo? Soprattutto quando si legge la scrittura che obietta: “Nessuno sa se è degno di amore o di odio” (Eccles. IX. 1). Certo, non siamo sicuri della nostra salvezza, ma la speranza, basata sulla fede, ci conforta e impedisce che ci torturiamo con ansia e dubbi. Per questo a chiunque sono stati dati segni e indizi manifesti di salvezza, perché non dubitiamo che le persone in cui permangono tali segni facciano parte del numero degli eletti. Per questo, dico, a coloro che Dio conosceva nella sua eterna prescienza e ha predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo, ha negato la certezza della salvezza, per tenerli in una sorta di ansia, dare loro almeno la speranza, la grazia di consolazione. Ecco perché dobbiamo sempre metterci in discussione, e ci umiliamo con timore e tremore sotto la potente mano di Dio, perché, se siamo in grado di conoscere, almeno in parte, ciò che siamo oggi, ci sia del tutto impossibile prevedere ciò che saremo in futuro. Così, chi è in piedi guardi di non cadere, e si sforzi di proseguire e rafforzare se stesso con ulteriori progressi in quello stile di vita che è un indice e una presunzione di predestinazione.
2. Ma tutti i segni che ci danno materia di fiducia e di speranza, il più grande è quello del quale abbiamo parlato prima: “Chi è nato da Dio ascolta la parola di Dio“. A volte, infatti, troviamo alcuni che la ascoltano come se non li riguardasse. Ascoltano senza entrare in se stessi, senza esaminare il loro comportamento, senza nemmeno chiedere se, per caso, ciò che è stato detto possa essere anche per loro. Inoltre, se succedesse che la parola di Dio, vitale ed efficace, arriva proprio dove Egli vuole, a sua discrezione, e non a discrezione di chi parla, se, dico, succedesse che questa parola attaccasse apertamente quei vizi cui essi sono legati, farebbero finta di niente, guarderebbero altrove con gli occhi del loro cuore, o inventerebbero ogni sorta di pretesto per attenuare le loro colpe, seducendo miserabilmente se stessi. In queste persone, dunque, non trovo i segni della salvezza, anzi temo fortemente che non ascoltino la parola di Dio perché non sono nate da Dio. In voi,fratelli (grazie a Dio), veramente trovo orecchie capaci di ascoltare: certamente perché il frutto della parola di Dio appare nel vostro perfezionamento, ma anche mentre parlo, lo confesso, mi pare di percepire il fervore della vostra attenzione. Del resto, con quanta maggiore avidità succhiate il latte della parola, tanto più lo Spirito Santo, con la sua grazia, riempie i miei seni; e quanto più abbondante è ciò che mi è dato per voi, tanto più rapidamente vi attingete. Per questo parlo con voi più spesso di quanto non sia il costume del nostro ordine! So infatti che è scritto: “Se avrai speso qualcosa in più, te lo restituirò al mio ritorno” (Luca X, 35).
3. Oggi, fratelli, noi celebriamo l’inizio del Settuagesima il cui nome è ben noto in tutta la Chiesa. Ebbene, carissimi, vi dirò che il nome mi fa soffrire nell’anima. Infatti si commuove in me il mio spirito, sospirando proprio verso quella patria dove non esiste numero, né misura né peso. Per quanto tempo, infatti, potrei ricevere tutti i beni dell’anima e del corpo se avessero peso, numero e misura? Quanti servi, nella casa di mio padre,avrebbero pane in abbondanza mentre io starei morendo di fame! Perché è stato detto ad Adamo, a proposito del cibo corporale, e vale anche per noi: “Ti nutrirai con il sudore della tua fronte” (Gen. III, 19); e quando avrò lavorato il pane mi sarà dato a peso, da bere secondo misura, le fette di companatico a numero. Così vanno le cose nella vita del corpo. Come vanno quelle dell’anima? Non si mangia se non dopo aver sospirato; e voglia il Cielo, quando avrò pianto e sospirato, che meriti di ricevere anche un piccolo frammento del banchetto celeste, e come un cucciolo possa raccogliere le briciole che cadono dalla tavola dei miei padroni! O Gerusalemme, città del grande re che ti nutre con il grano più grosso riempie di allegria il corso del fiume! Sulle tue mura, non vi è né il peso o misura, mentre la sazietà è abbondante. Non si conosce nemmeno il numero, visto che tutti condividono le stesse cose. Ma io, che in verità sono completamente nella vicissitudine e nel numero, quando arriverò a quell’unica città dove vorrei giungere? Quando, Signore, la tua gloria si manifesterà a me e io sarò saziato? Quando mi inebrierò per l’abbondanza della tua casa, e berrò al torrente del tuo piacere? Per ora le gocce che cadono sulla terra sono così piccole da poter ingoiare soltanto la saliva.
4. Sì, fratelli, è ben vero che oggi tutto è dato a peso e misura e numero, ma un giorno non sarà più così. In effetti, a proposito di numeri, abbiamo letto da qualche parte: “La sua sapienza non si può calcolare” (Psal. CXLVI, 5). E altrove: “dolcezza senza fine alla tua destra” (Psal. XV, 11). Per quanto riguarda il peso, l’Apostolo parla di un peso senza peso “una quantità smisurata ed eterna di gloria” (II Cor. IV, 17) [E’ qui utilizzata la traduzione CEI 2008 che tuttavia, rispetto al contesto, non rende bene la correlazione: nella Volgata troviamo infatti ”supra modum in sublimitate aeternum pondus gloriae”, n. d. t.]. Dice “peso eterno”, ma, attenzione, premette “smisurato”. E Gesù Cristo promette così una misura senza misura: “una misura buona, pigiata, colma e traboccante” (Luca VI, 38)?. Ma quando potremo vedere queste cose? Probabilmente quando avremo raggiunto la fine di questa Settuagesima, cioè alla fine della nostra prigionia. Leggiamo, infatti, che i figli di Israele terminarono la prigionia babilonese dopo 70 anni, trascorsi i quali tornarono alle loro case, il tempio sollevarono il tempio dalle sue rovine, e ricostruirono la loro città. Ma la nostra prigionia, che dura dall’inizio del mondo, quando finirà? Quando saremo liberati da questa servitù? Quando sarà restaurata la città santa di Gerusalemme? Senz’altro quando sarà completata questa Settuagesima, formata del numero dieci e dal numero sette, perché sono dieci i comandamenti di Dio e sette gli ostacoli che ritardano il nostro progresso verso questi comandamenti.
5. Il primo ostacolo che incontriamo e che è un’attività pesante è dato dalle necessità di questo misero corpo che con le necessità di sonno, di cibo, di vestiti e di tutto il resto, senza dubbio spesso ci allontana dagli esercizi spirituali. In secondo luogo, ci ostacolano i vizi dell’anima, come la leggerezza, il sospetto, l’impazienza e l’invidia, il desiderio di lode e di tutto il resto che noi sperimentiamo ogni giorno. Il terzo e il quarto ostacolo consistono nella prosperità e nell’ avversità in questo mondo. Infatti, “un corpo corruttibile appesantisce l’anima e la tenda d’argilla opprime una mente piena di preoccupazioni” (Sap. IX, 15). Quindi fate attenzione a non cadere nell’una o nell’altra rete di tentazioni e cercate le armi della giustizia a destra e a sinistra. Il quinto ostacolo, il peggiore e il più formidabile, è la nostra ignoranza. In mille circostanze, infatti, noi non sappiamo quello che facciamo, quindi non sappiamo neppure che cosa è necessario chiedere a Dio nella preghiera. Il sesto ostacolo è il nostro nemico, che “come un leone ruggente va in giro cercando chi possa divorare” (I Pietro. V, 8). Voglia Dio che siamo liberati dalle prime sei tribolazioni, che il male non ci colpisca nella settima, e che non conosciamo il pericolo dei falsi fratelli. Voglia Dio che sopportiamo l’ assalto dello spirito del maligno e dei suoi suggerimenti, e che gli uomini non possano farci del male con esempi perniciosi, con consigli inopportuni, con parole lusinghiere, di calunnia, e in mille altri modi. Vedete certamente come abbiamo bisogno, per superare questi sette ostacoli al nostro progresso, di essere aiutati dai sette doni dello Spirito Santo. Così, per quei sette ostacoli che ci ritardano nella via dei comandamenti di Dio, trascorriamo il tempo di questa Settuagesima nel dolore del pentimento, fermando il canto dell’ Alleluia e ripensando, fin dall’inizio, alla triste storia della trasgressione umana.
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