Riprendono, dopo la sosta dovuta agli impegni pressanti delle ultime due settimane e in parte anche al profondo restyling di Introibo.info, che cominciava a non garantire più un buon funzionamento, le pubblicazioni dei propri delle S. Messe e di tutto il materiale connesso nonché delle notizie e dei commenti sugli avvenimenti che si sono succeduti in questo periodo di silenzio forzato e che meriteranno attenzione in futuro; riprendiamo con la pubblicazione del proprio della S. Messa della Domenica di Quinquagesima (Dominica in Quinquagesima) del prossimo 22 febbraio, che prevede anche la commemorazione della Cattedra di S. Pietro: è appunto per questa commemorazione che, volendo lasciare inalterati i caratteri utilizzati per la compilazione del proprio onde garantirne un’agevole lettura, si è scelto di ampliare lo spazio tradizionalmente utilizzato (un foglio A4 fronte-retro per un opuscolo di 4 pagine) triplicando lo stesso e potendo così proporre, in appendice, l’interessante omelia sul Vangelo della Domenica di San Gregorio Magno, che per praticità è riportato anche al termine di questa breve introduzione.
E’ sembrato opportuno riproporre, dai link che seguono, anche le riflessioni presentate in precedenza:
il sermone “a tema” di S. Alfonso Maria de’ Liguori per la Domenica di Quinquagesima e la “Quinquagesima Sulla Passione del Signore” di Giuseppe Allamano (18 Febbraio 1917)
Omelia di san Gregorio Magno
Mentre il nostro Creatore si avvicina a Gerico, il cieco riacquista la luce; parallelamente, mentre la Divinità assume la debolezza della nostra natura, il genere umano riacquista la luce che aveva perduto. Da dove, infatti, Dio accetta sofferenze umane, proprio di lì l’uomo è elevato alla vita divina.
Quel cieco significativamente è descritto seduto ai margini della via e mendico. Dice infatti la stessa Verità: Io sono la via. Chi dunque non conosce lo splendore della luce eterna è cieco, ma se già ha fede nel Redentore, siede lungo la via; se, però, trascura di chiedere e cessa di rivolgere suppliche per avere la luce eterna, è un cieco seduto lungo la via, senza però mendicare. Se invece ha fede, riconosce la cecità del suo cuore e supplica per ottenere la luce della verità, allora siede lungo la via e in atteggiamento di mendicante.
Chiunque riconosce le tenebre della propria cecità e ammette di essere privo della luce eterna, esclami dall’intimo del cuore e con la voce della mente: Gesù, figlio di Davide, abbi pietà di me.
Quelli che precedono Gesù in cammino (e sgridano il cieco) simboleggiano la massa dei desideri egoisti e il tumulto dei vizi. Essi, prima che Gesù giunga al nostro cuore, disperdono con la tentazione i nostri pensieri e turbano le voci del cuore nella preghiera.
Spesso, infatti, quando decidiamo di tornare a Dio dopo i peccati compiuti e tentiamo di sgretolare con la preghiera i vizi ormai contratti, ritornano alla mente i fantasmi delle colpe commesse; respingono gli sforzi della nostra mente, sconvolgono l’animo e soffocano gli accenti della nostra preghiera.
Quelli che precedevano il cieco, lo sgridavano, dunque, perché tacesse. Prima, infatti, che Gesù venga nel nostro cuore, le colpe commesse, scagliandosi con i loro fantasmi contro la nostra mente, ci sconvolgono nella stessa nostra preghiera.
Vediamo come si è comportato, di fronte a questi fatti, il cieco che doveva essere guarito. Eccolo che continua ancora più forte: Figlio di Davide, abbi pietà di me! Nonostante la folla lo rimproveri perché taccia, egli supplica con accenti di sempre maggiore intensità. Noi pure, quanto più siamo assaliti dal tremendo turbine di seducenti pensieri, dobbiamo insistere nella preghiera con ardore sempre più grande.
Spesso dobbiamo affrontare proprio nella preghiera i fantasmi delle colpe commesse. Ma è assolutamente necessario che la voce del nostro cuore, quanto più duramente repressa, con tanta maggior forza insista per fronteggiare il tumulto dei pensieri malvagi; essa deve prefiggersi di giungere all’ascolto misericordioso del Signore grazie alla forza dell’insistenza. Ognuno, come credo, sente compiersi in sé ciò di cui parliamo, perché quando invertiamo gli affetti da questo mondo a Dio e ci diamo alla pratica dell’orazione, ciò che prima compivamo con gioia va sopportato poi come inopportuno e molesto nella preghiera. A stento il ricordo riesce ad essere allontanato dagli occhi del cuore a opera dei santi desideri, e i fantasmi vengono rimossi a fatica attraverso i gemiti della penitenza.Quando però insistiamo con fervore nella nostra preghiera, riusciamo a fermare nella mente Gesù che passa. E se perduriamo con forza a pregare, Gesù sosta per infondere luce. Dio prende dimora nel cuore e noi ritroviamo la luce perduta.
Facciamo attenzione alla domanda che Gesù rivolge al cieco: Che vuoi che io faccia per te? Forse ignorava ciò che voleva il cieco chi aveva il potere di ridonare la vista? Vuole, però, che sia domandato ciò che già prevede da noi richiesto e da lui elargito. Con grande insistenza egli ci esorta infatti all’orazione e tuttavia afferma: Il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno ancor prima che gliele chiediate. Per questo esige che si chieda, perché il cuore diventi fervido nella preghiera.
Certo il cieco non chiede oro al Signore, ma la luce. Anche noi non chiederemo al Signore ingannevoli ricchezze, doni terreni, effimeri onori, ma la luce; e non quella imprigionata in uno spazio, sopraffatta dal tempo, soggetta a mutare per l’interruzione delle notti e di cui fruiamo come gli animali. Cerchiamo la luce che possiamo contemplare solo con gli angeli, di cui non è tracciato l’inizio e nulla costringe a finire. La fede è la via per giungervi; per questo, al cieco che doveva essere guidato giustamente viene detto: Abbi di nuovo la vista! La tua fede ti ha salvato
Nei prossimi giorni verrà pubblicato altro materiale per la preparazione della S. Messa di Domenica prossima 22 febbraio, compresa la notazione gregoriana del proprio.





