Prosegue la preparazione alla liturgia di Domenica 15 marzo 2009, terza di Quaresima, in compagnia di S. Alfonso M. de’ Liguori, con il suo consueto sermone a tema, e di Paolo VI, con l’omelia pronunciata Domenica 21 marzo 1965, anche quella terza di quaresima e con il vangelo coincidente con quello della forma straordinaria del Rito.
S. Alfonso M. de’ Liguori: Sermone XVII – Del tacere i peccati nella confessione.
Erat Iesus eiiciens daemonium, et illud erat mutum. (Luc. 11. 14.)
Il demonio non porta all’inferno i peccatori cogli occhi aperti: prima li acceca colla malizia degli stessi loro vizj: Excaecavit enim illos malitia eorum1, e così li conduce seco alla perdizione eterna. Sicché il nemico, prima del peccato procura di renderci ciechi acciocché non vediamo il male che facciamo e la ruina che ci tiriamo sopra coll’offendere Dio; dopo il peccato poi procura di renderci muti acciocché non ce lo confessiamo per vergogna; e così ci lega con doppia catena per l’inferno, facendoci commettere dopo il peccato fatto un peccato più grande, qual è il sacrilegio. Di ciò voglio oggi parlarvi, per farvi concepire che gran male sia il tacere i peccati in confessione.
S. Agostino, scrivendo su quel testo di Davide: Pone, Domine, ostium circumstantiae labiis meis2,dice così: Non dixit claustrum, sed ostium: ostium et aperitur et clauditur; aperiatur ad confessionem peccati:claudatur ad excusationem peccati. E vuol dire che l’uomo dee tenere la porta alla bocca, acciocché la chiuda alle parole disoneste, di mormorazione, di bestemmie e simili, e l’apra a confessare i peccati commessi. E poi conchiude il santo: Ita enim erit ostium continentiae, non ruinae. Il tacere, quando siamo istigati a dir parole ingiuriose a Dio o al prossimo, è atto di virtù; ma il tacere nella confessione i peccati già fatti, è ruina dell’anima. E ciò pretende da noi il demonio, che dopo aver commesso il male teniamo la bocca chiusa, e non ce lo confessiamo. Narra s. Antonino che un certo santo solitario vide una volta il demonio che stava in una chiesa dintorno ad alcune persone che voleano confessarsi: gli dimandò che stesse a fare in quel luogo; rispose il nemico: Reddo poenitentibus quod antea eis abstuli; abstuli verecundiam dum peccarent; reddo nunc ut a confessione abhorreant. Io, tolsi il rossore a costoro, acciocché commettessero il peccato; ora loro lo rendo, acciocché non se lo confessino. Putruerunt et corruptae sunt cicatrices meae a facie insipientiae meae3. Le piaghe quando si cancrenano apportano la morte; e tali sono i peccati taciuti in confessione, sono piaghe dell’anima che diventano cancrene.così: Non dixit claustrum, sed ostium: ostium et aperitur et clauditur; aperiatur ad confessionem peccati:claudatur ad excusationem peccati. E vuol dire che l’uomo dee tenere la porta alla bocca, acciocché la chiuda alle parole disoneste, di mormorazione, di bestemmie e simili, e l’apra a confessare i peccati commessi. E poi conchiude il santo: Ita enim erit ostium continentiae, non ruinae. Il tacere, quando siamo istigati a dir parole ingiuriose a Dio o al prossimo, è atto di virtù; ma il tacere nella confessione i peccati già fatti, è ruina dell’anima. E ciò pretende da noi il demonio, che dopo aver commesso il male teniamo la bocca chiusa, e non ce lo confessiamo. Narra s. Antonino che un certo santo solitario vide una volta il demonio che stava in una chiesa dintorno ad alcune persone che voleano confessarsi: gli dimandò che stesse a fare in quel luogo; rispose il nemico: Reddo poenitentibus quod antea eis abstuli; abstuli verecundiam dum peccarent; reddo nunc ut a confessione abhorreant. Io, disse, tolsi il rossore a costoro, acciocché commettessero il peccato; ora loro lo rendo, acciocché non se lo confessino. Putruerunt et corruptae sunt cicatrices meae a facie insipientiae meae3. Le piaghe quando si cancrenano apportano la morte; e tali sono i peccati taciuti in confessione, sono piaghe dell’anima che diventano cancrene.
Scrive s. Giovanni Grisostomo: Pudorem dedit Deus peccato, confessioni fiduciam: invertit rem diabolus, peccato fiduciam praebet, confessioni pudorem4. Il Signore ha posto il rossore al peccato, affinché ce ne asteniamo; all’incontro ci dà confidenza a confessarlo, promettendo il perdono a chi se ne accusa. Il demonio fa tutto il contrario, dà confidenza a peccare colla speranza del perdono, ma dopo il peccato ci mette avanti gli occhi la vergogna, acciocché non ce lo confessiamo.
Un certo scolare di Socrate, uscendo dalla casa di una mala donna, vide il suo maestro che passava di là, e se ne entrò dentro per non farsi vedere. Socrate si affacciò a quella porta e gli disse: Figlio, in questa casa è vergogna l’entrare, non è vergogna l’uscirne: Non te pudeat, fili, egredi ex hoc loco; intrasse pudeat. Così io dico a voi, peccatori fratelli miei, è vergogna sì bene l’offendere un Dio così grande e così buono; ma non è vergogna confessare il peccato dopo che l’abbiamo commesso. Fu vergogna forse a s. Maria Maddalena il confessarsi per peccatrice in pubblico ai piedi di Gesù Cristo, quando si convertì? Con quella confessione ella si fece santa. Fu vergogna a s. Agostino non solo il confessare i suoi peccati, ma anche scriverli in un suo libro, acciocché per sua confusione fossero noti a tutto il mondo? Fu vergogna il confessarsi a s. Maria Egiziaca, la quale era stata per tanti anni femmina disonesta? Così costoro si fecero santi, ed ora sono onorati sopra gli altari.
Nei tribunali della terra si dice che chi confessa è condannato; nel tribunale di Gesù Cristo della s. confessione, chi confessa ottiene il perdono, e riceve la corona del paradiso: Post confessionem, dice il Grisostomo, datur poenitenti corona. Chi tiene una piaga, se vuol guarirsi dee farla vedere al medico; altrimenti la piaga si farà maligna, e lo porterà alla morte: Quod ignorat, dice il concilio di Trento, medicina non curat. E così, sorella mia, se ti ritrovi coll’anima impiagata dal peccato, non ti pigliar rossore di dirlo al confessore, altrimenti l’anima tua è perduta: Pro anima tua ne confundaris dicere verum5. Ma io ho un gran rossore di confessarmi quel peccato. Questo rossore è quello che hai da vincere se ti vuoi salvare: Est enim confusio adducens peccatum, et est confusio adducens gloriam et gratiam6. Vi sono due confusioni, scrive l’Ecclesiastico, una confusione porta gli uomini al peccato, qual è appunto quel rossore che ti fa tacere nella confessione le colpe commesse; l’altra confusione poi è quella che si sente nel palesare i peccati, e quella confusione ti fa ricevere la grazia di Dio in questa vita e la gloria del paradiso nell’altra.
Scrive s. Agostino che il lupo, acciocché la pecorella non gli scappi dalle mani, l’afferra per la gola, in modo che quella non possa cercar aiuto col gridare, e così sicuramente se la porti seco e la divori. Così fa il demonio con tante povere pecorelle di Gesù Cristo: dopo che le ha spinte a fare il peccato, le afferra per la gola acciocché non se ne confessino, e così sicuramente se le porta all’inferno. Dopo che uno ha commesso una colpa grave, non gli resta altro rimedio per salvarsi, che confessarsi del suo peccato. Ma che speranza di salute può esservi in colui, se va a confessarsi e tace il peccato, e si serve della confessione per più offendere Dio, e per rendersi doppiamente schiavo del demonio? Che diresti della vita di quell’infermo, che invece del rimedio ordinatogli dal medico si prendesse una tazza di veleno? Oh Dio! Che mai diventa la confessione ad un peccatore che tace i suoi peccati, se non una tazza di veleno che aggiunge alla sua coscienza la malizia del sacrilegio? Il confessore quando dà l’assoluzione al penitente, allora gli dispensa il sangue di Gesù Cristo, mentre per il merito di quel sangue l’assolve dal suo peccato. Chi poi tace il peccato nella confessione, che fa? Si mette sotto i piedi il sangue di Gesù Cristo. E chi poi riceve anche la comunione in peccato, dice s. Gioanni Grisostomo, che fa lo stesso che se gittasse la particola consacrata in una cloaca: Non minus detestabile est in os pollutum, quam in sterquilinium mittere Dei Filium7. Maledetta vergogna, quante povere anime ne porta all’inferno? Magis memores pudoris quam salutis, dice Tertulliano. Misere, pensano solo al rossore di confessarsi, e non pensano che non confessandosi sono certamente dannate!
Dice quella penitente: Ma che dirà il mio confessore, quando sentirà questa mia caduta? Che dirà? Dirà che sei una miserabile, come sono tutte le persone che vivono su questa terra facili a cadere: dirà che se hai fatto il male hai fatto un’azione gloriosa col vincere la vergogna e confessarti sinceramente del tuo peccato.
Ma se mi confesso di questo peccato, temo che il mio peccato si faccia pubblico. Dimando: a quanti confessori hai da dire questa tua colpa? Basta che la dica ad un solo sacerdote, il quale come sente il tuo peccato, così ne sente mille altri simili da altre persone. Basta che una volta te lo confessi, il confessore ti darà la penitenza e ti assolverà, e resterai colla coscienza quieta: Ma io ho somma ripugnanza di dire questo mio fallo al mio padre spirituale. E tu dillo ad un altro confessore di questo o di un altro paese. Ma se il mio confessore viene ciò a sapere, l’avrà a disgusto. E tu che ne vuoi fare? Forse per non dare disgusto al confessore, vuoi fare un peccato così grande e restar condannata all’inferno? Sarebbe troppa sciocchezza.
Ma temo che il confessore palesi ad altri il mio peccato che mi confesso. Che dici? Che dici? Che pazzia è quella di voler sospettare che il tuo confessore sia così scellerato che voglia rompere il sigillo della confessione, e far sapere ad altri il tuo peccato? Sappi che il sigillo della confessione è così stretto, che il confessore fuori della confessione neppure d’un minimo peccato veniale può parlare colla stessa sua penitente, e se lo facesse, sarebbe un delitto gravissimo.
Ma tu replichi: Ho timore che il confessore sentendo questa mia debolezza, mi farà un gran rimprovero e fortemente mi sgriderà. Oh Dio, non vedi che tutti questi timori sono inganni del demonio per portarti sicuramente all’inferno? Che rimproveri! Che sgridare! Il confessore ti darà con dolcezza quegli avvertimenti che convengono; del resto sappi che ogni confessore non può avere maggior consolazione, che assolvere una penitente che con vero dolore e con sincerità si accusa delle sue colpe. Se una regina fosse da uno schiavo ferita a morte, e tu la potessi guarire con qualche rimedio, quanto godresti di poterla guarire e liberarla dalla morte? Questa è la consolazione d’un confessore che assolve un’anima caduta in peccato: egli coll’opera sua la libera dalla morte eterna, e facendole ricuperare la grazia di Dio la rende regina del paradiso.
Ma tu hai tanti timori, e non hai timore di dannarti con fare un peccato così grande di tacere il peccato nella confessione? Temi del rimprovero del confessore, e non temi del rimprovero che ti farà Gesù Cristo, quando sarà tuo giudice in punto di morte? Temi che il tuo peccato si abbia a sapere da altri (che è una cosa impossibile, quando tu segretamente lo manifesti al confessore), e non temi del giorno del giudizio, in cui, se ora taci il tuo peccato, l’avranno da sapere tutti gli uomini della terra? Se sapessi che non confessandoti di quel peccato al confessore, l’avessero da sapere tutti i tuoi parenti e tutti i tuoi paesani, certamente te lo confesseresti; ma fede ne hai o non ne hai? Non sai, dice s. Bernardo, che se lasci per vergogna di dire la tua colpa ad un uomo, che anche è peccatore come tu, nel giorno del giudizio quel tuo peccato avrà da essere manifestato, non solo a tutti i tuoi parenti e paesani, ma a tutti gli uomini? Si pudor est tibi uni homini et peccatori peccatum exponere, quid facturus es in die iudicii, ubi omnibus exposita tua conscientia patebit8? Dio stesso per tua confusione, se ora non ti confessi, allora pubblicherà non solo questo peccato, ma tutte le tue sordidezze che hai commesse in tua vita, alla presenza degli angeli e di tutto il mondo: Revelabo pudenda tua in facie tua9.
Senti dunque quel che ti consiglia s. Ambrogio: il demonio tiene apparecchiato il processo di tutti i tuoi peccati, per accusartene nel tribunale di Dio; vuoi sfuggire questa accusa, dice il Santo? Previeni il tuo accusatore, accusati da te stesso ad un confessore, e non avrai allora alcuno accusatore contro di te: Praeveni accusatorem tuum; si te ipse accusaveris, accusatorem nullum timebis10. All’incontro, dice s. Agostino, che chi si scusa nella confessione, chiude nell’anima il peccato, ed esclude il perdono di Dio: Excusas te, includis peccatum, excludis indulgentiam11.
Via su fatti animo, parlo ad alcuno, se mai tra voi vi fosse, che ha fatto questo errore di tacere i peccati per vergogna, fatti animo, e di’ tutto a un confessore: Bono animo gloriam redde Deo12. Dà gloria a Dio e confondi il demonio. Una certa penitente era tentata dal demonio a non confessarsi per la vergogna d’un peccato commesso, ma si fece animo, e mentre andava già a trovare il confessore per dirgli tutto, se le fece avanti il demonio, e le disse: Dove vai? Ella generosamente rispose: Vado a confondere me e te. Così dico ancora a te, se mai hai taciuto qualche peccato grave, dillo chiaramente al confessore, e confondi il demonio. Senti, quanto più grande è la forza che ti fai a confessartelo, tanto più grande sarà l’amore col quale ti abbraccerà Gesù Cristo.
Via su discaccia questa vipera che tieni nell’anima, e che continuamente ti morde e non ti fa riposare. Oh che inferno patisce una persona che tiene nel cuore un peccato lasciato di confessarselo per vergogna! Patisce un inferno anticipato. Basta che dica al confessore: «Padre, io ho un certo scrupolo della vita passata, ma ho rossore di dirlo». Basta dir così, perché sarà peso del confessore di tirar fuori questa serpe che ti rode la coscienza. Ed acciocché non facci scrupolo dove non ci cape, sappi che se quel tuo peccato che ti vergogni di spiegare non è stato mortale, o affatto non l’hai tenuto per mortale, non sei obbligato a dirlo; poiché i soli peccati mortali noi siamo obbligati a confessarli. Inoltre, se tu dubiti di non aver confessato un qualche tuo peccato antico, ma tu sai che per lo passato ben hai atteso a farti l’esame di coscienza, e non mai hai lasciato di dire i tuoi peccati per vergogna; in questo caso, ancorché quello fosse stata colpa grave, non sei tenuto a confessarla, perché moralmente si presume per certo che te l’abbi confessata. Ma se tu sapevi già che quella colpa era grave, e sai che non mai te l’hai confessata, non vi è rimedio o te la confessi, o sei dannata. Ma no, va presto, pecorella perduta, che Gesù Cristo ti aspetta, e sta colle braccia aperte per perdonarti ed abbracciarti, se ti confessi. Io ti assicuro che dopo che ti sarai confessata di tutto, sentirai tanta consolazione di avere scaricata la tua coscienza ed acquisita la grazia di Dio, che benedirai sempre l’ora di averti fatta questa buona confessione. Presto va quanto più presto puoi a trovare il confessore, non dare tempo al demonio di seguitare a tentarti, di trasportare a lungo questa tua confessione: presto, perché Gesù Cristo ti sta aspettando.
Note: 1 Sap. 2. 21. 2 Psal. 140. 13. 3Psal. 37. 4 Prooem. in Isa. 5 Eccl. 4. 24. 6 Eccl. 4. 25. 7 Hom. 83. in Matth.
8 Super illud Ioan. c. 11. Lazare, veni foras. 9 Nahum. 3. 5. 10 L. 2. de poenitent. c. 2. 11 Hom. 12. 50.
12 Eccl. 35. 10.
Omelia del Papa Paolo VI nella III Domenica di Quaresima, 21 marzo 1965
Il brano evangelico proposto per la terza Domenica di Quaresima è di San Luca: motivo speciale per rendere nuovo omaggio al Santo, nella chiesa a lui intitolata. Non è una pagina facile: ed è bene rilevarne l’ambientazione. Questa è duplice.
Quando avviene l’episodio della guarigione dell’indemoniato muto e della sua improvvisa loquela? Al termine di un lungo periodo della predicazione di Gesù nella Galilea. Colà Egli aveva ottenuto vasti consensi e suscitato grandi entusiasmi nelle moltitudini. Ciò fu il motivo per cui i capi del popolo e i dottori della legge residenti nella Giudea vollero inquisire sull’opera di un Maestro, che predicava il Regno di Dio senza il loro consenso, senza essere stato alla loro scuola.
In tal modo ebbe principio la opposizione a Gesù. Per ben comprendere come mai il Figlio di Dio venne condannato alla morte di croce, bisogna risalire a questa fase del suo ministero, all’urto che Egli dovette subire con i rappresentanti della dottrina e della vita del popolo ebraico. La polemica si fece sempre più aspra: e a Gerusalemme seguirono il processo, la condanna, il patibolo, appunto perché quei capi non vollero accettare l’insegnamento di Gesù.
Altra previa considerazione. Lo stesso tratto del Santo Vangelo è bene ambientato durante la Quaresima. Fin dagli inizi del Cristianesimo, in questo periodo si preparavano i catecumeni al Battesimo; e si istruivano anche sulle avversità causate dal demonio; sugli esorcismi; su quanto la Chiesa compie per liberarci da ogni male e tentazione; sugli effetti rigeneratori che il primo dei Sacramenti produce, conferendo la vita della Grazia.
Ciò premesso, noi potremmo chiederci in qual modo riferir e a noi, oggi, questa pagina del Vangelo. Vari ne sono gli aspetti, ma uno precipuamente richiamerà la nostra attenzione: la resistenza fatta a Gesù.
Il Signore, nella vita terrena, ha avuto – per usare un termine umano corrente – fortuna? La risposta è negativa. Egli ha visto, sì, momenti di grande plauso, e, alla fine, trionferà; ma la sua storia umana è finita male. È apparso come uno sconfitto; la sua condanna alla morte di croce non poteva essere, al riguardo, più eloquente. Ora questa sua non riuscita è incominciata dal momento in cui ebbe inizio la resistenza, dapprima sorda, indi palese, fatta a Lui. La sua parola, che pur aveva affascinato le folle – basti ricordare le Beatitudini – venne, alla fine, male accolta e male interpretata; come pure lo furono molti suoi atti.
E arriviamo al racconto evangelico. Narra San Luca che Gesù guarisce un poveretto, il quale era posseduto dal demonio; e la gente si divide nel giudizio. Qualcuno c’è ancora ad affermare il manifestarsi di evento portentoso; altri, al contrario, commenta sinistramente, e si affretta a interpretare male il prodigio. C’è, dunque, resistenza e ostilità.
Ora siffatto atteggiamento può essere riferito a noi, e proprio adesso, durante questa Quaresima.
La Pasqua è un giorno di scelta, di decisione. Siamo per Cristo, oppure no? Rimaniamo cristiani, o avviene in noi il contrario? La risposta a tale interrogativo è data ogni anno dal popolo cristiano, in occasione della Pasqua; e perciò ora la Chiesa chiede a tutti noi: siete pronti a confermare la vostra adesione e fedeltà?
Si pensi ora al valore di questa domanda fatta personalmente dal Papa a quanti lo ascoltano, non già per un’importanza esterna e spettacolare, bensì per l’autorità che Egli possiede. Egli ne è tanto compenetrato che vorrebbe rivolgersi singolarmente a ciascuno e parlare con voce sommessa al cuore, per dire: tu, accetti il Signore? credi in Lui? gli vuoi bene? pensi alle sue parole? sono esse vere per te; o passano, invece, come farfalle senza mèta; sono effettivamente il colloquio tuo con Dio; riguardano la tua esistenza; incalzano sopra di te, e riescono ad ottenere che tu abbia a modellare la vita ai disegni di Dio; e perciò Lo ascolti secondo le norme del Vangelo ?
Il punto è, quindi, nel vedere qual è la nostra risposta al Signore.
E dapprima gli ostacoli da eliminare. Il Vangelo ci mostra, in questa pagina, due maniere di comportarsi; e sono, l’una più dell’altra, riprovevoli, negative. Ecco: Gesù compie un miracolo e subito c’è chi lo accusa di andare contro la legge, arrivando persino ad interpretare male. Cercano di dare una spiegazione cattiva, di snervare, per così dire, la forza dell’evento soprannaturale. Sentenziano con perfidia: se così ha fatto, vuol dire che ha operato nel nome del diavolo! Interpretano, pertanto, a loro piacimento, e in un senso contrario alla verità limpida, semplice e logica. Cercano di ritorcere contro Gesù ciò che, invece, dovrebbe risultare a suo onore, gloria ed apologia.
L’opposizione si ripete nei secoli.
È la prima forma di negazione: è il sistematico e preconcetto rifiuto a credere. Non si esita a parlare di mito, di fiabe, di cose irreali. Ora questa opposizione – il Papa vuol parlarne perché ne è satura l’aria, piena la stampa e la si sente circolare nel nostro mondo contemporaneo e forma la mentalità di non pochi – parte da un mendace presupposto. V’è chi ritiene atto di intelligenza opporsi all’insegnamento del Signore, alla dottrina della Chiesa. Per essere spregiudicati, più forti degli altri, bisogna saper dire di no: io non credo. La religione è fatta per gli spiriti deboli, non per il pensiero moderno, non per i critici, gli istruiti, i refrattari alle suggestioni. Essi insistono nel loro ripudio. E si servono del lume divino, che è la ragione, non per cercare la verità, non per accogliere con simpatia, con gioia e con incanto estatico il fulgore di Dio che entra nelle nostre anime con le parole del Vangelo; ma chiudono le finestre, e usano, al contrario, proprio la ragione per negare la verità del Credo, e quindi resistere al Signore, interpretando male quanto Egli ha fatto e detto.
Questa attitudine negativa, questa cattiveria dello spirito, è quel che l’odierno brano evangelico pone in evidenza, ammonendo i buoni: guardatevi da un atteggiamento tanto pernicioso e letale. Il Signore potrà prendere in parola, un giorno, il ribelle, ritorcendo contro di lui la negazione: Non hai voluto conoscermi; nemmeno io ti conosco. Questa sentenza può essere la condanna eterna.
Esiste poi un altro atteggiamento, del pari indicato nel testo di San Luca. Riguarda coloro che non negano del tutto, ma dicono: Signore fammi vedere un miracolo: allora crederò. Voglio vedere un segno, e proprio come intendo io; toccare con mano, scorgere con i miei occhi. Ebbene il Signore questo prodigio, questo servizio su misura a capricci e curiosità, non lo compie. L’intero Vangelo, che è pieno di meraviglie, prove, luci, conferme, non aderisce al desiderio di quelli che aspettano i segni. Il Signore non indulge alla indiscrezione delle nostre domande.
Dimostrazioni di Sé e della sua verità, Egli ne ha date innumerevoli: la storia bimillenaria della nostra fede ne è piena; la dottrina è incomparabile; tanti miracoli Egli ha compiuto. Tuttavia,, ricordiamolo, il Signore non forza le anime; le lascia libere; vuole che noi rispondiamo col nostro cuore, spontaneamente. Iddio ci largisce molti doni, indica il cammino; ma stabilisce che noi abbiamo a cooperare. Giacché se fosse lampante ogni suo precetto, e cioè se noi avessimo la prova razionale, diretta, evidente, delle verità di fede, non avremmo più alcun merito. Dio ci conduce sino alla porta perché, noi volendo, possiamo liberamente varcare la soglia benedetta.
Un grande pensatore ha tratteggiato molto bene questa sublime realtà dicendo: Nel Vangelo, nell’economia del Regno divino ci sono tante tenebre perché chi non vuol guardare non veda; e c’è immensa luce perché chi vuole possa vedere. Cioè, il Signore lascia a noi la scelta, il decidere, il merito di dire: io credo, e intendo essere fedele.
Ecco, dunque il senso del Vangelo odierno. Bisogna cercare di mettere le nostre anime in fase, nell’atteggiamento migliore per accogliere il sole della nostra salvezza.
Vogliamo noi acquisire la parola di Dio siccome viva e vera, facendola nostra, e quale annuncio della nostra beatitudine? Occorre porre l’anima nostra a fuoco – si pensi alla ripresa perfetta di una fotografia -, ossia, in quella esatta posizione, che la renda atta, idonea, capace di ricevere i raggi del Signore.
Adunque, la nostra salvezza incomincia da Dio, ma Egli vuole che noi cooperiamo e facciamo qualche cosa. Come? Con l’essere uomini, pensando bene, rimanendo vigili e solerti, coerenti alle norme e alle ispirazioni celesti; non per criticarle o spegnerle, ma lasciandoci dal superno influsso guidare e sorreggere.
Infine: il Vangelo di oggi termina con un epilogo di ineffabile bellezza. Al termine della controversia impegnata, ormai, fra i nemici del Signore e lo stesso Divino Maestro, che dimostra la illogicità del loro contegno, una semplice ed umile donna esclama: Benedetta, benedetta la tua Mamma! Perché dice così? Essa ha compreso che Cristo è un essere unico; essa ha intuito l’intera ricchezza esistente nella persona di questo Maestro e Profeta. E fa risalire alla Madre del Salvatore, a Maria, la gloria di aver avuto un Figlio che si chiama Gesù.
È la voce del cuore puro, dell’anima candida, della pietà sagace: è la voce del popolo cristiano, la nostra, che deve dire: Oh, benedetta la Madonna, che ci ha dato Gesù, il nostro Redentore!
Guardate, se potete, figliuoli miei, di capire e ricordare qualche cosa della presente lezione. Essa è importante, continua, premente sulle vostre anime; e deciderà del vostro futuro se accoglierete la parola del Signore con il fervore e la rispondenza quotidiana.
In tal modo tutti saremo salvi. Se invece si chiuderanno gli occhi, le orecchie e il cuore al divino messaggio che ci rende liberi dal male, saremo arbitri e artefici di rovina.
Non deve essere così. Gesù sia veramente – sempre noi invocando l’aiuto della Madre sua – il nostro Amico, la nostra Guida, il nostro Maestro, la nostra Salvezza!






