Domenica prossima, 8 marzo 2009, è la seconda Domenica di Quaresima, incentrata sulla Trasfigurazione (Mt. 17, 1-9); dai collegamenti che seguono sono disponibili il proprio della S. Messa e due documenti già pubblicati e riproposti all’attenzione in preparazione alla liturgia: il sermone di S. Alfonso Maria de’ Liguori e l’omelia del Card. Caffarra (allora Vescovo di Ferrara), che esamina la Trasfigurazione descritta dal Vangelo di Luca (anno C della forma ordinaria del Rito Romano). Completano il tutto la spiegazione liturgica di Dom Guéranger, che segue queste righe, e, per estendere la visuale sulla Trasfigurazione al Vangelo di Marco (Mc. 9, 2-10), l’omelia per la seconda Domenica di Quaresima (anno B della forma ordinaria del Rito Romano) di Padre Stefano Maria Manelli, dei Francescani dell’Immacolata, tratta da immacolata.com, che in questa pubblicazione segue il testo di Dom Guéranger.
SECONDA DOMENICA DI QUARESIMA - LA TRASFIGURAZIONE
La santa Chiesa ci propone oggi a meditare un soggetto di alta portata per il tempo in cui siamo. In questa seconda Domenica della santa Quaresima applica a noi la lezione che un giorno il Signore diede ai suoi tre Apostoli. Ma dobbiamo sforzarvi d’essere più attenti dei tre discepoli del Vangelo, che il Maestro si degnò preferire agli altri per onorarli d’un simile favore.
Accondiscendenza di Gesù.
Gesù stava per passare della Galilea nella Giudea per recarsi a Gerusalemme, dove si doveva trovare alla festa di Pasqua. Era l’ultima Pasqua, che doveva incominciare con l’immolazione dell’agnello figurativo e terminare col Sacrificio dell’Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo. Gesù non doveva più essere sconosciuto ai suoi discepoli: le sue opere avevano reso testimonianza di lui, anche davanti agli occhi degli stranieri; la sua parola così fortemente dotata di autorità, la sua attraente bontà, la pazienza nel tollerare la grossolanità degli uomini che s’era scelti a suoi compagni: tutto doveva aver contribuito ad affezionarli a lui fino alla morte. Avevano sentito Pietro, uno di loro, dichiarare per ispirazione divina ch’egli era il Cristo, Figlio del Dio vivente (Mt 16,16); nondimeno, la prova che stavano per subire doveva essere così terribile alla loro debolezza, che Gesù, prima d’assoggettarveli, volle loro accordare un ultimo mezzo, per premunirli contro la tentazione.
Lo scandalo della Croce.
Non solo, ahimé! per la Sinagoga la Croce poteva diventar motivo di scandalo (1Cor 1,23); Gesù nell’ultima Cena, alla presenza degli Apostoli riuniti intorno a lui, diceva: “Tutti voi patirete scandalo per causa mia, in questa notte” (Mt 26,31). Quale prova, per uomini carnali come loro, nel vederlo trascinato carico di catene in balia dei soldati, trasportato da un tribunale all’altro, senza pensare a difendersi; nel veder riuscita la congiura dei Pontefici e dei Farisei, tante volte confusi dalla sapienza di Gesù e dalla grandezza dei suoi prodigi; finalmente, nel vederlo spirare sopra una croce infame, fra due ladroni, e fatto segno di tutto il livore dei suoi nemici!
Non si perderanno di coraggio, alla vista di tante umiliazioni e sofferenze, questi uomini che da tre anni lo hanno seguito dovunque? Si ricorderanno di tutto ciò che hanno visto e sentito? Non saranno agghiacciate le loro anime dal terrore o dalla viltà, il giorno che si compiranno le profezie ch’egli fece loro di se stesso? Ecco perché Gesù vuol fare un ultimo tentativo a favore di tre di essi che gli sono particolarmente cari: Pietro, da lui predestinato fondamento della sua futura Chiesa, ed al quale ha promesso le chiavi del cielo; Giacomo, il figlio del tuono, che sarà il primo martire del collegio degli Apostoli, e Giovanni suo fratello, chiamato il discepolo prediletto. Gesù li vuol condurre in disparte, e mostrare loro, per alcuni istanti, lo splendore di quella gloria che lo nasconde agli occhi dei mortali fino al giorno della manifestazione.
La Trasfigurazione.
Egli dunque lascia gli altri discepoli nella pianura presso Nazaret e si dirige, coi tre preferiti, verso un alto monte chiamato Tabor, che appartiene anch’esso alla catena del Libano, e del quale il Salmista ci disse che doveva sussultare al nome del Signore (Sal 88,13). Giunto Gesù sulla cima del monte, ecco che tutto ad un tratto, davanti agli occhi strabiliati dei tre Apostoli, scomparve il suo aspetto mortale; il suo volto divenne risplendente come il sole, e le sue vesti immacolate come neve scintillante. Appaiono ai loro occhi due inattesi personaggi, che s’intrattengono col loro Maestro sulle sofferenze che l’attendono a Gerusalemme. È Mosè il legislatore, coronato di raggi, ed il profeta Elia, trasportato in cielo sopra un carro di fuoco, senza passare per la morte. Queste due grandi potenze della religione mosaica, la Legge e la Profezia, s’inchinano umilmente davanti a Gesù di Nazaret. E non solo gli occhi dei tre Apostoli sono colpiti dallo splendore che circonda ed emana dal loro Maestro; ma anche il loro cuore è preso da un sentimento di felicità che li stacca dalla terra. Pietro non vuole più scendere dal monte; con Gesù, Mosè ed Elia desidera stabilirvi il suo soggiorno. E perché nulla manchi ad una tale scena, in cui vengono manifestate agli Apostoli le grandezze dell’umanità di Gesù, da una nube luminosa, che scende ed avvolge la vetta del Tabor, esce la testimonianza del Padre celeste, dalla cui voce essi sentono proclamare Gesù Figlio eterno di Dio.
Fu un momento di gloria che durò ben poco per il Figlio dell’uomo, la cui missione di patimenti e di umiliazioni lo reclamava a Gerusalemme. Nascose allora in se stesso lo splendore soprannaturale, e quando richiamò in sé gli Apostoli, quasi annientati dalla voce del Padre, essi videro solamente il loro Maestro: svanita la nube luminosa entro la quale aveva tuonato la parola di Dio, Mosè ed Elia scomparsi. Si ricorderanno almeno di ciò che hanno visto e sentito, questi uomini favoriti di così eccelso favore? Rimarrà impressa d’ora innanzi nella loro memoria la divinità di Gesù o non dispereranno della sua missione divina, giunta l’ora della prova, e non saranno scandalizzati dal suo volontario abbassamento? Il seguito dei Vangeli ce ne darà la risposta.
L’agonia del Getsemani.
Poco tempo dopo, celebrata con essi l’ultima cena, Gesù conduce i suoi discepoli sopra un alto monte, su quello degli Ulivi, a oriente di Gerusalemme. Lascia all’entrata dell’orto tutti gli altri e, presi con sé Pietro, Giacomo e Giovanni, con essi s’inoltra più avanti in quel luogo solitario. “L’anima mia è triste fino alla morte, disse loro: restate qui e vegliate con me” (Mt 26,38), e s’allontana ad una certa distanza per pregare il Padre. Noi sappiamo quale dolore opprimeva in quel momento il cuore del Redentore. Quando tornò ai tre discepoli, era ormai terminata l’agonia: un Sudore di Sangue aveva attraversato persino le sue vesti. Ebbene, in mezzo ad uno spasimo così terribile, vegliano almeno i suoi Apostoli con ardore, finché non arriverà il momento d’andare a immolarsi per lui? No, essi si sono addormentati, perché s’erano appesantiti i loro occhi; anzi, fra poco, tutti fuggiranno, e Pietro, il più sicuro di tutti, giurerà di non conoscerlo neppure.
Lezione di fede.
Ma più tardi, testimoni della risurrezione del loro Maestro, i tre Apostoli esecrarono la loro condotta con un pentimento sincero e riconobbero la provvida bontà con la quale il Salvatore, poco tempo prima della sua Passione, aveva cercato di premunirli contro la tentazione, manifestandosi nella sua gloria.
Noi, cristiani, non aspettiamo d’averlo abbandonato e tradito per conoscere la sua grandezza e la sua divinità. Ora che ci andiamo avvicinando all’anniversario del suo Sacrificio, lo vedremo anche noi umiliato, e quasi schiacciato dalla mano di Dio. Che la nostra fede non venga meno a tale spettacolo! L’oracolo di David ci raffigura Gesù simile ad un verme della terra (Sal 21,7) che si calpesta; la profezia d’Isaia ce lo dipinge come un lebbroso, l’ultimo degli uomini, l’uomo dei dolori (Is 53,3-4): tutto deve avverarsi alla lettera. Ricordiamoci allora della gloria del Tabor, degli omaggi di Mosè e di Elia, della nube luminosa, della voce del Padre. Più Gesù s’abbassa ai nostri occhi, e più dobbiamo esaltarlo ed acclamarlo, dicendo con la milizia degli Angeli e con i ventiquattro vegliardi ciò che S. Giovanni, uno dei testimoni del Tabor, intese nel cielo: “L’Agnello ch’è stato immolato è degno di ricevere la potenza, la divinità, la sapienza, la fortezza e l’onore, la gloria e la benedizione!” (Ap 5,12).
La seconda Domenica di Quaresima è chiamata Reminiscere, dalla prima parola dell’Introito della Messa, oppure anche la Domenica della Trasfigurazione, per il Vangelo che abbiamo esposto.
La Stazione è a Roma, a S. Maria in Domnica, sul Celio. Una leggenda ci mostra questa basilica come l’antica diaconia abitata da santa Ciriaca, dove san Lorenzo distribuiva le elemosine della Chiesa.
M essa
EPISTOLA (1Ts 4,1-7). – Fratelli: Vi preghiamo e scongiuriamo nel Signore Gesù, che, avendo da noi appreso in qual modo dobbiate diportarvi per piacere a Dio, così vi diportiate, affinché progrediate sempre più. Voi ben sapete quali precetti v’abbia dato da parte del Signore Gesù. Or la volontà di Dio è questa: la vostra santificazione, e che v’asteniate dalla fornicazione; che sappia ciascuno di voi essere padrone del proprio corpo nella santità e nell’onestà, senza farsi dominare dalla concupiscenza, come fanno i gentili che non conoscono Dio; e che nessuno ricorra a soverchierie o a frodi nei negozi col proprio fratello, perché il Signore fa giustizia di tutte queste cose, come vi abbiamo già detto e dichiarato, non avendoci Dio chiamati all’immondezza, ma alla santità: in Cristo Gesù nostro Signore.
La santità del cristiano.
In questo passo l’Apostolo insiste sulla santità dei costumi che deve risplendere nei cristiani; e la Chiesa, nel metterci sott’occhio queste parole ammonisce i fedeli che vogliono approfittare del tempo in cui siamo, per restaurare in se stessi la purezza dell’immagine di Dio, che era stata loro impressa nella grazia battesimale. Il cristiano è come un vaso d’onore, formato ed abbellito dalla mano di Dio; perciò si deve preservare dall’ignominia che lo degraderebbe e lo farebbe degno d’essere frantumato e gettato in un letamaio di immondizie. È gloria del Cristianesimo, se il corpo è stato fatto partecipe della santità dell’anima; ma la sua celeste dottrina ci avvisa, nello stesso tempo, che si deturpa e si perde la santità dell’anima con la sozzura del corpo. Riedifichiamo dunque in noi tutto l’uomo, con l’aiuto delle pratiche di questa santa Quaresima; purifichiamo l’anima nostra con la confessione dei peccati, con la compunzione del cuore, con l’amore verso il misericordioso Signore; e riabilitiamo anche il nostro corpo, facendogli portare il giogo dell’espiazione, affinché d’ora in poi esso sia servo dell’anima ed il suo docile strumento, fino al giorno in cui l’anima, entrata in possesso d’una felicità senza fine e senza limiti, riverserà su di lui la sovrabbondanza delle delizie, delle quali sarà ripiena.
VANGELO (Mt 17,1-9). – In quel tempo: Gesù presi con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello, li condusse sopra un alto monte, in disparte. E si trasfigurò in loro presenza, e il suo viso risplendé come il sole, e le sue vesti divennero bianche come la neve. Ed ecco, loro apparvero Mosè ed Elia a conversare con lui. E Pietro prese a dire a Gesù: Signore, è un gran piacere per noi lo star qui: se vuoi, ci facciamo tre tende, una per te, una per Mosè ed una per Elia. Mentre egli ancora parlava, ecco una lucida nube avvolgerli: ed ecco dalla nuvola una voce che diceva: Questo è il mio Figlio diletto, nel quale mi sono compiaciuto, ascoltatelo. Udito ciò, i discepoli caddero bocconi per terra ed ebbero gran timore. Ma Gesù, accostatosi a loro, li toccò e disse: Levatevi, non temete. Ed essi, alzati gli occhi non videro altri che Gesù. E mentre scendevano dal monte, Gesù, comandando, disse loro: Non parlate ad alcuno di questa visione, finché il figlio dell’uomo non sia risuscitato dai morti.
Bontà di Gesù e debolezza degli Apostoli.
Così Gesù veniva in aiuto ai suoi Apostoli alla vigilia della prova, cercando d’imprimere profondamente nel loro pensiero la sua gloriosa immagine, per il giorno in cui l’occhio della carne non avrebbe più visto in lui che debolezza e ignominia. Oh, provvidenza della grazia divina, che non manca mai all’uomo, e giustifica sempre la bontà e la giustizia di Dio! Come gli Apostoli, anche noi abbiamo peccato; come loro, abbiamo trascurato il soccorso che ci era stato inviato dal cielo, e abbiamo chiuso volontariamente gli occhi alla luce, abbiamo dimenticato lo splendore che prima ci aveva rapiti, e siamo caduti. Noi non fummo mai tentati oltre le nostre forze (1Cor 10,13): dunque i nostri peccati sono proprio opera delle nostre mani. I tre Apostoli furono esposti ad una violenta tentazione il giorno in cui il loro Maestro sembrò perdere ogni sua grandezza; ma era facile per loro rafforzarsi con un ricordo glorioso e recente. Lungi da ciò, si lasciarono abbattere, trascurarono di riprendere forza nella preghiera; e così i fortunati testimoni del Tabor si mostrarono, nell’Orto degli Ulivi, vili e infedeli. Non esisteva altro scampo per loro, che raccomandarsi alla clemenza del Maestro, dopo ch’ebbe trionfato dei suoi spregevoli nemici; e dal suo cuore generoso ne ottennero il perdono.
Confidenza nella misericordia divina.
A nostra volta, imploriamo anche noi la sua sconfinata misericordia, perché abbiamo noi pure abusato della grazia divina, rendendola sterile con la nostra infedeltà. Finché vivremo in questo mondo, non si seccherà mai per noi la sorgente della grazia, che è il frutto del sangue e della morte del Redentore: prepariamoci di nuovo ad attingerla. Essa ora ci sollecita all’emendamento della nostra vita; piovendo in abbondanza sulle anime, nel tempo in cui siamo, questa grazia la troveremo principalmente nei santi esercizi della Quaresima. Trasportiamoci sul monte con Gesù: a quell’altezza dove non si odono più i rumori della terra; innalziamo lì una tenda per quaranta giorni, in compagnia di Mosè ed Elia, i quali, come noi e prima di noi, resero sacro quel numero coi loro digiuni; e quando il Figlio dell’uomo sarà risuscitato dai morti, proclameremo i favori che si degnò accordarci sul Tabor.
P R E G H I A M O
O Dio, che ci vedi privi d’ogni forza, custodisci le nostre persone, affinché siamo liberati da ogni avversità nel corpo, e siamo purificati dai cattivi pensieri nell’anima.
(dom Prosper Guéranger, L’anno liturgico, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959)
OMELIA DI P. STEFANO MARIA MANELLI PER LA SECONDA DOMENICA DI QUARESIMA
Questa domenica il vangelo ci propone l’episodio della trasfigurazione del Signore. Perché nel periodo di Quaresima, che ci richiama al pentimento e alla penitenza e che ci prepara ai fatti della passione e morte di Gesù, ci viene presentato questo episodio, che è tutto luce e gloria per il Cristo? San Leone Magno (cf. II Lettura dell’Ufficio), insegna che questo brano della trasfigurazione del Signore, ha un triplice fine: anzitutto quello di «rimuovere dall’animo dei discepoli lo scandalo della croce». Poi quello di dare «un fondamento solido alla speranza della santa Chiesa, perché tutto il Corpo di Cristo prendesse coscienza di quale trasformazione sarebbe stato oggetto, e perché anche le membra si ripromettessero la partecipazione a quella gloria, che era brillata nel Capo»; infine, «la conferma della fede» nell’opera di redenzione.
Domenica scorsa abbiamo ascoltato l’episodio della tentazione di Gesù nel deserto. Oggi la trasfigurazione. Questa sequenza ci mostra come la vittoria sulle tentazioni ci eleva e trasfigura in Cristo. Lo scopo dunque del vangelo di oggi è quello di mostrare a noi a che cosa ci condurrà il cammino quaresimale vissuto fedelmente. In particolare, vuole insegnarci come saremo trasformati anche noi per mezzo dei sacramenti, soprattutto del Battesimo, della Penitenza e dell’Eucaristia. I sacramenti infatti ci uniscono a Cristo e ci configurano a Lui.
L’episodio della trasfigurazione è senz’altro tra i più singolari del Nuovo Testamento. Notiamo anzitutto il luogo in cui è avvenuta la trasfigurazione: «un monte alto», dice san Marco. Il monte, nella mentalità orientale, è il luogo in cui Dio manifesta in modo singolare la sua presenza. Basti pensare all’episodio di Mosè che riceve la rivelazione di Dio sul monte Sinai (Es 3). L’altezza del monte da pensare ad un luogo più vicino alla dimora di Dio, il cielo. Il monte alto scelto da Gesù (secondo una antichissima tradizione il monte Tabor), indica anzitutto la speciale atmosfera divina e soprannaturale del fatto.
L’evangelista dice poi che andarono «in un luogo appartato», e insiste aggiungendo: «loro soli». È il modo consueto delle manifestazioni divine: sono riservate, non plateali. L’uomo si lascia facilmente entusiasmare da fenomeni che lo sovrastano e che non può controllare, come i fati soprannaturali o i miracoli. Spesso, però, è un entusiasmo smoderato, che porta ad una falsa religiosità, attenta più all’esteriorità che alla sostanza della fede, mancando spesso di una coerente condotta di vita. Gesù si manifesta solo ad alcuni dei suoi. Nemmeno a tutti gli apostoli, solo a tre, ai testimoni principali del suo vangelo: Pietro, Giacomo e Giovanni, per evitare false concezioni a suo riguardo, che avrebbero di certo rovinato la sua missione evangelizzatrice.
A costoro si mostra trasfigurato: «Si trasfigurò davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime». San Matteo specifica anche che «il suo volto brillò come il sole». Il volto luminoso e le vesti splendenti sono un segno della divinità di Gesù. Dio, infatti, spesso viene associato alla luce, come nell’episodio della fuga d’Israele dall’Egitto: «Il Signore marciava alla loro testa di giorno con una colonna di nube, per guidarli sulla via da percorrere, e di notte con una colonna di fuoco per far loro luce, così che potessero viaggiare giorno e notte» (Es 13,21; cf. Tb 3,17). In particolare nel Salmo 4,7 si fa cenno della luce del volto di Dio: «Risplenda su di noi, Signore, la luce del tuo volto» (cf. anche Sal 31,17; 44,4; 80,4). Nel Nuovo Testamento Gesù riceve molti titoli che l’AT attribuiva a Dio Padre. Per questo da san Giovanni è chiamato «la luce vera» (Gv 1,4s.8s; 3,19-21); anzi Gesù stesso dirà: «Io sono la luce del mondo» (Gv 8,12; 9,5; 12,35s.46).
Oltre alla visione della trasfigurazione di Gesù, san Marco parla della visione di Mosè e di Elia. Costoro sono i personaggi più importanti dell’Antico Testamento, e rappresentano la Legge (Mosè) e i Profeti (Elia). Questo significa che tutto l’AT rende testimonianza favorevole a Gesù, che appare più importante dei due grandi personaggi. Ma la testimonianza più importante viene da un altro ancora, da Dio Padre, che interviene solennemente facendo sentire la sua voce: « Questi è il Figlio mio prediletto; ascoltatelo!». È questa voce che la liturgia quaresimale ci fa ascoltare e ci invita a seguire docilmente.
Un noto autore di alcuni decenni fa, commenta il brano della trasfigurazione, spiegando bene il fondamento teologico del fatto: «L’anima di Gesù – scrive P. Marco M. Sales –, unita personalmente al Verbo, godeva della visione beatifica, di cui è effetto connaturale la glorificazione del corpo. Per compiere l’opera della nostra Redenzione secondo i disegni di Dio, Gesù quaggiù in terra impedì che la gloria della sua anima ridondasse nel corpo; ma al momento della trasfigurazione permise che alcuni raggi di gloria della sua anima beata si trasfondessero nel suo corpo» (I quattro Vangeli, p. 77).
Anche noi siamo chiamati a conformarci a Gesù trasfigurato e glorificare così Dio Padre. Secondo l’insegnamento della Chiesa e di tutti i santi, potremmo realizzare questa configurazione a Cristo, in particolare accostandoci con frequenza ai Sacramenti, che Gesù ha istituito proprio per questo, e impegnandoci nell’acquisto delle virtù cristiane. P. Pio, ad esempio, esigeva da tutti i suoi figli e figlie spirituali una continua trasfigurazione in Cristo. E questo soprattutto coltivando un amore sincero e profondo a Gesù eucaristico. Lo ricaviamo anche da una lettera che scrisse a Maria Gargani, nel luglio 1917, in cui scrive: «Mia carissima figliola, il sacratissimo Cuore di Gesù trasformi sempre più il tuo cuore, fino a renderlo perfetto e degno di sé!… Io penso che la santissima eucaristia sia il gran mezzo per aspirare alla santa perfezione, ma bisogna riceverla col desiderio e con l’impegno di togliere dal cuore tutto ciò che dispiace a colui che vogliamo alloggiare. Il tuo studio, mia dilettissima figliola, sia dunque quello di continuare a vincerti in quelle contraddizioni giornaliere che il Signore ti presenta; il tuo studio si estenda pure nel continuo esercizio di correggerti dei tuoi difetti, nell’acquisto delle virtù, nel praticare il bene». E conclude la lettera: «Possa Gesù vivere e regnare per sempre nella tua anima» (Epistolario III, ed. 1994, p. 284).





