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Silenzio… fuori ordinanza: il linguaggio dello Spirito Santo (1)

pentecoteContinua l’approfondimento sul silenzio nella liturgia con lo scritto di P. Michele Iodice c. p., pubblicato su “La sapienza della Croce”  n. 4 – 2000 col titolo “Il silenzio linguaggio dello Spirito Santo“, notevole non soltanto per i contenuti specifici ma anche per l’apparato critico-bibliografico insolitamente ricco in articoli di questo taglio.

Il silenzio linguaggio dello Spirito Santo

di Michele Iodice c. p.

In questo articolo, attraverso una meditazione sul valore spirituale del silenzio, l’autore ci conduce a riflettere sull’importanza dei tempi di silenzio previsti nella liturgia, poco compresi e poco praticati. «… Ah quel silenzio nella mia stanzetta, il mio bene più caro. Era il mio tempio, il rifugio notturno. Dalla torre solitario un rintocco di campane: tutto dormiva tacito e io solo vegliavo. Poi il silenzio mi cullava. … Quando strappato ai miei ed alla casa dei genitori erravo tra gli estranei, dove non era permesso piangere, in un confuso, variopinto mondo, accudisti quel povero ragazzo con dolcezza materna, o buon silenzio» [1].

Il silenzio cercato ed amato in questa lirica da Hölderlin, non gode una buona reputazione nel mondo della globalizzazione, anche se risulta importante e fondamentale per un discorso sullo Spirito nell’azione liturgica, in quanto lo Spirito agisce nell’interiorità dell’uomo, e l’uomo può accorgersi di questa interiorità e di questa presenza soltanto nella dimensione del vero silenzio. Il silenzio non è il rifiuto della comunicazione, ma ne è esso stesso una forma, un mettersi in relazione con l’altro, nel modo meno inadeguato e più perfetto. Il silenzio è il discorso più rispettoso che si possa fare riguardo al mistero dell’uomo, aperto al dinamismo dello Spirito Santo. Sergio Givone interrogandosi afferma: «è possibile dar voce al silenzio con la parola? È possibile interpretare il mistero dell’afonia e dell’afasia portandolo sul piano del linguaggio? È possibile svelare l’enigma della resistenza a qualsiasi interrogazione mentre se ne custodisce l’irriducibilità e l’inneffabilità?» [2] Nel tentativo di disporci all’ascolto di ciò che si sottrae alla parola vogliamo cogliere il legame profondo esistente tra il silenzio e la presenza dello Spirito Santo.

1. Che cosa è il silenzio?

Il silenzio non è un cessare di parlare, una semplice negazione del discorso, ma è un mondo compiuto in se stesso. Max Picard dice che: «il silenzio è la struttura fondamentale dell’uomo» [3]. Il silenzio infatti non può ridursi a «una mancanza completa di suoni, rumori, voci e simili» come è espresso dai dizionari [4]. È vero il rumore rompe il silenzio, lo profana, l’offende, ma pensare che il silenzio si risolva nel semplice silenzio delle labbra e un banalizzarne il reale spessore spirituale, è un coglierne solo l’aspetto esteriore, superficiale, formale. Noi infatti possiamo tacere e allo stesso tempo essere rumorosi dentro, possiamo rinunciare alla parola udibile dagli altri, ma intrattenerci pur sempre nell’intimo con noi stessi. La parola non rompe il silenzio, ma è il rumore di noi stessi che lo rompe [5].

Il silenzio è il bisogno di ogni uomo, infatti non vi è comunicazione senza silenzio. Esso è il solo linguaggio dell’uomo, è una comunicazione significante, è quell’atteggiamento, quella predisposizione che mi permette di indirizzarmi all’altro. Il silenzio come dice Joseph Rassam: «è il luogo di ogni incontro, cioè di ogni presenza: della presenza a se stessi, della presenza dell’altro, come pure della presenza di Dio» [6].

L’uomo si concentra, si recupera, si raccoglie per donarsi in una parola, dal suo silenzio si genera la parola che entra nel silenzio del tu, dal raccoglimento di chi parla al raccoglimento di chi ascolta, quindi comprendersi è un processo d’interiorizzazione reciproca. La comunicazione è questa dialettica vivente, forse la più tremenda. Nessuna gioia supera o uguaglia quella del comunicare, niente nello stesso tempo è più crudele e più sofferente della comunicazione.

Comunicare è entrare nell’altro, ma sorvegliandoci, cioè evitando d’invaderlo, di annullarlo, così da impedirgli di contraccambiare il dono. E il silenzio è la sola comunicazione possibile e assoluta con noi e con gli altri [7].

Il silenzio è la via di accesso al segreto della persona, è il massimo della intensità e del raccoglimento. Nell’istante del silenzio niente di me è fuori di me o lontano da me. Ma l’istante di silenzio è lo spazio spirituale in cui l’esistenza si manifesta, nella sua totalità indivisa, al di sopra della parzialità della parola sempre frammentaria. Scoprire le parole del silenzio è cogliere l’essenza di ogni cosa, vedere il cuore degli uomini. Amare è scoprire la parola del silenzio, è vedere il cuore di una persona, vedere l’invisibile, udire l’inaudibile. È essere e respirare il nostro essere. L’amore è silenzio del tempo e dello spazio, della mente e della volontà, della memoria e del futuro. Il silenzio è la sfida assoluta, il tutto osare anche contro l’irrimediabile, perché sa che a tutto è rimedio invincibile. Il silenzio è la parola dell’amore, è la ricchezza gratuita del dono di sé ad un altro [8].

La parola nasce dal silenzio, vive nel silenzio, culmina nel silenzio ultima parola, al di là di ogni parola. Possiamo dire parafrasando una frase di Heidegger che «il silenzio è la casa del linguaggio » [9]. Il linguaggio infatti non è solo parola parlata: è parola e silenzio insieme. Non vi è parola senza silenzio, il silenzio è all’interno di ogni parola. Il linguaggio è nesso dialettico di silenzio e parola: la parola esce dal silenzio e vi rientra, per riuscire dal silenzio come nuova parola. Il silenzio è progetto, la parola delineazione imperfetta. Il progetto ci proietta all’infinito, perciò non vi è mai una parola che compia la nostra vita. La morte solo compie l’ultima parola, perché è il silenzio della vita, in cui la vita prende significato, la morte è la vita del silenzio. Il linguaggio quindi è continuo silenzio e parola, il silenzio non interrompe il parlare ma lo rende possibile [10].

Eppure, malgrado ciò, facciamo di tutto per fuggire il silenzio, perché è decisamente scomodo, inquietante, è un peso perché è una presa di posizione. Max Picard afferma: «Nel mondo di oggi il silenzio è bandito, e il valore del silenzio è dato dal mutismo e dal vuoto, tanto che il silenzio appare soltanto come un difetto di costruzione nel corso continuo del rumore» [11].

Infatti stare dentro di noi e di fronte a noi è una responsabilità molto grande che esige molto coraggio. Quando l’uomo sta per incontrarsi con se stesso preferisce cambiare strada. Il divertimento è la comoda difesa delle nostre miserie, il non pensarci, che è appunto l’assenza di silenzio. Il silenzio apre all’uomo l’abisso del nulla e del tutto, del vincere e del perdere. In un istante di silenzio tutta la pesantezza del tempo della nostra vita: è carico di tutti i ricordi, di tutte le presenze, di tutte le speranze e di tutte le delusioni. In un istante di silenzio si raccoglie l’intera vita, una specie di palcoscenico, in cui sono presenti tutti i personaggi della nostra esistenza [12].

Il silenzio non è altro che il linguaggio della nostra speranza [13]. «Il silenzio è la casa della parola», come affermava Henri Nouwen, «esso conferisce forza ed efficacia alla parola. Possiamo addirittura dire che la parola ha il compito di svelare il mistero del silenzio da cui essa scaturisce » [14]. Il silenzio è il sostegno di ogni discorso, è il discorso disarmato, perché esso non argomenta, non prova, non dimostra. Il silenzio testimonia, ed è disposto a morire perché si eterni la parola [15]. Sciacca dice che: «il silenzio è la solitudine del pensiero, è il pensiero che non discorre, ma sta raccolto nell’unità, è il pensiero che si riposa nella pienezza amata dopo il travaglio amoroso della insufficiente parola.

Il silenzio non è la pausa del pensiero, ma è il pensiero tutto nella pausa che annulla tutte le pause. Il pensiero in silenzio non è il silenzio del pensiero» [16]. Il silenzio dunque esige i silenzi del discorso, del mondo di noi stessi; non è al di la di tutto, bensì tutto è dentro di esso, vestito della sua parola non verbale.

2. Il silenzio come manifestazione d’amore

Il dialogo tra due persone che si amano profondamente, ad un certo punto, nel punto della più intensa profondità, diventa silenzioso. Ciascuno intuisce ciò che l’altro pensa e nessuno dei due sente più il bisogno di dire. L’intuizione d’amore corre avanti ad ogni parola, la rende superflua e l’annulla. Il silenzio conta per tutte le parole non dette, in tutti i significati intuiti. Vi sono parole che non dicono niente, ma vi sono silenzi che dicono più di qualunque parola, perchè sono manifestazioni, svelamenti dell’intenso, del pieno, del divino, del sovrannaturale. Il silenzio è il padre della parola, è la manifestazione della parola [17].

Dal silenzio divino è scaturita la parola creatrice dell’universo; dal silenzio divino è stato generato il Verbo, la parola redentrice. Dall’assoluto Silenzio, dall’assoluto Amore, dall’assoluto Testimone, si manifesta ogni cosa. Nel silenzio vi è il sacro, il misterioso, l’ultramondano. Nel silenzio palpita una rinunzia, un’accettazione, un sacrificio. Il silenzio è martirio, ubbidienza, è chinare la testa liberamente accettando di strozzare nella gola tutte le parole per fare una volontà, un atto d’amore [18].

Comunemente si parla di esteriore e di interiore, di aspetto esteriore o sensibile e di aspetto interiore o spirituale. Il cosiddetto sensibile non è l’esteriore, ma è quello che si vede dell’interiore; il sensibile rivela lo spirituale, lo rende tangibile, visibile, udibile. Ma appunto perché l’interiore vi è incarnato, nel momento che il sensibile lo rivela sensibilmente lo nasconde, lo traduce, lo fascia di silenzio. Da qui la gioia della rivelazione, e il tormento di quanto ci sfugge, l’infinito celato e scoperto, e celato ancora nell’atto stesso che lo scopre; la gioia della parola è il tormento del silenzio che essa racchiude e intensifica [19].

La parola è sempre verbo che si fa carne, è sempre silenzio che esprimendosi, si chiude in essa in un silenzio infinito. Perciò il destino di ogni parola è sempre il martirio, il destino della bellezza, la sua inesprimibilità invincibile, il domani dell’amore, l’olocausto di se stesso, in silenzio. Ogni parola ha un seguito, ma il seguito è dentro di noi, quello che la parola ulteriore non riesce ad esaurire, e perciò anche essa ha un seguito come la successiva. Ogni parola ha un seguito, che nessuna parola può dire. L’ultima parola che diciamo è sempre la penultima; l’ultima è il silenzio che in ogni istante è un infinito di tempo, che si perde in un infinito senza tempo. Da qui l’impossibilità di conoscere l’altro fino in fondo, e di essere fino in fondo conosciuti. L’ultima parola è lo sprofondare del silenzio dell’uno nel silenzio dell’altro. E di fronte al silenzio, rivelatore silenzioso dell’indicibile, dobbiamo astenerci dalla parola. Rispettare le zone di silenzio rivelatrici e concentrarci nell’esistenza e nel valore, in quell’enigma che ciascuno di noi è di fronte all’altro. In questo enigma rispettato e rivelato dal silenzio, è la libertà di cui ciascuno di noi fa dono all’altro. Il segreto dell’io è luce e non tenebra, e si rivela nel silenzio, in esso si manifestano le grandi verità [20].

3. Le origini del silenzio liturgico

Il silenzio nell’azione liturgica [21], ha una sua duplice valenza di metterci al cospetto di Dio e di manifestarci l’amore di Dio. Come afferma Romano Guardini: «Solo nel silenzio può formarsi l’attore dell’azione sacra, cioè la comunità, e delinearsi lo spazio in cui essa si compie, cioè la Chiesa. Così si può dire con ragione che l’attuarsi del silenzio rappresenta l’inizio dell’azione sacra. Infatti ogni forma di vita liturgica rettamente intesa, fluisce dal silenzio. Senza il silenzio tutto in essa si scolora» [22].

Nella liturgia attuale abbiamo una certa varietà di espressioni e di significati del silenzio sacro. Vogliamo richiamare alcune esperienze del silenzio cristiano nella sua evoluzione storica. Il silenzio liturgico cristiano trova il suo fondamento nel silenzio cultico delle varie religioni del bacino mediterraneo. La sua origine è da ricercare nella poesia e nei frammenti orfici prodotti nel contesto di gruppi religiosi che in seguito si fonderanno con i misteri eleusini. L’esperienza indicibile dei misteri, non essendo esprimibile direttamente trovava nella poesia orfica un modo di espressione. I misteri distinguevano due categorie di persone: gli iniziati e i profani. Solo agli iniziati venivano svelate delle rivelazioni e venivano vincolati dal segreto. Gli iniziati rappresentavano i misteri divini e il silenzio loro imposto serviva a difendere l’azione sacra da riproduzioni sacrileghe da parte di non addetti.

Ovviamente questo non era l’unica motivazione del silenzio cultico. Una motivazione più profonda era che l’iniziato attraverso il rito di iniziazione faceva una esperienza della divinità attraverso una visione, quindi il silenzio mistico era legato alla esperienza vissuta alla presenza della divinità, che è propriamente indicibile, incomunicabile. Il tacere esaltava la dignità e la maestà divina, perchè Dio oltrepassa l’intelligenza dell’uomo, e non può essere compreso ne con la parola ne con lo spirito. Nello gnosticismo il silenzio era visto come un rifiuto delle senzazioni corporee, come una esperienza interiore di raccoglimento che permette l’acquisizione della gnosi attiva verso la rivelazione. [23]

Il silenzio misterico quindi si fonda sul fatto che Dio è indicibile ed è invocato come l’inesprimibile, l’indicibile, colui che è chiamato solo con il silenzio. Hans Urs Von Balthasar ha fatto notare come in tutte le religioni vi è un fastidio delle parole e una fascinazione del silenzio. La parola pur contenendo la verità nella sua forma finita, non sopprime nell’uomo la brama verso la liberazione dai limiti, verso il senza nome. La parola è positiva, e la stessa Rivelazione biblica e la fede cristiana sembrano incentrate sulla positività del Libro, della Parola. [24]

Dio ci lega alla Rivelazione positiva del suo figlio: “Lui dovete ascoltare” (Mt.17,5), e il Figlio lega i fedeli alla positività della Chiesa: “Chi ascolta voi, ascolta me” (Lc.10,16). Lo Spirito donato da Cristo risorto, dà la possibilità di superare il livello della storia e della parola data. La parola di Gesù risuona in uno spazio di silenzio, per poter essere in assoluto parola. Essa è anzitutto silenzio del Padre, che si è rivelato attraverso il suo figlio Gesù Cristo, che è “il suo Verbo che procede dal Silenzio”, usando una terminologia cara ad Ignazio di Antiochia. [25]

Ma al tempo stesso il tacere di Cristo, che può essere percepito da chi ha accolto la sua parola: egli è perfetto perché, come Cristo stesso, opera parlando, ma viene riconosciuto dal silenzio, dallo spazio più ampio di mistero, di cui è impregnata la Parola per essere Verbo di Dio. E tuttavia questo spazio non è vuoto, bensì ricolmo del tacito agire ed essere del Verbo, che in fine e passione silente. Silenzioso, l’essere sostiene la parola che risuona: la giustifica e le conferisce l’energia operante. Il silenzio scaturisce dalla fonte divina del Padre e si esprime nell’agire, nel patire, morire e risorgere del Figlio; silenzio che è obbedienza di fede al mistero nascosto in Dio e rivelato nell’economia della salvezza. [26]

Il silenzio cristiano è quindi la coscienza del mistero trascendente di Dio, rivelato in Cristo: atteggiamento adorante e stupito di fronte al Dio ineffabile che rivelando non ha dissolto il suo mistero. Il silenzio liturgico che ci rimanda al silenzio della Croce nel venerdì di passione, al silenzio del sabato santo è da intendere come ascolto del totalmente Altro, come l’incontro dell’uomo, con il mistero personale di Dio, pienezza di Amore.

4. Il silenzio come essere al cospetto di Dio

La persona è essenzialmente un essere del linguaggio, ciò postula la capacità attiva dell’essere umano al dialogo, alla proposta, all’interrogativo ed alla comunicazione di sé. Ma nello stesso tempo la comunicazione dialogica esige la capacità di ascolto, come altro da sé, da conoscere e amare. Senza l’ascolto non può esserci un vero incontro interpersonale. Il silenzio interiore dell’uomo è il mezzo per ascoltare la parola di Dio, che parla all’uomo, lo cerca e lo sollecita all’incontro per elevarlo dalla materialità allo spirito, dal peccato alla grazia. Il silenzio come misterod’amore, il silenzio come presenza creatrice, come rivelazione, ci riconduce all’in principio di Dio, che in tutta l’esperienza biblica viene visto come colui che parla. [27]

La creazione scaturisce da una parola divina. “Dio disse e così avvenne”(Gn 1,3). Nella prima Alleanza il silenzio che forma metafisicamente il cosmo, silenzio cosmico, rivela la presenza indicibile, del Creatore. Gli avvenimenti sono una parola di Dio e i profeti li leggono, li interpretano, li traducono in messaggi. Dio parla al Sinai a Mosè: manifestando la gloria attraverso il silenzioso passaggio dell’eterno (Es 33,23). Dio parla per mezzo delle Scritture ed infine parla per mezzo del suo Figlio Gesù Cristo, la parola di Dio che nella propria persona, con parole e azioni, ha il compito di far arrivare agli uomini la parola rivelatrice del Padre e sul Padre.

L’uomo che vuol vivere necessita della parola rivelatrice e salvifica, e lungo tutta la sacra Scrittura viene rivolto all’uomo l’invito ad ascoltarla. Lo dice Dio, e il pio Ebreo lo ripete nella preghiera quotidiana: “Ascolta Israele…”(Dt 6,4). Lo proclama il profeta: “Ascolta questa parola che il Signore ha detto riguardo a voi, Israeliti” (Am 3,1). È l’invito di Gesù: “Ascoltate. Ecco..”(Mc 4,3).

E Dio ripete ancora instancabile “Questo è il mio Figlio diletto, ascoltatelo” (Mt 17,5). Tutta l’esistenza biblica si identifica in un ascoltare. Il silenzio infatti ascolta, sente, coglie, ridice il suono che proviene da Dio che parla silenziosamente. Se da una parte però è chiamato da Dio ad ascoltare, viene anche disposto ad ascoltare la parola di Dio: “Parla che il tuo servo ti ascolta”( 1 Sam 3,10); dall’altra è pienamente consapevole che l’atteggiamento fondamentale da tenere, mentre Dio parla è il silenzio, che nasce dal Silenzio eterno. Solo dall’ascolto nel silenzio, nasce l’accoglienza e l’obbedienza alla parola di Dio [28].

Nessuna parola viene da tanto lontano come la parola interiore, che viene da Dio il quale parla dentro di noi: e noi ascoltiamo in segreto con le orecchie del Signore. Eppure è la mia anima che parla e come se Dio ascoltasse. Essa dice a se stessa quello che Dio le ha detto e tuttavia va componendo da se quello che essa vuole che sia detto. Si dispone a ricevere passivamente, si annienta nel dono di sé per disporsi al dono della parola di Dio, oppure intende e parla a se stessa con un’iniziativa di volontà che è la totalità della sua libertà [29].

Il silenzio finito vive come risposta al silenzio agente di Dio, solo Dio che si dona nel silenzio può donare senso al silenzio finito della creatura. Salire fino a Dio è discendere nel più profondo di noi. Le tappe del cammino sono gradi del silenzio, camminare verso Dio è l’approfondirsi della nostra profondità, approfondirsi è affondare l’oscurità della parola nella luce del silenzio. Ma tutto questo è possibile per il fatto che il Verbo ha portato a pienezza la rivelazione del silenzio originario di Dio. Comprendiamo nel Verbo di Dio come lo stesso Verbo risuoni dal Silenzio per essere veramente Verbo. dal silenzio del Padre: che si è rivelato attraverso il suo Figlio Gesù Cristo, che è il suo Verbo procedente dal silenzio. Comprendiamo ancora come dal silenzioso rapporto d’amore tra il Figlio e il Padre proceda lo Spirito, come noi dal Padre e dal Figlio, lo Spirito d’amore che agisce amando e rivelando l’amore del Padre e del Figlio. Un amore silente inenarrabile che ha permesso l’incarnazione silenziosa del Verbo. L’essere mio è essere nel silenzio di tutto, in silenzio di fronte alla parola di Dio che suona nel mio silenzio [30].

Alla scuola del silenzio le parole imparano ad ascoltare Dio. Tale scuola del silenzio in cui parla solo Dio, non ci priva di niente, neppure delle parole mai dette o pensate: vi stanno tutte, libere nella libertà della parola divina. In noi vi è un segreto che in ciascuno è personale, una pienezza, un’unità, una presenza di Assoluto, che nessuna parola può esprimere, contenere, rivelare. Si accede a questa pienezza ascoltandosi, ascoltarci è condividere con noi stessi e porsi alla presenza di Dio, è stabilire il vincolo essenziale con Dio, è vivere con lui. Presenza di Dio in noi e presenza di noi in Dio: Egli l’infinito si dona al finito, e si lascia contenere tutto; io il finito, il niente, mi dono all’infinito, che mi tiene in lui, senza farmi sparire [31].

Il silenzio nella esperienza cristiana non è altro che vivere l’invito di Gesù ad adorare il Padre in Spirito e Verità: dal silenzio del Padre per la rivelazione del Verbo nell’agire silente dello Spirito, al Silenzio del Padre. [continua]

NOTE

[1] F. Hölderlin, Die Stille ( Il Silenzio), in Le liriche a cura di Enzo Mandruzzato, Adelphi , Milano 1993.

[2] S. Givone, Postfazione, in Il Silenzio di Tommaso di Bruno Forte, Piemme, Casale Monferrato 1998, 59.

[3] Cf. M. Picard, Il mondo del silenzio, citato da M. Baldini in Le parole del silenzio, Paoline, Cinisello Balsamo 1990, 41.

[4] Cf. Grande dizionario della lingua italiana moderna v. IV, 4058-4059, Garzanti, Milano 1999.

[5] Cf. M.Baldini, Le parole del Silenzio, Paoline, Cinesello Balsamo 1990, 22-23.

[6] J.Rassam, Le silence comme introduction a la metaphisique, citato da M.Baldini, in Le parole del Silenzio, 53.

[7] Cf. M.F.Sciacca, Come si vince a Waterloo, Milano 1958, 58-60.

[8] Cf. M.F. Sciacca, Come si vince a Waterloo, 75-78.

[9] Cf. M. Heidegger, In cammino verso il linguaggio, Milano 1973, dove si dice: «Il linguaggio è la casa dell’essere», 85.

[10] Cf. R. Duval, Les Hermeneutiques du silence, in La Vie Spirituelle 131 (1977), 518-519.

[11] Cf. M. Picard, Il mondo del Silenzio, citato da Baldini in Le parole del silenzio, 108.

[12] Cf. M.F. Sciacca, Come si vince a Waterloo, 102-103.

[13] Per una visione del silenzio nei sistemi sociali attuali, Cf Giovanni Gasparini, Aspetti e dimensioni sociali del silenzio, in Vita e Pensiero 1996, 123-134.

[14] Cf. H.J.M. Nouwen, Silenzio, solutidine,preghiera, citato da M.Baldini, in Le parole e il silenzio, 107.

[15] Cf. G. Marchesi, Parola e silenzio dinanzi al mistero di Dio, Civiltà Cattolica 132 (1981), 374-375.

[16] M.F. Sciacca, Come si vince a Waterloo, 186-187.

[17] M.F. Sciacca, Come si vince a Waterloo, 69-75.

[18] Cf. H.U. Balthasar, Spiritus Creator, Morcellania, Brescia 1983, 94-95.

[19] Cf. G .Marchesi, Parola e silenzio dinanzi al mistero di Dio, Civiltà Cattolica 132 (1981), 374-375; R. Guardini, Il testamento di Gesù. Pensieri sulla Messa, Milano 1964, 3.

[20] M.F. Sciacca, Come si vince a Waterloo, 129-131.

[21] Riguardo al piano semantico della comunicazione liturgica, l’interesse è rivolto alla struttura linguistica che caratterizza i riti, per un approfondimento vedi: S. Maggiani, La liturgia, linguaggio per tutto l’uomo, in Servitium 13 (1979), 185-191; A. Pistoia, Introduzione al dibattito recente sul linguaggio liturgico; in A. Pistoia- G. Venturi-A.N. Terrin, Il Linguaggio liturgico, EDB, Bologna 1981,19-62.

[22] R. Guardini, Il testamento di Gesù. Pensieri sulla Messa, 4-5.

[23] Cf. P. Tamburrino, Esperienze liturgiche del silenzio, Rivista Liturgica 76 (1989), 353-355. Per una trattazione completa del problema delle origini del silenzio relativo al mondo religioso e filosofico della Grecia antica, non si può prescindere dallo studio di O.Casel, De Philosophorum graecorum silentio mystico, Giessen 1919.

[24] Cf. H.U. Balthassar, Verbum Caro, Brescia 1985, 141-142. In modo particolare nel capitolo intitolato “Parola e Silenzio”, fa una analisi comparata di Silenzio-Parola, partendo dal Buddismo, passando in rassegna i dati della Rivelazione offerti dai Vangeli ed esaminando i primi due ermeneutici del silenzio, Ignazio di Antiochia e lo Pseudo Dionigi compie una storia del silenzio cristiano.

[25] Cf. H.U. Balthassar, Verbum Caro, o.c., 143-145.

[26] Cf. P. Tamburrino, Esperienze liturgiche del silenzio, o.c., 356-359; G. Marchese, Parola e Silenzio dinanzi al mistero di Dio, o.c., 378-380.

[27] Cf. R. De Zan, Silenzio, ascolto e parola di Dio, Rivista Liturgica 76 (1989), 340-341.

[28] Per una trattazione esaustiva del tema bibllico del silenzio vedi: R. Cantalamessa, Silenzio alla presenza del Signore Dio!, Vita Consacrata 24 (1988), 773-778; G. Marchese, Parola e silenzi dinanzi al mistero di Dio, o.c., 376-377, 383-386; H.U. Balthassar, Verbum Caro, o.c., 145- 151, è una analisi soprattutto del Vangelo di Giovanni; M. Baldini, Le parole del silenzio, o.c., 246-256.

[29] Cf. M.F. Sciacca, Come si vince a Waterloo,o.c., 187-189.

[30] Cf. H.U. Balthassar, Lo sconosciuto al di là del Verbo, in Spiritus Creator, Brescia 1983 91-100, in questo capitolo si affronta tutto un discorso sul Verbo-Silenzio e lo Spirito nel rapporto di amore assoluto.

[31] Cf. S. Maggiani, Il silenzio per celebrare in Spirito Santo, Rivista Liturgica 76 (1989), 376-378.

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