Torniamo (dopo il post del 5 giugno) a qualche riflessione sul libro che segna la riconciliazione – a quanto pare non solo editoriale – tra il card. Martini e don Verzè. L’articolo che segue, tratto dal sempre più intrigante (in senso positivo!) “Settimanale di Padre Pio” dei Francescani dell’Immacolata, ritorna sull’argomento con i toni fermi e chiari di Padre Alfonso M. Bruno.
SIAMO TUTTI NELLA STESSA BARCA
di Padre Alfonso M. Bruno, FI
È un articolo di opinione sul nuovo libro di Martini-Verzé che ha riportato a galla illusioni e confusioni morali e dottrinali. Sfruttando l’areopago del social network lo scopo è restituire alla sfera pubblica un dibattito che ancora una volta rischierebbe di essere solo appannaggio dei dittatori del relativismo.
Siamo tutti nella stessa barca è il titolo di un volumetto da 92 pagine nel quale il card. Carlo Maria Martini e don Luigi Verzé dialogano facendo scivolare la “navicella” del loro pensiero sul pus prodotto dalle piaghe della nostra società. Ho voluto procurarmi questo libro e leggerlo di un fiato sorbendone tutta la carica soporifera del déjà vu e del déjà entendu (il già visto e il già sentito) del progressismo cattolico. Malgrado la trovata retorica dei due navigatori erranti, il libro ha il demerito di annoiare e il merito di essere così breve da far durare poco la noia.
Un tempo, luogo di scambi, di opinioni e di idee era la piazza del paese. Forse nei caffè d’antan, frequentati da intellettuali borghesi, si sarebbe parlato di questo libro così pubblicizzato. In quest’ultimo decennio, nel quale lo spazio d’incontro sociale è passato dal reale al virtuale, la piazza e il bar sono diventati il social network dello strumento internet.La cosa mi ha intrigato e ho voluto far navigare la “navicella” del mio senso critico verso i porti e le piazze dei vari blog, leggendone i post. Ho voluto, poi, analizzare l’accoglienza della stampa a questo libro e poi ancora le reazioni dei tradizionalisti e dei modernisti visto che ci troviamo nella cultura della polarizzazione, riduttiva e fuorviante come servizio alla verità, quando si trattano materie legate alla fede e alla morale.
Nella società degli anchormen il card. Martini è ormai associato a tutte le aperture del mondo cattolico progressista, quasi ne fosse un’icona. Nel libro in questione, “l’avvocato del diavolo” è don Verzé, con domande e riflessioni provocatorie al Cardinale che tenta di sdoganarlo dall’accusa di relativista (p. 14). Don Luigi Verzé ha offerto la cattedra all’università “San Raffaele” di cui è rettore a personaggi come Vito Mancuso, ex-prete “contraccezionista”, Salvatore Natoli negatore della Vita eterna e propugnatore del neo paganesimo, Emanuele Severino assertore dell’uomo “superdio” e della coeternità del creato a Dio, e Edoardo Boncinelli, militante evoluzionista-darwinista.
Il pensiero debole è presente nel libro con uno schema al quale già siamo abituati: l’ethos con evocazione delle questioni scottanti; il pathos su coloro che soffrono per i loro stessi disordini morali; e il logos con una conclusione conciliatrice, l’invito a trovare una soluzione, senza però nessuna presa di posizione (pp. 53 a 57). Scrittori popolari, fedeli alla tradizione, come Gnocchi e Palmaro scrivono: «Il cattolico medio non può ignorare che se il Papa si pronuncia su un tema, subito spunta il cardinale Martini a fare da contraltare. Il Papa scrive un libro su Gesù? Lui l’avrebbe fatto meglio. Il Papa liberalizza la Messa in latino? Lui non avrebbe suscitato perniciose nostalgie. Il Papa ribadisce il primato di Pietro? Lui si appella alla collegialità. Il Papa prende atto degli scivoloni del Vaticano II? Lui convoca il Vaticano III» (Libero del 20/5/09 p. 37).
Anche al progressismo, però, questo libro non renderà servizio più di tanto. Gli manca un’anima ideologica, un porto di arrivo dove ormeggiare la barca che intanto non è sicuramente quella di Pietro. Per assicurare vendita e interesse al libro, cioè guadagno, rimane il ricorso all’operazione di marketing con l’aiuto della stampa. Il frame delle grandi testate si presta alla causa (commerciale) ritornando sulla questione “cotta e mangiata” dei divorziati risposati e dei preti da far sposare (speriamo poi che non divorzino!, ndr) elogiando l’Arcivescovo emerito di Milano, lo “sdoganatore”.
Dice il card. Martini sul celibato sacerdotale: «È una questione delicatissima. Io credo che il celibato sia un grande valore, che rimarrà sempre nella Chiesa: è un grande segno evangelico (ethos, ndr). Non per questo è necessario imporlo a tutti, e già nelle chiese orientali cattoliche non viene chiesto a tutti i sacerdoti (pathos, ndr). Vedo che alcuni vescovi propongono di dare il ministero presbiterale a uomini sposati che abbiano già una certa esperienza e maturità (viri probati). Non sarebbe, però, opportuno che fossero responsabili di una parrocchia, per evitare un ulteriore accrescimento del clericalismo. Mi pare molto più opportuno fare di questi preti legati alla parrocchia come un gruppo che opera a rotazione. Si tratta in ogni caso di un problema grave (logos, ndr)» (p. 56).
Il Corriere della Sera arriva alla frutta con le lettere alla Redazione dei conduttori televisivi Pippo Baudo e Gerry Scotti. I due rappresentano il paradigma nell’Italia dei disvalori, del guadagno facile e di chi pretende di accostarsi al Santissimo Sacramento come convivente o divorziato risposato. Pippo Baudo scrive al “caro direttore” Ferruccio De Bortoli: «L’apertura del card. Martini ai divorziati, non può che sorprendermi favorevolmente. E se la Chiesa decidesse di fare propria questa istanza sarebbe un bel passo avanti per quanti, come me, hanno vissuto “nel peccato” secondo il codice canonico, ma sono rimasti nel loro intimo credenti e praticanti [...]».
Mi ricordo che poco tempo prima di morire, Alberto Sordi fu ospite in una puntata di “Domenica in”. Quando l’attore romano riprese la sua famosa dichiarazione: «Sono un credente, un cattolico osservante. La domenica vado a Messa. Mi faccio la Comunione», Pippo Baudo si beffò di lui. Quanto alla vita privata di Pippo Baudo, sposato civilmente per diciotto anni con la cantante lirica italiana Katia Ricciarelli e separatosi da lei nel 2004, ha avuto due figli (non da lei): Alessandro, avuto da Mirella Adinolfi nel 1963 e riconosciuto dal presentatore solo nel 1996 in seguito ad una vicenda legale, e Tiziana, oggi sua segretaria e assistente, nata nel 1970 dal suo matrimonio con Angela Lippi. Tra i due matrimoni Pippo Baudo ha avuto una lunga relazione con Alida Chelli, ex moglie di Walter Chiari. Il suo problema, quindi, non è il “codice canonico”.
Gerry Scotti, invece, scrive: «Caro direttore, sono un uomo divorziato e nella mia posizione di cattolico progressista attendevo che la Chiesa si pronunciasse sul tema dei sacramenti per chi ha un matrimonio alle spalle. Ti garantisco che questa sorta di secondo peccato originale che il divorziato deve sentirsi addosso è un peso. E se frequenti una comunità, arrivi a vergognarti nel fare la comunione [...] Per mille motivi, anche di riservatezza, non sono così presente in chiesa. Da poco mi è successo a un funerale e a una cresima, che non mi riguardavano direttamente [se il funerale lo avesse riguardato "direttamente" difficilmente ce lo potrebbe raccontare ora... n. d. r.]: prendendo l’Eucaristia, però, volevo far capire che partecipavo profondamente. E poi se ho sbagliato una volta e il buon Dio mi ha perdonato, non posso rischiare di sbagliare ancora».
Vorrei solo segnalare che il presentatore non è mai stato sposato in Chiesa, anche se attualmente è con una seconda compagna, e che niente gli impedirebbe quindi di accostarsi al Matrimonio sacramento, contrariamente all’Eucaristia ricevuta nel sacrilegio per – come dice lui – «non sbagliare ancora».
Sarebbe davvero auspicabile nel prossimo libro dell’Arcivescovo emerito di Milano, qualche nozione in pillole (sperando che non legittimi quelle anticoncezionali!) [Padre, non suggerisca, non ce n'è bisogno... n. d. r.] sui Comandamenti, i Sacramenti, la devozione alla Madonna («il giusto mezzo…»: cf p. 91) e le preghiere per aiutare personaggi come Gerry Scotti che va a Messa per i funerali [che non lo riguardanoi direttamente, n. d. r.] e le Cresime o Pippo Baudo che ci va in occasione del Matrimonio della figlia, dispiaciuti entrambi di non potere fare la Comunione, perché in realtà si dichiarano “cattolici praticanti” e ne sono così convinti che noi “quasi” ci crediamo.
È sui post dei blog, tuttavia, che emerge la vera anima della gente comune, di quegli italiani mossi da un sano sensus fidelium che di Martini o altri interessa davvero poco. Un internauta scrive su Wikio: «Anche io come tanti, in quasi vent’anni di matrimonio ho pensato molte volte di divorziare. Non l’ho fatto perché ho sempre creduto che la promessa scambiata il giorno delle nozze fosse sacra, non un patto qualsiasi, un contratto qualsiasi. Molti amici e conoscenti invece hanno tranquillamente divorziato quando ne avevano voglia, magari anche più volte (e naturalmente vanno alla Messa e fanno la Comunione, perché io non ho mai visto nessun prete rifiutare la Comunione). Che diranno Martini e don Verzé ai poveri fes(…) che ci hanno creduto e che pur tra difficoltà e sacrifici hanno optato per la scelta più difficile, cioè non divorziare? Gli diranno: beh, potevate anche divorziare tanto è lo stesso?».
Una frase che mi è rimasta impressa nel libro è quella di don Calabria, di cui fu segretario proprio don Verzé: «Sento Gesù che grida: la mia Chiesa, la mia Chiesa!» (p. 9). Questo mi convince del fatto che, contrariamente a quanto scritto in quarta di copertina di Siamo nella stessa barca, quei pensieri non saranno mai una concreta speranza per l’umanità futura. I due nocchieri hanno perso la rotta.
Meglio leggere Dante: «Ed ecco verso noi venir per nave / un vecchio, bianco per antico pelo, / gridando: “Guai a voi, anime prave! / Non isperate mai veder lo cielo: / i’ vegno per menarvi a l’altra riva / ne le tenebre etterne, in caldo e ’n gelo”» (Inferno, III Canto).

- C’è, c’è, almeno di quello non dubiti, Eminenza!







A Padre Alfonso M. Bruno, FI
Quello che Lei scrive (nella forma e nel contenuto)sul dialogo avvenuto tra due suoi “confratelli” è davvero imbarazzante!
Crede forse di rappresentare al meglio la fede, la speranza e, soprattutto, la carità della Chiesa di Cristo, in dialogo con il mondo?
L’eminenza emerita dialoga col mondo o si conforma al mondo? La differenza tra i due termini c’è, ma in certi pseudo-cattolici si equivalgono.
Per me dialogare col mondo sui temi dell’eutanasia e dei divorziati risposati non significa negare l’identità cattolica. Posso dialogare, posso comprendere, posso avere moti di carità e fraternità, rimanendo nella convinzione che tali atteggiamenti siano contrari all’insegnamento di Cristo.
Altri, invece, sembrano essere dell’idea che non possa esserci vera carità senza approvazione dell’errore, quasi che Nostro Signore perdonando l’adultera l’abbia incitata a proseguire nel peccato. Contrariamente disse “Va’ e non peccare più”.
Padre Alfonso Maria è duro ma dice il vero, ed è il suo maggiore atto di carità; esprime anche opinioni, condivisibili o meno ma sicuramente non tali da deviare dall’insegnamento della Chiesa di Cristo, che non può certo essere sacrificato al “dialogo”, senza mai mancare di rispetto. Di non del tutto rispettoso, semmai, ci sono le immagini e le didascalie (scelta mia): ma si tratta di immagini reali e di didascalie che non vanno certo contro la verità…
UN CARDINALE SPIEGA LA FORZA DELLA CHIESA CONCILIARE: LA GRAZIA ABITA ANCHE NELLA COCA-COLA E NEI PANINI:
“Proprio qualche giorno fa ho battezzato sette figli di una donna sola, una vedova povera, che fa la donna di servizio e li aveva avuti da due uomini differenti. Lei l’avevo incontrata l’anno scorso alla festa di San Cayetano. Mi aveva detto: padre, sono in peccato mortale, ho sette figli e non li ho mai fatti battezzare. Era successo perché non aveva i soldi per far venire i padrini da lontano, o per pagare la festa, perché doveva sempre lavorare… Le ho proposto di vederci, per parlare di questa cosa. Ci siamo sentiti per telefono, è venuta a trovarmi, mi diceva che non riusciva mai a trovare tutti i padrini e a radunarli insieme… Alla fine le ho detto: facciamo tutto con due padrini soli, in rappresentanza degli altri. Sono venuti tutti qui e dopo una piccola catechesi li ho battezzati nella cappella dell’arcivescovado. Dopo la cerimonia abbiamo fatto un piccolo rinfresco. Una coca cola e dei panini. Lei mi ha detto: padre, non posso crederlo, lei mi fa sentire importante… Le ho risposto: ma signora, che c’entro io?, è Gesù che a lei la fa importante.” (monsignor Jorge Mario Bergoglio, arcivescovo di Buenos Aires).
Questo vero e proprio fatto di Vangelo accade mentre in Vaticano si baloccano con capitali questioni teologiche come comunione in ginocchio, sulla lingua e messa in latino stile “lusparpè lucciattè” (come la mia cara nonna pronunciava il latino del “Requiem aeternam”).
Sognino i lefebvriani, sognino pure. Indietro non si torna.
Per Lei la comunione è un “baloccamento”? le auguro, di tutto cuore, di tornare indietro, come le auguro di riconoscere nella Chiesa cattolica, senza aggettivi e in particolare relativi a vari pre e post concili, l’unica via, quella sì, per avanzare in Cristo. Buon Natale