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Nuova pagina dal 18/gennaio 2010: "Come si celebra la S. Messa in forma straordinaria" (video)

La Santa Messa dove e quando: pagina aggiornata al 25 gennaio 2010 con lo spostamento di sede a Savona

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Liturgia: itinerari

Il proprio del 31 gennaio (Domenica di Settuagesima)

Dal collegamento è disponibile il proprio (foglietto) della S. Messa del 31 gennaio 2010, Domenica di Settuagesima; di seguito è riportata l’ampia trattazione di Dom Guéranger sul Tempo di Settuagesima e sulla Domenica di Settuagesima.

I   STORIA DEL TEMPO DI SETTUAGESIMA

Importanza di questo tempo.

Il Tempo di Settuagesima abbraccia la durata delle tre settimane che precedono immediatamente la Quaresima e costituisce una delle parti principali dell’Anno Liturgico. È suddiviso in tre sezioni ebdomadarie, di cui solamente la prima porta il nome di Settuagesima; la seconda si chiama Sessagesima; la terza Quinquagesima.

È chiaro che questi nomi esprimono una relazione numerica come la parola Quadragesima, donde deriva la parola Quaresima. La parola Quadragesima sta ad indicare la serie dei quaranta giorni che dobbiamo attraversare per arrivare alla festa di Pasqua. Le parole QuinquagesimaSessagesimaSettuagesima ci fanno quasi vedere tale solennità in un lontano ancora più prolungato; però non è meno importante il grande oggetto che comincia ad assillare la santa Chiesa, la quale lo propone ai suoi figli quale mèta verso cui devono ormai tendere tutti i loro desideri e tutti i loro sforzi.

Orbene, la festa di Pasqua esige per preparazione quaranta giorni di raccoglimento e di penitenza. È il tempo più propizio, il mezzo più potente che adopera la Chiesa per ravvivare nel cuore e nello spirito dei fedeli il sentimento della loro vocazione. Nel loro più alto interesse, essi non devono lasciar passare questo periodo di grazie, senz’averne approfittato per il rinnovamento dell’intera loro vita. Perciò conveniva disporli a questo tempo di salute, ch’è di per se stesso una preparazione, affinché, spegnendosi a poco a poco nei loro cuori i rumori del mondo, fossero più attenti al grave monito che la Chiesa farà loro, imponendo la cenere sul capo.

Origine.

La storia della Settuagesima è intimamente legata a quella della Quaresima. Infatti fin dal V secolo cominciava la sesta domenica prima di Pasqua, che corrisponde alla prima domenica dell’attuale Quaresima, e comprendeva i quaranta giorni che vanno fino al Giovedì Santo, considerato dall’antichità cristiana come il primo Mistero pasquale.

La domenica non si digiunava; di conseguenza non v’erano, propriamente parlando, che 34 giorni di digiuno effettivo (36 col Venerdì e il Sabato Santo). Ma il desiderio d’imitare l’intero digiuno del Signore portò le anime ferventi ad anticiparlo.

Quinquagesima.

Questa usanza si vede apparire la prima volta nel V secolo; tanto che san Massimo di Torino, nel Sermone 26°, pronunciato forse nel 451, la biasima e ricorda che la Quaresima comincia la domenica di Quadragesima. Ma siccome in seguito essa si andava molto diffondendo tra i fedeli, verso il 465, nel Sermone 36°, l’approva.

Nel VI secolo san Cesario d’Arles, nella sua Regola per le Vergini, fa cominciare il digiuno una settimana prima della Quaresima. Dunque è certo che, almeno nei monasteri, la Quinquagesima esiste fin d’allora. Il Primo Concilio d’Orléans (511) ordina ai fedeli di osservare prima di Pasqua la Quadragesima e non la Quinquagesima, per “mantenere – dice il canone 26° – l’unità delle usanze”. Il primo e secondo Concilio d’Orange (511 e 541) combattono il medesimo abuso e proibiscono di digiunare prima della Quadragesima. L’autore del Liber Pontificalis, intorno al 520, segnala l’usanza d’anticipare la Quaresima d’una settimana, ma sembra che fosse ancora poco diffusa.

Sessagesima.

In seguito, il periodo consacrato al digiuno venne ancora anticipato di un’altra settimana, che si aggiunse alla Quinquagesima e si chiamò Sessagesima. La prima menzione si riscontra nella Regola di san Cesario, scritta per i Monaci prima del 542. Ugualmente ne parla il IV Concilio d’Orléans, nel 541, ma solo per proibire le anticipazioni del digiuno.

Settuagesima.

Finalmente, verso la fine del VI secolo o il principio del VII, apparve a Roma la Settuagesima, come se ne fa menzione nelle Omelie di san Gregorio Magno (594-604). Le osservanze liturgiche raggiunsero a poco a poco prima l’Italia del Nord, con Milano, poi, per l’influsso dei Carolingi, tutta l’Europa occidentale. L’Inghilterra le ricevette alla fine del VII secolo e l’Irlanda soltanto dopo il IX. Però, se il digiuno era ormai osservato durante le settimane di Quinquagesima e di Sessagesima, sembra che al momento della sua istituzione, la Settuagesima non fosse che una celebrazione liturgica senza digiuno; mentre nel IX secolo i Concili Carolingi lo prescrivono formalmente.

Soppressione dell’Alleluia.

Sappiamo da Amalario, che, dall’inizio del IX secolo, alla Settuagesima si sospendeva l’Alleluia e il Gloria in excelsis Deo.

Anche i monaci si conformarono a quest’uso, sebbene la Regola di san Benedetto formulasse una disposizione contraria. Secondo alcuni fu san Gregorio VII (1073-1085) che, alla fine dell’XI secolo, soppresse l’officiatura alleluiatica, in uso fino allora, alla domenica di Settuagesima. Si tratta delle antifone alleluiatiche delle Lodi, che san Gregorio VII avrebbe sostituite con quelle dell’ufficio della domenica di Settuagesima, fornendo quest’ultima di nuove antifone. Tale fatto è attestato dall’Ordo Ecclesiae Lateranensis del XII secolo. È dunque da ritenere che fu quel Papa ad anticipare la soppressione dell’Alleluia al sabato avanti la Settuagesima (Mons. Callewaert, Sacris erudiri, p. 650).

Così questo tempo dell’Anno Liturgico, dopo vari esperimenti, finì per stabilirsi definitivamente. Fondato sull’epoca della festa di Pasqua è, per ciò stesso, soggetto a ritardo o ad anticipo, secondo la mobilità di quella festa. Il 18 gennaio e il 22 febbraio vengono chiamati chiave della Settuagesima, perché la domenica che porta questo nome non può essere collocata né prima del 18 gennaio, né dopo il 22 febbraio.

II MISTICA DEL TEMPO DI SETTUAGESIMA

Il tempo in cui entriamo contiene profondi misteri, che non sono solamente propri delle tre settimane che ci preparano alla santa Quarantena, ma si estendono a tutto il periodo che ci separa dalla grande festa di Pasqua.

Due tempi.

Il numero settenario è il fondamento di questi misteri.

“Vi sono due tempi, dice sant’Agostino nel suo commento al Salmo 148: uno si attraversa ora, nelle tentazioni e tribolazioni della vita; l’altro si passerà in una sicurezza e letizia eterne. Noi li celebriamo, il primo avanti la Pasqua, il secondo dopo la Pasqua. Il tempo avanti la Pasqua esprime le angosce della vita presente, quello che comincia con la Pasqua significa la beatitudine che godremo un giorno. Ecco perché passiamo il primo dei due tempi nel digiuno e nella preghiera, mentre il secondo lo dobbiamo dedicare ai canti della gioia; e per tutta la sua durata è sospeso il digiuno”.

Due luoghi.

La Chiesa, interprete delle sacre Scritture, ci addita due diverse città, in diretto rapporto coi due tempi descritti da sant’Agostino: Babilonia e Gerusalemme. La prima è il simbolo di questo mondo di peccato, dove il cristiano passerà il tempo della prova; la seconda è la patria celeste, dove si riposerà di tutti i suoi combattimenti.

Il popolo d’Israele, la cui storia è tutta una grandiosa figura dell’umanità, fu esiliato da Gerusalemme e tenuto, per settant’anni, prigioniero in Babilonia. Per esprimere questo mistero la Chiesa, secondo Alcuino, Amalario, Ivo di Chartres e generalmente i liturgisti del Medioevo, ha voluto fissare per i giorni dell’espiazione il numero settuagenario, e, seguendo lo stile delle sacre Scritture, ha preso il numero simbolico per quello reale.

Le sette età del mondo.

Secondo le antiche tradizioni cristiane anche la durata del mondo si divide in sette periodi. Prima che albeggi il giorno della vita eterna il genere umano deve attraversare sette età. La prima è trascorsa dalla creazione di Adamo a Noè; la seconda dal diluvio fino alla vocazione di Abramo; la terza comincia con questo primo nucleo del popolo di Dio e arriva a Mosè, per le cui mani il Signore elargì la Legge; la quarta si estende da Mosè a David, nella cui persona si inizia la sovranità reale della casa di Giuda; la quinta abbraccia la serie di secoli dopo il regno di David fino alla cattività dei Giudei in Babilonia; la sesta si svolge al loro ritorno dalla cattività fino alla nascita di Gesù Cristo. Finalmente si apre la settima età, che sorge con l’apparizione del Sole di giustizia, e durerà fino all’avvento del Giudice dei vivi e dei morti. Tali sono le sette grandi frazioni dei tempi, dopo i quali non v’è che l’eternità.

Il settenario della gioia.

Per confortarci in mezzo ai combattimenti di cui è cosparso il nostro cammino, la Chiesa ci fa conoscere un altro settenario, che in realtà seguirà a quello che andiamo attraversando. Dopo la Settuagesima della tristezza verrà la Pasqua, con sette settimane di gioia, a farci pregustare le consolazioni e le delizie del cielo. Difatti, dopo aver digiunato con Cristo e compartecipato alle sue sofferenze, risusciteremo con lui, e i nostri cuori lo seguiranno nel più alto dei cieli. A poco a poco sentiremo discendere in noi il divino Spirito coi suoi sette doni; per cui la celebrazione di sì grandi meraviglie non ci chiederà meno di sette settimane, cioè da Pasqua a Pentecoste.

Il periodo della tristezza.

Dopo aver gettato uno sguardo di speranza verso il consolante avvenire dobbiamo ora rifarci alle realtà presenti. Che cosa siamo quaggiù? Degli esiliati, degli essere in catene, in preda a tutti i pericoli che Babilonia ci nasconde. Orbene, se amiamo la patria, se desideriamo rivederla, dobbiamo romperla con le false lusinghe di questo perfido straniero e respingere lungi da noi quella tazza, alla quale s’inebria una gran parte dei nostri fratelli di cattività. Essa c’invita ai trastulli ed ai piaceri; ma le nostre arpe devono rimaner sospese ai salici presso le rive del suo fiume, fino a quando ci sarà dato il segnale di rientrare in Gerusalemme. Vorrebbe impedirci di riascoltare i canti di Sion entro le sue mura, come se il nostro cuore potesse star contento lontano dalla patria, mentre un esilio eterno sarebbe la pena della nostra infedeltà. “Come canteremo i cantici del Signore in terra straniera?” (Sal 136,4).

I riti della penitenza.

Sono questi i sentimenti che la Chiesa cerca d’infonderci in tali giorni, richiamando l’attenzione sui pericoli che ci circondano, dentro e fuori di noi, da parte delle creature. Per il resto dell’anno ci spronerà a ripetere il canto celestiale del gioioso Alleluia! Ma ora ci mette la mano sulla bocca, perché non abbia mai a risuonare quel grido d’allegrezza in Babilonia. “Siamo in viaggio e lontani dal Signore! (2Cor 5,6): serbiamo i nostri inni per il momento che lo raggiungeremo. Siamo peccatori, e molto spesso complici degli infedeli: purifichiamoci col pentimento, perché sta scritto che “la lode del Signore perde la sua bellezza nella bocca del peccatore” (Eccli 15,9).

La caratteristica di questo tempo è, dunque, la sospensione dell’Alleluia che non dovrà più sentirsi sulla terra, fino a quando non avremo partecipato alla morte di Cristo e non saremo risuscitati con lui per una vita nuova (Col 2,12).

Ugualmente ci viene tolto l’inno angelico Gloria a Dio nel più alto dei cieli, che riecheggiò ogni domenica dopo la nascita del Redentore; ci sarà solo concesso ripeterlo in quei giorni della settimana in cui si commemora la festa d’un Santo. Alla domenica il Mattutino perde fino a Pasqua l’Inno Ambrosiano Te Deum laudamus. Al termine del Sacrificio il diacono non scioglierà più l’assemblea dei fedeli con le parole Ite, missa est; ma solo li inviterà a continuare la loro preghiera in silenzio, benedicendo il Dio della misericordia che, malgrado le nostre iniquità, non ci ha rigettati da lui.

Dopo il Graduale della Messa, in luogo dell’Alleluia, che si ripeterà tre volte per disporre i nostri cuori ad aprirsi per ascoltare la voce stessa del Signore nella lettura del suo Vangelo, sentiremo l’emozionante melodia del Tratto, il quale esprime il linguaggio del pentimento, della supplica incessante e dell’umile confidenza, che ci devono essere abituali in questi giorni.

Altri riti liturgici.

Pare che la Chiesa si preoccupi d’avvertire anche i nostri occhi, che il tempo in cui entriamo è un tempo di dolore. Difatti, il violaceo sarà il colore abituale, quando non vi sarà un Santo da festeggiare. Fino al Mercoledì delle Ceneri il diacono e il suddiacono continueranno a indossare la dalmatica e la tunica; ma a partire da questo giorno deporranno questi abiti di gioia, e aspetteranno che l’austera Quarantena ispiri alla Chiesa come esprimere ancora più la sua tristezza, eliminando tutto ciò che potrebbe minimamente risentire di quello splendore, di cui in altro tempo ama circondare i suoi altari.

III   PRATICA DEL TEMPO DI SETTUAGESIMA

Sono scomparse le gioie che gustammo con la Nascita dell’Emmanuele. Furono quaranta giorni di breve gioia; poi il cielo della Chiesa si è oscurato, apparendo soffuso di tinte più tristi. Forse è per sempre perduto il Messia atteso con tanta speranza nelle settimane d’Avvento? o il Sole di giustizia ha deviato il suo corso per dirigersi lontano da questa terra colpevole?

Partecipazione alla Passione di Cristo.

Rassereniamoci, il Figlio di Dio e di Maria non ci può aver abbandonati, perché il Verbo si è fatto carne per abitare in mezzo a noi. Gli è riservata una gloria più grande di quella di nascere fra i cori angelici, e noi ne avremo parte; ma la comprerà a prezzo di mille patimenti con la più crudele e ignominiosa delle morti. Se, dunque, vogliamo partecipare al trionfo della sua Risurrezione, dobbiamo prima seguirlo nella via dolorosa bagnata dalle sue lacrime e dal suo sangue.

Fra poco si farà sentire la voce della Chiesa per invitarci alla penitenza quaresimale; ma in preparazione a questo penoso battesimo, vuole che per tre settimane ci soffermiamo a sondare la profondità delle piaghe fatte alle nostre anime dal peccato. È vero, niente uguaglia il fascino e la dolcezza del Bambino di Betlem; ma non ci bastano più le sue lezioni d’umiltà e di semplicità. Sta per essere eretto l’altare, dove sarà immolata da una tremenda giustizia la grande vittima che morirà per noi, ed è quindi tempo che ci chiediamo conto delle obbligazioni che abbiamo con Colui ch’è pronto a sacrificare l’innocente in luogo dei colpevoli.

Opera di purificazione.

Il mistero d’un Dio che si degna di incarnarsi per gli uomini ci ha aperto i sentieri della Via illuminativa; ma i nostri occhi sono invitati a contemplare una luce più viva. Non si turbi il nostro cuore: la bellezza della Natività sarà superata dalla grande vittoria dell’Emmanuele. Ma se il nostro occhio è ansioso di mirare il suo splendore, si deve prima purificare, immergendosi senza debolezza nel profondo abisso della sua miseria. A nessuno sarà negato il lume divino per compiere quest’opera di purificazione e di giustizia. Quando giungeremo a ben conoscere noi stessi ed a renderci conto della profonda caduta originale e della malizia dei peccati attuali, a comprendere, nella luce di Dio, la sua immensa misericordia per noi, allora soltanto saremo preparati alle salutari espiazioni che ci attendono ed alle gioie ineffabili che le seguiranno.

Il pianto dell’esilio.

Poiché tanto tempo è consacrato ai più gravi pensieri, non sappiamo esprimere meglio i sentimenti che la Chiesa attende dal cristiano che traducendo un brano dell’eloquente esortazione, che nel secolo IX indirizzava il grande Ivo di Chartres al suo popolo, all’aprirsi della Settuagesima. “Lo disse l’Apostolo: Tutte le creature sospirano e sono nei dolori del parto. E non esse soltanto, ma anche noi che dobbiamo le primizie dello spirito, anche noi sospiriamo dentro noi stessi, aspettando l’adozione dei figli di Dio e la redenzione del nostro corpo (Rm 8,22). Questa anelante creatura è l’anima allontanata dalla corruzione del peccato, che piange la sorte d’essere ancora soggetta a tante caducità e continuerà a soffrire i dolori della sua nascita fino a quando sarà lontana dalla patria. Per la stessa ragione il Salmista esclamava: Misero me! il mio pellegrinaggio è prolungato! (Sal 119,5). Lo stesso Apostolo, che aveva ricevuto lo Spirito Santo ed era uno dei primi membri della Chiesa ansioso di ricevere di fatto l’adozione filiale, che già possedeva nella speranza, esclamava: Desidero morire ed essere con Cristo (Fil 1,23). Perciò dobbiamo in questi giorni più che mai abbandonarci al pianto ed alle lacrime, per meritare con la tristezza ed i lamenti del nostro cuore di ritornare nella patria, dalla quale ci esiliarono le gioie che procurano la morte. Piangiamo durante il viaggio, se vogliamo gioire giunti alla mèta; percorriamo l’arena della vita presente per cogliere al termine il premio della chiamata celeste; non siamo dei viaggiatori insensati che dimenticano la propria terra e s’affezionano a quella dell’esilio, o si fermano lungo la via; neppure dobbiamo essere di quei malati insensibili che non sanno cercare il rimedio ai loro mali, perché è già spacciato chi non ha neppure coscienza della propria infermità. Corriamo dunque dal medico dell’eterna salute, a scoprirgli tutte le nostre ferite e a fargli sentire l’intimo grido dell’anima nostra: Abbi pietà di me, Signore, che son malato: ridonami la salute perché le mie ossa sono sconquassate (Sal 6,3). Così questo medico divino perdonerà le nostre iniquità, ci guarirà da tutti i languori e colmerà tutti i nostri desideri per il bene”.

Vigilanza.

Il cristiano che vuole, durante questo tempo, penetrare lo spirito della Chiesa, deve bandire da sé quella falsa sicurezza, o quella propria soddisfazione che spesso alligna nelle anime molli e tiepide e non produce che sterilità, quando non porta insensibilmente alla distruzione del vero senso cristiano. Chi si crede dispensato da questa continua vigilanza, tanto raccomandata dal Salvatore (Mc 13,37), è già nelle mani del nemico; chi non sente il bisogno di combattere, lottare per mantenersi saldo nella via del bene deve temere d’essere molto lontano dal Regno di Dio, che si conquista con la forza (Mt 11-12); chi dimentica i peccati perdonati dalla misericordia divina, deve tremare al pensiero che d’ora in poi sarà lo zimbello d’una pericolosa illusione (Eccli 5,5).

Diamo dunque gloria a Dio in questi giorni, consacrandoci alla coraggiosa contemplazione delle nostre miserie, ed attingendo nella conoscenza di noi stessi sempre nuovi motivi di sperare in Colui, che mai debolezze ed errori impedirono d’abbassarsi fino a noi per innalzarci fino a lui.

DOMENICA DI SETTUAGESIMA

Il peccato e le sue conseguenze.

La Santa Chiesa oggi c’invita a ricordare insieme con lei la storia della caduta del nostro progenitore. Una simile rovina già ci mostra l’epilogo della vita mortale. del Figlio di Dio fatto uomo, il quale si degnò addossarsi l’espiazione della prevaricazione originale e di tutte le colpe future. Per essere in grado d’apprezzarne il rimedio, è necessario che guardiamo in fondo la piaga. Perciò dedicheremo l’intera settimana a meditare la gravità del primo peccato e il cumulo delle sventure che attirò sull’umanità.

Una volta la Chiesa leggeva nel Mattutino di questa domenica il racconto di Mosè che preparava tutte le generazioni a questo grande avvenimento. L’attuale Liturgia rimanda questa lettura al Mattutino del Mercoledì di questa settimana, mentre i giorni che lo precedono sono consacrati ai sei giorni della creazione. Tuttavia è bene che ce ne occupiamo ugualmente subito, perché è la storia più importante ed è la base di tutti gl’insegnamenti della settimana.

Dal libro del Genesi (Gen 3,1-19)

Ora il serpente era il più astuto di tutti gli animali della terra che il Signore aveva fatti. Ed esso disse alla donna: “Perché Dio v’ha comandato di non mangiare del frutto di tutte le piante del paradiso?” E la donna gli rispose: “Del frutto delle piante che sono nel paradiso ne mangiamo; ma del frutto dell’albero che è nel mezzo del paradiso Dio ci ordinò di non mangiarne, e di non toccarlo, ché forse non s’abbia a morire”. Ma il serpente disse alla donna: “No, voi non morrete. Anzi Dio sa bene che , in qualunque giorno ne mangerete, si apriranno i vostri occhi, e sarete come Dei, avendo la conoscenza del bene e del male”. Or la donna, vedendo che il frutto dell’albero era buono a mangiarsi e bello all’occhio e gradevole all’aspetto, lo colse e ne mangiò e ne diede al suo marito, che ne mangiò.

Allora si apersero gli occhi ad ambedue, ed essendosi accorti d’esser nudi, cucirono delle foglie di fico e se ne fecero delle cinture. Ed avendo udito la voce del Signore Dio che passeggiava nel fresco del paradiso al fresco della sera, Adamo con la sua moglie si nascose dal cospetto del Signore Dio in mezzo agli alberi del paradiso. E il Signore Dio chiamò Adamo e gli disse: “Dove sei?” Ed egli rispose: “Ho sentito nel paradiso la tua voce, ed avendo paura, perché nudo, mi son nascosto”. E Dio gli disse: “Chi ti ha fatto conoscere d’essere nudo, se non l’aver mangiato il frutto del quale ti avevo comandato di non mangiare?”. Adamo rispose: “La donna che mi desti per compagna mi ha dato il frutto e io ne ho mangiato”. E il Signore Dio disse alla donna: “Perché hai fatto questo?”. Ed essa rispose: “Il serpente mi ha sedotta, ed io ne ho mangiato”.

Allora il Signore Dio disse al serpente: “Perché hai fatto questo, sei maledetto fra tutti gli animali e le bestie della terra, tu striscerai sul tuo ventre e mangerai terra tutti i giorni della tua vita. Ed io porrò inimicizia fra te e la donna, fra la tua progenie e la progenie di lei; essa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno”. E alla donna disse: “Io moltiplicherò i tuoi affanni e le tue gravidanze: con dolore partorirai i tuoi figlioli, sarai sotto la potestà del marito, ed egli ti dominerà”. Ad Adamo poi disse: “Perché hai dato ascolto alla voce della tua moglie, ed hai mangiato del frutto del quale io t’avevo comandato di non mangiare, la terra è maledetta per causa tua, con fatica ne trarrai il nutrimento per tutti i giorni della tua vita. Essa ti produrrà triboli e spine, e tu mangerai l’erba dei campi. Col sudore della tua fronte mangerai il pane, finché non tornerai nella terra dalla quale fosti tratto; perché tu sei polvere, e in polvere ritornerai”.

Ecco la terribile pagina della storia umana, che sola può spiegare la condizione attuale dell’uomo sulla terra e per mezzo della quale noi impariamo come comportarci con Dio. Ne faremo l’oggetto principale delle nostre riflessioni nei prossimi giorni. Frattanto veniamo alla spiegazione della Liturgia odierna.

Messa

La Stazione è, a Roma, in S. Lorenzo fuori le Mura.

Gli antichi liturgisti notavano la relazione esistente fra il giusto Abele, il cui sangue sparso dal fratello forma l’oggetto d’un Responsorio dell’odierno Mattutino, e il Martire sulla tomba del quale la Chiesa Romana apre la Settuagesima.

Epistola (1Cor 9,24-27; 10,1-15). – Fratelli: Non sapete che nelle corse dello stadio corrono sì tutti, ma uno solo ottiene il premio? Anche voi correte in modo da ottenerlo. Tutti i lottatori si sottopongono a ogni sorta di astinenze, e lo fanno per una corona corruttibile; ma noi lo facciamo per ottenere una corona eterna. Io poi corro in questa maniera e non come a caso: così combatto, non come chi batte l’aria: ma tratto duramente il mio corpo e lo costringo a servire, affinché dopo aver predicato agli altri, non diventi reprobo io stesso. Non voglio lasciarvi ignorare, o fratelli, che i padri nostri furono tutti sotto la nuvola, e tutti attraversarono il mare, e tutti furon battezzati per Mosè nella nube e nel mare, e tutti mangiarono dello stesso cibo spirituale, e tutti bevvero la stessa bevanda spirituale (bevevano alla pietra spirituale che li accompagnava, e questa pietra era Cristo). Ma non in gran numero di essi Dio si compiacque.

Coraggio e generosità.

L’energica parola dell’Apostolo raddoppia la nostra emozione al pensiero dei grandi eventi che si collegano a questo giorno. Il mondo è un’arena dove tutti dobbiamo correre; ma il premio sarà di coloro che corrono agili e liberi. Guardiamoci quindi da tutto ciò che potrebbe ritardare la nostra corsa e farci perdere la corona. Non illudiamoci: non v’è nessuna sicurezza per noi, finché non saremo arrivati al termine. È stata forse la nostra conversione più sincera di quella di san Paolo, e le nostre opere più sante e meritorie delle sue? Tuttavia egli confessa che non s’è spento nel suo cuore il timore di divenire reprobo per cui castiga il suo corpo e lo tiene schiavo.

Allo stato attuale l’uomo non ha più quella retta volontà di Adamo prima del peccato, che del resto ne seppe usare così male: una tendenza fatale ci trascina verso l’abisso, al punto che possiamo conservare l’equilibrio solo sacrificando il corpo allo spirito. Sembra, questa una dottrina dura ai più, tanto che molti non giungeranno al traguardo, né potranno aver parte alla ricompensa loro destinata. Come gli Israeliti di cui parlava l’Apostolo, essi meriteranno d’essere seppelliti nel deserto e non vedranno mai più la terra promessa. Eppure s’erano realizzate sotto i loro occhi le stesse meraviglie di cui furono testimoni Giosuè e Caleb; ma non esiste rimedio che possa guarire l’indurimento d’un cuore che si ostina a riporre ogni speranza nelle cose presenti, come non si rivelassero ad ogni momento vane e pericolose.

Se invece il nostro cuore confida in Dio e si conforta pensando che non mancherà il suo aiuto a chi l’implora, non s’arresterà mai la corsa del nostro pellegrinaggio e giungeremo felicemente alla mèta. Gli occhi del Signore sono sempre rivolti a chi lavora e soffre (Dal Graduale della Messa).

Vangelo (Mt 20,1-16). – In quel tempo: Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: È simile il regno dei cieli a un padrone che allo spuntar del giorno uscì a prendere ad opera dei lavoratori per la sua vigna. E pattuito coi lavoratori un denaro al giorno, li mandò alla sua vigna. Ed uscito verso l’ora terza, vide altri stare sulla piazza sfaccendati, e disse loro: Andate anche voi nella mia vigna e vi darò quel che sarà giusto. E quelli andarono. Di nuovo uscì verso l’ora sesta e nona, e fece lo stesso. Uscito poi verso l’undecima, trova altri sfaccendati, e dice loro: Perché vene state tutto il giorno qui senza far nulla? Gli risposero: Perché nessuno ci ha presi a giornata. Ed egli a loro: Andate anche voi nella mia vigna. Venuta poi la sera, il padrone della vigna dice al suo fattore: Chiama i lavoratori e paga loro la mercede, cominciando dagli ultimi fino ai primi. Essendo dunque venuti quelli dell’undecima ora, ebbero un denaro per uno. Venuti poi anche i primi, pensavano di ricevere di più: ma ebbero anch’essi un denaro per uno. E, presolo, mormoravano contro il padrone, dicendo: Questi ultimi han fatto un’ora sola, e li hai trattati come noi che abbiamo portato il peso della giornata e il caldo. Ma egli, rispondendo a uno di loro, disse: Amico, io non ti faccio torto: non hai pattuito con me per un denaro? Piglia il tuo e vattene; ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te. E non posso fare del mio quel che voglio? È forse maligno il tuo occhio perché io son buono? Così gli ultimi saranno i primi, e i primi gli ultimi. E molti sono i chiamati, pochi gli eletti.

La chiamata delle nazioni.

Notiamo la grande importanza di cogliere il senso giusto di questo brano evangelico e valutarne i motivi per cui la Chiesa ce lo propone in questo giorno.

Anzitutto consideriamo le circostanze nelle quali il Salvatore pronuncia tale parabola e il fine istruttivo che in essa ci viene esplicitamente dichiarato. Si tratta di avvertire i Giudei che s’avvicina la fine della loro legge, la quale deve lasciare il posto alla legge cristiana, e di disporli ad accogliere favorevolmente l’idea che i Gentili saranno chiamati a stringere alleanza con Dio. Difatti la vigna di cui si parla è la Chiesa, nei suoi differenti aspetti, dall’inizio del mondo fino al giorno in cui il Signore s’abbassò a venire in mezzo agli uomini e costituì, in una forma visibile e permanente, la società dei credenti in lui. L’alba di questo mondo era durata da Adamo fino a Noè; l’ora terza si estese da Noè ad Abramo; l’ora sesta cominciò da Abramo e giunse fino a Mosè; l’ora nona fu l’epoca dei Profeti, fino all’avvento del Signore. Finalmente l’ora undecima, quando cioè il mondo sembrava volgere alla completa rovina, apparve il Messia. Le più grandi misericordie furono riservate a questa ultima età, nella quale la sua salvezza doveva estendersi ai Gentili per mezzo della predicazione degli Apostoli.

Con quest’ultimo mistero Gesù vuol confondere la superbia dei Giudei e far notare l’invidia dei Farisei e dei Dottori della Legge vedendo estendersi, fino alle nazioni pagane, l’adorazione del Padre: il che apparve chiaramente dalle rimostranze egoistiche degli operai invitati per primi, al Padre di famiglia. Ma la loro ostinazione sarà debitamente punita, perché Israele che lavorava prima di noi sarà riprovato per la durezza del suo cuore, e noi Gentili ch’eravamo gli ultimi, diventeremo i primi figli del Padre, perché saremo membri della Chiesa Cattolica, Sposa del Figlio di Dio.

La vocazione d’ogni uomo.

Questa è l’interpretazione che fanno della parabola i santi Padri, specialmente sant’Agostino e san Gregorio Magno. Ma l’insegnamento del Salvatore contiene senza dubbio un altro importante significato, non meno sottolineato dall’autorità dei due santi Dottori, e consiste nella chiamata che Dio rivolge a ciascuno di noi per invitarci a meritare il Regno eterno con la fatiche di questa vita.

Il mattino fu la nostra infanzia. L’ora terza, secondo il costume antico di contare, è quella della prima ascesa del sole verso il cielo, cioè l’età della giovinezza. L’ora sesta, mezzogiorno, è l’età virile. Finalmente l’undecima, che precede di pochi istanti il tramonto, è la vecchiaia. Il Padre di famiglia chiama operai a tutte le ore, ed essi devono rispondere non appena odono la sua voce; non è lecito ai primi chiamati attardarsi al lavoro, col pretesto che ci andranno a una seconda chiamata del Padrone: chi li assicura che vivranno fino all’ultima ora? quando sarà l’ora terza, può uno presumere di arrivare anche alla sesta ora? Il Signore chiamerà alle ultime ore di lavoro i superstiti di questo mondo; ma non s’è mai impegnato a rinnovare l’invito a chi una volta lo rifiutò.

Preghiamo

Esaudisci, Signore, le preghiere del tuo popolo e fa’ che noi giustamente afflitti per i nostri peccati, siamo misericordiosamente liberati a gloria del tuo nome.

(Dom Prosper Guéranger, L’anno liturgico trad. it. P. Graziani, Alba, 1959)

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