Aggiornamento pagine interne

La Santa Messa dove e quando: pagina aggiornata al 25 gennaio 2010 con lo spostamento di sede a Savona

Translator

io

io

io

Novità dalla rete

Attualità e riflessioni

Ordinario e Straordinario: le differenze tra forma antica e moderna

Ss. Messe a confrontoSul “Settimanale di Padre Pio“, dei Francescani dell’Immacolata (ordine “giovane” ma ricco di vocazioni, in cui si celebra sia nella forma ordinaria che in quella straordinaria), è apparsa tra il settembre del 2007 e l’inizio del 2008 una serie di articoli di Padre Addolorato Di Maria, che di seguito sono proposti in unica soluzione, sulle differenze tra le due forme del Rito Romano; sono raccomandabili per semplicità ed allo stesso tempo precisione e completezza, nonché fonte di riflessioni che non mancheranno di essere sviluppate a fronte di questo e di altri studi; e, benché le preferenze del’autore sembrino manifestarsi abbastanza chiaramente (come anche quelle del blog, se ce ne fosse bisogno, come si può notare anche dall’accostamento delle immagini), si tratta tuttavia di una trattazione equilibrata che, ancora una volta e rigorosamente, ritorce sui più confusionari detrattori della “Messa gregoriana”  le critiche di scarsa fedeltà al Vaticano II.

I Parte
Cristo, il Sacrificio, la Cena

“Nella Messa Tridentina si pone l’accento sulla verità centrale secondo la quale la Messa è un Sacrificio, Sacrificio sacramentale (cfr. S.C., n. 47), Sacrificio che si realizza sotto i segni sensibili del pane e del vino consacrati, Sacrificio riferito a quello della Croce (anticipato nell’Ultima Cena), quale atto supremo di culto divino, al fine di lodare e ringraziare Dio, dal quale riceviamo tutto (Es 22,29; 33,5.21; Lv 23,10; Prv 3,9). Il Sacrificio, dopo il peccato, ha anche una finalità propiziatoria di riconciliazione con Dio (cfr. 2Cor 5,19), mediante l’atto supremo di obbedienza di Gesù Cristo, unico Mediatore tra Dio e gli uomini (cfr. 1Tm 2,5), obbedienza fino alla morte di Croce (cfr. Fil 2,8), per soddisfare per i nostri peccati, in quanto il peccato è disobbedienza (cfr. Rm 5,19).
Conseguentemente, il Sacrificio eucaristico è anche un Sacrificio di impetrazione di tutte le grazie necessarie per la nostra salvezza (cfr. Rm 8,32), di impetrazione per i vivi e i defunti, per la Chiesa e per tutto il mondo, in particolare per chi viene celebrata la Messa, per chi la celebra, per chi vi partecipa. Il fine della Liturgia, comunque, non solo per la S. Messa, non è quello di costituire un’assemblea o di esaltare l’assemblea, di fare uno spettacolo, di organizzare una festa, di imbandire una semplice cena, di ingigantire l’aspetto conviviale, di esclusivizzare la dimensione del banchetto.
La nuova Messa mette più che altro in luce la parte integrante della Celebrazione eucaristica, ossia la Comunione, con il risultato che il Sacrificio viene spesso sbiadito e la celebrazione è trasformata largamente in ciò che si può chiamare un pasto: “la Cena del Signore”. Martin Lutero, in effetti, rinnegò apertamente e chiaramente la natura sacrificale della Santa Messa. Almeno, in un primo momento i protestanti, per non turbare i fedeli semplici, non eliminarono subito tutte quelle parti del Sacrificio che esprimono la fede vera in contrasto con le loro nuove dottrine. Essi conservavano, per esempio, l’elevazione dell’Ostia tra il Sanctus e il Benedictus. Per Lutero e i suoi seguaci il culto consisteva principalmente nella predicazione destinata ad istruire e ad edificare, interrotta da preghiere e da inni. Ricevere la Comunione era solo una cosa secondaria. Ciononostante Lutero sosteneva ancora la Presenza di Cristo nel pane al momento della Comunione, ma negava fortemente il Sacrificio della Messa. Egli accentuava l’aspetto conviviale, il banchetto.  Noi sappiamo che il Sacrificio della Croce, e quindi quello, “per anticipazione”, dell’Ultima Cena, e quello sacramentale “per commemorazione” (la Santa Messa), è compiuto dall’unico ed eterno Sommo Sacerdote, Gesù Cristo (Eb 7,24; 9,26). Nella Messa Tridentina, celebrata da un solo sacerdote, risalta chiaramente questo aspetto cristologico della Santa Messa. Il sacerdote è mediatore tra Dio e gli uomini, ministro di Cristo: è lui che offre i doni (vittima), che consacra, che compie il Sacrificio; solo grazie alla sua azione il Sacerdozio, essenzialmente distinto da quello dei fedeli” (LG 10b: EV1,312), viene attuato ed esercitato, ed è reso efficace. Pertanto, il Canone (Romano) è una preghiera esclusivamente sacerdotale che viene recitato, per la maggior parte, a bassa voce, eccetto il canto (o recita ad alta voce) del Prefazio e del Pater noster.
Il Canone è il centro della Messa, intesa come un Sacrificio. Secondo la testimonianza del Concilio di Trento, il Canone stesso risale alla tradizione degli Apostoli ed era sostanzialmente già completo ai tempi di Gregorio Magno (anno 600). La Chiesa Romana non aveva mai avuto altri Canoni. Il passo stesso del “mysterium fidei” nella formula della Consacrazione è un’antica tradizione che Innocenzo III testimonia esplicitamente in una risposta data all’Arcivescovo di Lione. Anche san Tommaso d’Aquino dedica un articolo della sua Summa Teologica alla stessa giustificazione del “mysterium fidei”. Ed il Concilio di Firenze confermò esplicitamente il “mysterium fidei” nella formula della Consacrazione. Nella nuova Messa il “mysterium fidei” è stato eliminato dalle parole della Consacrazione e posto subito dopo di essa per suscitare l’acclamazione dei fedeli. Parimenti è stato accordato il permesso di usare altri Canoni. Il secondo (il più corto, che non menziona il carattere sacrificale della Messa) ha, di fatto, soppiantato del tutto l’antico Canone Romano. Nella Messa antica, secondo le disposizioni del Concilio di Trento, il Canone Romano veniva letto in silenzio, allo scopo di sottolineare la grandezza del Sacrificio divino e l’atteggiamento di
silenzio, di raccoglimento e di compartecipazione dinanzi a quel Sacrificio . Cosa che è stata abbandonata nella Messa moderna con la dizione del Canone ad alta voce. La Concelebrazione, limitata dal Concilio Vaticano II ad alcuni casi e che non può venire mai imposta ai singoli sacerdoti (SC 57: EV 1, 97106; can. 902 CdC), non aiuta, di per sé, a percepire l’unicità del sacerdote il quale non è mai soltanto un “presidente”
(dell’assemblea). Essa fa risaltare, invece, l’unicità del Sacerdozio intorno al Vescovo, specialmente il Giovedì Santo, ma non deve diventare una comoda abitudine che, peraltro, priva i fedeli del beneficio della Santa Messa distribuita in più luoghi e orari.

II Parte
Il verticale e l’orizzontale

Nella Messa tridentina il sacerdote celebra su un altare sacrificale che è rialzato, è in posizione sopraelevata, rispetto al piano dei fedeli, in quanto rappresenta il monte Calvario, la collina del Golgota. [Altare = "alta-res" = "realtà o cosa posta in alto" (altare = propriamente la parte superiore per i sacrifici, dove si immolano le vittime; cfr. CastiglioniMariotti, Vocabolario lingua latina, p. 75 e p. 1662)]. Secondo gli studi ben fondati di mons. Klaus Gamber, nelle antiche Basiliche romane e altrove, il criterio dell’antica posizione non era che l’altare dovesse essere rivolto verso l’assemblea dei fedeli, ma che piuttosto dovesse essere girato verso l’Oriente, simbolo del sole nascente che rappresenta Cristo, Colui che si doveva adorare. La posizione tutta nuova dell’altare (così come la posizione del sacerdote verso il popolo, vietate una volta) divengono oggi segno, di una Messa concepita come riunione della comunità. Il sacerdote, nella Messa tradizionale, non è rivolto “contro” i fedeli, con le spalle al popolo, chiudendosi in un cerchio, come ha affermato il Santo Padre in Introduzione allo spirito della liturgia (p.76), ma sta a capo del “popolo di Dio” quale guida, e insieme al popolo si rivolge a Dio, rivolge la faccia e la persona verso l’Oriente, verso l’altare, il quale non deve essere mai una tavola (per una specie di cena di tipo protestante). Il sacerdote, e soltanto il sacerdote, agisce in persona di Cristo offrendo il Sacrificio all’Eterno Padre. Non offre certamente il sacrificio al popolo, ma con il popolo e per il popolo. I fedeli sono più in basso in quanto rappresentano in un certo modo Maria Santissima e san Giovanni ai piedi della Croce (cfr. C.C.C., n. 1370).
Possiamo notare come tutto si svolge in maniera verticale, dal basso verso l’alto, dall’uomo a Dio; tutto è orientato a Dio. Del resto, ciò corrisponde a quello che costituisce l’orientamento naturale dell’uomo. Lo esige la condizione creaturale dell’uomo. Dio ha creato l’uomo. E l’uomo tende a Dio. La duplicità degli altari, venutasi a creare a motivo della Riforma liturgica, deve col tempo scomparire (cfr. Doc. sulla Riforma liturgica del 25 gennaio 1966: EV 2,610). Sull’altare deve essere collocato un Crocifisso, perché vi si rinnova il Sacrificio della Croce; vi si trova, in mezzo, il Tabernacolo, sede di Cristo, presente realmente sotto le Specie eucaristiche e la cui Presenza, prodotta dalla transustanziazione avvenuta nella Consacrazione, è durevole; vi sono i candelieri con le candele per significare la Presenza di Cristo, “luce del mondo” (Gv 8,12; Lc 2,32; 1,78); nella pietra dell’Altare si conservano le reliquie dei Santi, nostri intercessori presso Dio (Canone Romano), con i quali siamo uniti nella grande comunione dei Santi e della Liturgia Celeste (cfr. Ap 6,9). Dobbiamo far notare come Lutero sostituì l’altare sacrificale con il tavolo conviviale per sottolineare il carattere soltanto di semplice cena della sua messa. Nella Messa moderna, troppo spesso purtroppo, tutto tende a far risaltare la dimensione orizzontale (dal celebrante ai fedeli e dai fedeli al celebrante), tutto converge verso la tavola, posta in posizione centrale. Il sacerdote è colui che “presiede l’assemblea”. La stessa struttura architettonica delle moderne chiese è concepita in modo tale da favorire l’orizzontalità.
Mentre nella Messa moderna le parti del sacerdote celebrante e del popolo dei fedeli spesso si confondono, nella Messa tradizionale esse rimangono distinte, in base al principio che la Messa è l’atto di Cristo (sacerdote principale), che lo compie mediante il ministero del sacerdote (sacerdote secondario). In questo modo, si distinguono molto più chiaramente il sacerdozio ministeriale dal sacerdozio comune o battesimale dei fedeli (LG 10b: EV 1,312). Nella Messa antica rimangono distinti il Confiteor ai piedi dell’altare, l’Agnus Dei, il Domine non sum dignus; la distinzione tra il sacerdote-mediatore e i fedeli ricorre anche nel Canone, almeno tre volte: l’adorazione del Santissimo Sacramento dopo la consacrazione è doppia, distinta: il sacerdote si inginocchia appena subito dopo la consacrazione, poi eleva l’ostia consacrata, poi quando la ripone sul corporale si inginocchia di nuovo. 
È  separato il canto o la recita del Pater noster, pronunciato dal solo sacerdote, anche se a nome di tutta la Chiesa; ritorna spesso la distinzione
nella seconda persona plurale quando il sacerdote si rivolge ai fedeli -come nei frequenti Dominus vobiscum- segno ed espressione dell’unione di Cristo con i fedeli, e insieme l’esortazione al raccoglimento alla presenza di Cristo. Oggi alcuni sacerdoti si esprimono nella prima persona plurale, non consentito neppure dalla nuova Liturgia, quando dicono, ad esempio: “questo nostro sacrificio”, “lavaci, purificaci”; “ci custodisca”; “ci benedica”; oppure trasformano in indicativo ciò che, in realtà, è imperativo, o meglio “implorativo”: “Dio ha misericordia di noi, ci perdona i nostri peccati ecc.”, invece come è giusto dire “Dio abbia misericordia di noi, perdoni i nostri peccati ecc.” (è una preghiera di intercessione richiesta alla fine del Confiteor).
La S. Messa richiede da parte del sacerdote e anche dei fedeli un’adeguata preparazione (non si passa dalla strada all’altare!) e quando è terminata la S. Messa, non si scappa subito fuori a chiacchierare, ma si rimane in adorazione e contemplazione dell’immenso dono ricevuto e a ringraziare per averlo ricevuto. Nella Messa tridentina prima della S. Messa, in sagrestia ci sono delle tabelle con una serie di preghiere, fatte di salmi e altre composte dai santi, che servono di preparazione e di ringraziamento al sacerdote celebrante, comprese le intenzioni di consacrare e di applicare il sacrificio eucaristico; la preparazione e il ringraziamento sono prescritti tuttora ai sacerdoti (cfr. C.I.C., can 909) e servono di esempio anche ai fedeli. I ritardi e le negligenze nell’arrivare a Messa e la dissipazione, il chiasso, la confusione subito dopo, alla fine, compromettono i suoi frutti spirituali.

III Parte
Sacro e solenne, il latino non impedisce la partecipazione dei fedeli, ma al contrario la facilita

Il latino è la caratteristica della Messa tridentina che più risalta. Anche la “Messa moderna” si può celebrare in latino, ma resta un Rito distinto. Il Documento sulla Liturgia del Concilio Vaticano II, la Sacrosanctum Concilium, riafferma la necessità dell’uso del latino anche per i fedeli (la lingua nazionale è stata ammessa limitatamente dai Padri conciliari solo come una eccezione): Art. 36 § 1: “L’uso della lingua latina, salvo diritti particolari, sia conservato nei riti latini [cioè nel Rito Romano ] [...] si può concedere alla lingua volgare una parte più ampia”, “una congrua parte” (cfr. n. 54) ma non una deroga totale; Art. 54: “[...] si abbia cura però che i fedeli sappiano recitare e cantare insieme, anche in lingua latina, le parti dell’Ordinario della Messa che spettano ad essi”; Art. 116: “La Chiesa riconosce il canto gregoriano come canto proprio della Liturgia romana: perciò nelle azioni liturgiche, a parità di condizioni, gli si riservi il posto principale”. Per i sacerdoti il Concilio aveva indicato che l’Ufficio divino fosse pregato in latino: “Secondo la secolare tradizione del rito latino per i chierici sia conservata nell’Ufficio divino la lingua latina” (n. 101 § 1). Dopo il Concilio, non solo su questo punto, si è fatto esattamente il contrario di quanto indicato dal Concilio.
1. La lingua latina è, in primo luogo, lingua sacra e solenne: aiuta il fedele a comprendere la grandezza dell’evento che nella Messa si realizza (il rinnovarsi del Sacrificio del Calvario). Si tratta di un evento straordinario, non comune, che necessita, per essere espresso, di un linguaggio non comune, straordinario. Il latino ha questa caratteristica. Tutte le religioni celebrano la loro liturgia in una lingua non corrente, ognuna
di esse utilizza una lingua sacra: gli indù usano il sanscrito, i musulmani l’arabo antico, ecc.
2. Il latino, inoltre, rappresenta, per essere una lingua “morta”, una lingua non soggetta ad evoluzione, una precisa garanzia dell’ortodossia e della universalità o cattolicità della Chiesa, dell’immutabilità del dogma (cfr.r. Eb 13,89), compromessa dalle molteplici e non sempre felici traduzioni, peraltro bisognose di continui aggiornamenti. Fino a poco tempo fa – con l’uso universale del latino un fedele poteva andare a Messa in qualsiasi paese del mondo e la diversità di lingua non costituiva alcun impedimento: qualunque sacerdote – grazie all’uso universale del latino poteva dire Messa in tutto il mondo per tutte le comunità di qualunque lingua vernacola e tutti comprendevano l’unica Messa.
Nell’Esortazione Apostolica, “SACRAMENTUM CHARITATIS” (22/2/2007) il Santo Padre Benedetto XVI ha ribadito, in merito all’uso del latino (n. 62) e del canto gregoriano (n. 42), indicazioni che si trovano già nel concilio Vaticano II e nel Messale Romano. Nei Principi e Norme per l’uso del Messale Romano (P.N.M.R.), edizione 1983, era già indicato di “imparare in latino almeno alcune parti dell’Ordinario della
Messa: “Poiché sono sempre più frequenti le riunioni di fedeli di diverse nazionalità, è opportuno che sappiano cantare insieme, in lingua latina, e nelle melodie più facili, almeno le parti dell’Ordinario della Messa, specialmente il Simbolo della Fede e la preghiera del Signore (Pater Noster) (cfr. Concilio Vaticano II, S.C., n. 54 b; cfr. Inter Oecumenici, n. 64; cfr. P.N.M.R., n. 19). Si pensi ad esempio a quanti pellegrini, di tante nazioni diverse, vanno a Lourdes, Fatima, Guadalupe, ecc. In questi grandi raduni internazionali, nei grandi santuari, quando si prega insieme, invece di recitare tante “Ave Maria” in tante lingue diverse (tedesco, spagnolo, inglese, francese, polacco, giapponese, cinese, coreano, ecc.), per cui, alla fine c’è solo una sgradevole cacofonia e si comprende solo l’Ave Maria nella propria lingua, ma non si comprende nulla delle altre Ave Maria in altre lingue (che tra l’altro si sovrappongono creando una specie di fastidiosa babele linguistica) sarebbe più opportuno, e forse più fruttuoso che, imparandole per tempo in parrocchia, si recitassero le preghiere del Santo Rosario, in latino, in modo che tutti possano comprendere e partecipare meglio. Il Papa Benedetto XVI, martedì 28 giugno 2005, presentando il Compendio del Catechismo della
Chiesa Cattolica, spiega il motivo per cui l’Appendice al testo include, alcune “preghiere comuni” dei cristiani, anche in latino. Ecco le sue parole: “Per tutti i secoli veicolo e strumento della cultura cristiana, il latino garantisce non solo la continuità con le nostre radici, ma rimane quanto mai rilevante per rinsaldare i legami dell’unità della fede, nella comunione della Chiesa”. […] L’aggiunta di alcune preghiere invita a
ritrovare nella Chiesa un comune modo di pregare, non solo a livello personale, ma anche comunitario. In ognuna delle traduzioni, la maggior parte delle preghiere saranno presentate anche nella lingua latina. Il loro apprendimento, anche in questa lingua, faciliterà il pregare insieme da parte dei fedeli cristiani, appartenenti a lingue diverse, specialmente quando si incontreranno insieme per particolari circostanze”. Ricordiamo che queste stesse motivazioni si trovano nella Costituzione apostolica “Veterum sapientiae”, firmata da Papa Giovanni XXIII, il 22 febbraio 1962, proprio sul significato -per la comunicazione- dell’uso del latino nella Chiesa Cattolica. Per aiutare a vivere queste indicazioni del Santo Padre Benedetto XVI, è necessario che ogni cattolico impari, in latino, le preghiere minime essenziali di ogni cristiano, ma che soprattutto, per poterle usare poi nei raduni internazionali le impari e le usi prima a casa sua, nel quotidiano della sua parrocchia!
3. Il latino non impedisce la partecipazione dei fedeli, ma, al contrario la facilita. Per partecipare “attivamente”, cioè spiritualmente, alla Santa Messa, non è necessario capire materialmente ogni singola parola. Della Liturgia bisogna afferrare lo spirito, la sostanza che è quella di un mistero ossia evento salvifico della Redenzione dai peccati, operata da Cristo, di cui dobbiamo appropriarci, e quindi della salvezza finale. Il latino è la lingua che ti permette di afferrare l’essenziale dell’evento soprannaturale della Santa Messa, senza banalizzare-umanizzare il Mistero che vi si celebra. Se, poi, l’uso del latino si inserisce in un’atmosfera di silenzio (caratteristica particolare della Liturgia antica), risulta facilitato il percepire la dimensione soprannaturale della Santa Messa. Le parole disturbano. E come il sacerdote si serve del Messale, così possono fare i fedeli (con l’ausilio dei messalini o dei foglietti). Purtroppo, dobbiamo rilevare che si è venuta a creare la falsa equazione “partecipare attivamente = fare qualcosa”. Tutto questo è frutto di una concezione di Liturgia, non più quale essenzialmente e prima di tutto opera divina, ma essenzialmente e prima di tutto opera umana. C’è una pretesa egocentrica: “Io voglio che il celebrante si indirizzi a me e voglio capire tutto e subito”. Ma nella Messa non può esserci la pretesa di abbassare tutto alla misura limitata dell’uomo, ma prevale il dono di Dio che vuole innalzarci a livello di Dio. Purtroppo tante volte siamo ridotti non più ad una Liturgia dove si “lascia fare a Dio” che si serve della collaborazione dell’uomo, ma ad una Liturgia dove prevale l’azione dell’uomo, dove tutti devono “fare” e “fare” necessariamente qualcosa. In un tale contesto, ascoltare, meditare in silenzio, attendere la grazia, non trovano la loro giusta e doverosa collocazione. Ma viene da domandarsi: veramente adesso il “Popolo di Dio” capisce che cosa accade nel corso della Messa, che cosa accade sull’altare? Possiamo dire che basta avere usato la lingua del popolo al posto del latino, per capire cos’è la Santa Messa? Se così fosse, se veramente si comprendesse che dopo la Consacrazione Nostro Signore è, nientemeno, lì sull’altare, tra le mani del celebrante, quand’egli lo mostra, dovrebbe accadere che tutti, attoniti, senza parole, piombino a terra, in ginocchio, senza nemmeno osare alzare lo sguardo verso l’incredibile Presenza Reale di Dio, annichiliti ogni volta da questo terribile Mistero. Ma è proprio questo che accade? C’è da dire che tanti fedeli che frequentano la Santa Messa tradizionale non conoscono il latino; tanti fedeli legati alla Liturgia antica, in quanto giovani, trentenni, quarantenni, non hanno avuto la possibilità tecnica di assistere alla Messa tradizionale quand’era in vigore, semplicemente perché non erano nati o quasi. E si tratta di persone che in maggioranza non “hanno neanche studiato il latino a scuola, perché non lo si insegnava neanche”. Riguardo al fatto che i fedeli del passato non capivano nulla, che riscaldavano solo le sedie delle nostre chiese, consigliamo di andare molto cauti ad affermarlo. Si può mai sostenere, con un minimo di onestà e di serietà, che per 15 secoli i cattolici non hanno mai capito niente quando partecipavano alla Santa Messa? che i nostri nonni non hanno mai capito niente della Religione e dessero solo ad intendere di capire per non fare cattiva figura o per non essere sgridati dal parroco? Pensiamo proprio che non si possa affermare una cosa di questo genere, per due motivi:    Significherebbe che lo Spirito Santo che assiste la Chiesa Cattolica non avrebbe, per ben 15 secoli, trovato un modo per far capire ai fedeli cosa si realizzi nella Santa Messa. Si farebbe quindi un gran torto allo Spirito Santo; i nostri nonni sarebbero -e dovremmo tutti sentirci offesi- tutti degli ignorantoni, incapaci di conoscere, almeno l’essenziale, di ciò che, per opera di Dio, avviene nella Santa Messa. Concludiamo con un curioso aneddoto, che pare si sia diffuso proprio negli anni della rivoluzione liturgica, proprio nel famoso sessantotto. Un cattolico moderno si avvicina in chiesa ad una vecchietta che, recitando il Santo Rosario, biascicava proprio tante frasi ed espressioni latine. “Nonnina, ma vi rendete conto di quanti errori fate?! Questo significa che non capite quello che dite!”. E la nonnina, con uno sguardo un po’ ironico e un po’ materno: “Che importa, l’importante è che capisca Lui!”. E alza gli occhi al cielo.

IV Parte
Più letture, meno formule

Nella nuova Messa viene accordato uno spazio importante alle Letture e alla predicazione, con la possibilità data al sacerdote di aggiungere discorsi e spiegazioni personali. Il Concilio Vaticano II aveva raccomandato una maggiore ricchezza biblica nella Messa, Letture più abbondanti, in modo che in un determinato numero di anni si legga al popolo la parte migliore della Sacra Scrittura (SC 51). Sono nati così dei cicli triennali di Letture bibliche che comprendono anche quelle tratte dall’Antico Testamento; nelle domeniche e nelle feste si hanno tre Letture, delle quali la prima è presa dal Vecchio Testamento. Dare maggiore spazio alla Sacra Scrittura è cosa buona, ma occorre considerare doverosamente che per Parola di Dio non si deve intendere soltanto la Sacra Scrittura o la Bibbia, bensì anche e in primo luogo la predicazione della Chiesa (cfr. 1Ts 2,13), nella quale l’omelia non consiste soltanto nel commentare esclusivamente la Bibbia, come per i protestanti, ma anche nel riflettere sulle tematiche principali del Credo, dei Sacramenti, della morale cristiana e della preghiera cristiana, come risulta nei catechismi (cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica). Il limitarsi semplicemente e solamente ai temi proposti (se e quando vengono colti) dalle Letture bibliche, spesso fa risultare la predicazione dispersiva e incompleta, con il danno di una minore fissazione nella memoria degli uditori delle verità fondamentali della Dottrina cattolica. Bisogna anche rilevare che, oggettivamente, le scelte dei brani scritturistici non sono sempre appropriate e che specialmente le Letture dell’Antico Testamento non sono sempre ben comprensibili. Il tentativo di voler offrire un panorama completo (non lo sarà mai) della Sacra Scrittura comporta, con sé, il proporre anche brani poveri di contenuto o ripetitivi, mentre nella Messa tridentina le Letture bibliche, specialmente in certi tempi, come quello della Quaresima, sono più ampie. Il protestantesimo, in effetti, fedele al principio della sola Scrittura, ha cercato di sostituire, nel culto liturgico, le formule di stile ecclesiastico con Letture della Sacra Scrittura. E questo per un duplice motivo:
prima di tutto quello di far tacere la voce della Tradizione. Per Tradizione non s’intende certo il significato comune che diamo abitualmente alla parola “tradizione”, come quando si dice, per esempio, che una determinata realtà “ha una grande tradizione alle spalle”, quasi a volersi affidare al passato, in qualche modo autorevole, sperimentato. Per Tradizione, in ambito cattolico, s’intende uno dei due punti di riferimento della Fede (l’altro è la Sacra Scrittura, la Parola di Dio scritta). Il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma che il “depositum fidei” (ossia il “deposito della Fede”, ciò in cui crediamo) è contenuto sia nella Sacra Scrittura che nella Sacra Tradizione (CCC, n. 84), la Parola di Dio riguardante la Fede e la morale non scritta, trasmessa con la predicazione, gli esempi e le istituzioni (ad esempio, il diaconato e il Concilio), da Cristo agli Apostoli e da questi ai loro successori fino a noi senza interruzioni, affinché questi, illuminati dallo Spirito di verità, con la loro predicazione fedelmente la conservino, la espongano e la diffondano (cfr. CCC, nn. 7583). Non tutto ciò che Dio rivelò ad Adamo, ai Patriarchi e Profeti dell’Antico Testamento fu registrato nel Libri della Sacra Scrittura. Così l’insegnamento di Cristo e degli Apostoli non fu scritto interamente nei Libri del Nuovo Testamento. A conclusione del suo Vangelo, san Giovanni ha scritto: “Vi sono, poi, molte altre cose fatte da Gesù, le quali, se si scrivessero una per una, ritengo che neppure il mondo potrebbe contenere i libri che si dovrebbero scrivere” (Gv 21,25; cfr. Gv 20,3031). Non fu intenzione degli Evangelisti mettere per iscritto tutti i detti e i fatti di Gesù. Gesù Cristo dopo aver predicato, e non scritto, le sue verità, affidò agli Apostoli la missione non di scrivere, ma di propagare oralmente quanto avevano udito dalle sue labbra o avrebbero imparato dai suggerimenti dello Spirito Santo (cfr. CCC, n. 75). San Paolo ricordava ai fedeli di Tessalonica: “Dunque, o fratelli, state saldi e seguite fedelmente le dottrine che vi abbiamo trasmesso sia a viva Voce che per lettera” (2Ts 2,15). I Padri della Chiesa hanno attestato la vivificante presenza di questa Tradizione, le cui ricchezze sono trasfuse nella pratica e nella vita della Chiesa che crede e che prega (cfr. DV 8). In tal modo la comunicazione che il Padre ha fatto di Sé, mediante il suoVerbo nello Spirito Santo, rimane sempre presente e operante nella Chiesa (cfr. CCC, n. 79).
Per diffondere e sostenere i suoi dogmi per via di negazione o di affermazione. Per via di negazione passando sotto silenzio, per mezzo di un’abile scelta, i testi che esprimono la dottrina contraria agli errori che vogliono far prevalere; per via di affermazione citando testi biblici incompleti, mostrando così solo un aspetto della verità, quella che si vuol far conoscere al popolo. Con questa tecnica si fa dire alla Sacra Scrittura tutto e solo quello che si vuole, tutto e solo quello che è attinente a difendere le proprie posizioni ideologiche. Del resto, la stessa Sacra Scrittura è asservita all’ideologia. Così Martin Lutero ritiene che siano dogmi da stabilire l’inutilità delle opere e la sufficienza della sola fede, e quindi dichiarerà che l’Epistola di san Giacomo è “una epistola di paglia”, e non una epistola canonica, per il solo fatto che vi si insegna la necessità delle opere per la salvezza. Quindi, niente formule ecclesiastiche, sola Scrittura, ma interpretata, scelta, presentata da colui o da coloro che hanno interesse alla innovazione.

V Parte
Una forma che esalta la sacralità e la bellezza del Rito ed esprime in modo perfetto la Dottrina cattolica sulla Santa MessaNon possiamo non evidenziare la bellezza e la ricchezza della Messa tradizionale. Nell’Offertorio della Messa antica (la parte più ridotta, più impoverita della “nuova Messa”) iniziava il Sacrificio con la presentazione a Dio dei doni sacrificali da parte della Chiesa, i quali, poi, dall’umano passavano nella sfera divina e il Sacrificio veniva compiuto mediante la transustanziazione, ossia mediante il cambiamento del pane e del vino nel Corpo e Sangue di Gesù Cristo. Così risulta chiaramente l’identificazione tra il sacrificio della Chiesa e quello di Nostro Signore, per il quale il primo acquista la sua efficacia. Oggi, invece, nella “Messa moderna” l’Offertorio è stato sostituito con una specie di benedizione della tavola, di tipo ebraico, quasi fosse soltanto un preludio alla Cena, sulla quale oggi si pone una sottolineatura particolare ed eccessiva. Oggi, purtroppo, dobbiamo rilevare che si hanno Comunioni di massa, in piedi, anche sulla mano, di molte persone che non si trovano in stato di grazia, ma commettono un sacrilegio, una profanazione dell’Eucaristia. Questi sacrileghi si comportano come Giuda il traditore. Comunque, la Messa non è soltanto o principalmente una Cena, di tipo protestante. La nuova Messa risulta accorciata di circa un terzo e sproporzionata tra la liturgia della parola a volte eccessivamente lunga, anche se le omelie oggi sono assai ridotte, e la liturgia eucaristica, specialmente quando viene usata, come accade di preferenza, la Prece eucaristica seconda. Non di rado tocca assistere a Messe nelle quali la liturgia della Parola dura anche un’ora e poi, in quindici minuti si “liquida” la liturgia eucaristica. Inoltre, nella Messa tradizionale abbondano le orazioni che possono essere anche doppie o triple, le bellissime sequenze, ispirate dalla Sacra Scrittura, come Dies irae, Stabat mater, Veni Sancte Spiritus, Lauda Sion Salvatorem, Victimae paschali laudes, ecc. È ricca di feste di Santi, di colori, di paramenti, di chiese architettonicamente e artisticamente belle che favoriscono il raccoglimento l’orazione quale elevazione della mente a Dio, nella partecipazione alla perenne Liturgia celeste, con frequenti invocazioni degli Angeli e dei Santi, anche nello stesso Canone Romano. Nella Messa tridentina si percepisce, in qualche modo, la bellezza di Dio e del suo Regno celeste, anche grazie al suono dell’organo e al canto gregoriano, entrambi raccomandati dal Concilio Vaticano II (SC 116, 120). Il Santo Padre Giovanni Paolo II, nella catechesi del 26 febbraio 2003, aveva insistito sulla necessità della bellezza nella Liturgia e nei canti e nella musica sacra, invitando la Chiesa a farne oggetto di un esame di coscienza. Nelle Messe solenni il sacerdote celebrante viene assistito dal diacono e dal “suddiacono” (ordine maggiore non più esistente, ma ne rimangono le funzioni nella Santa Messa solenne); questi, tra l’altro, cantano il Vangelo e l’Epistola. Si usa anche l’incenso, per incensare i doni sacrificali, l’altare e le persone. L’incenso simboleggia il Sacrificio perfetto, quello dell’olocausto, in cui veniva bruciata la vittima (offerta a Dio) e ne saliva verso Dio il fumo; vengono incensate anche le persone (del celebrante, degli assistenti, dei fedeli), in quanto si offrono a Dio come vittime spirituali emananti un profumo soave che sale al Cielo (cfr. Gen 8,21; Ef 5,2); anche le orazioni dei Santi vengono considerate come profumi che salgono verso Dio (cfr. Ap 5,8), come pure le virtù dei cristiani (cfr. 2Cor 2,15; Gv 2,3). Un’altra caratteristica tipica della Messa tridentina è il massimo rispetto verso il Santissimo Sacrificio e il Santissimo Sacramento dell’altare; ciò si manifesta nelle frequenti genuflessioni e nella massima cura dei frammenti eucaristici secondo il precetto del Signore: “Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto” (Gv 6,12), poiché anche nel minimo frammento eucaristico è presente tutto il Corpo Santissimo del Divin Redentore. Il bacio dell’altare che rappresenta Cristo è il bacio riverente in segno di adorazione (cfr. Mt 28,9; Gv 20,17) e di comunione con Gesù. Il Tabernacolo occupa il posto centrale ed elevato, quale si addice al trono di Dio”.

 

Conclusione – È chiaro che la gente si allontana dalla S. Messa quando essa è banalizzata, perde solennità, decoro e finisce purtroppo per essere ridotta solo ad un fare troppo umano oppure ad una coreografia o ad un teatrino. La gente si allontana dalla Messa quando il senso del sacro si affievolisce o scompare; quando la Messa subisce illecite alterazioni e squilibri e non offre più un sufficiente “spazio” e occasioni per entrare nel mistero, per percepire e vivere il mistero: il cuore dell’uomo infatti ha sete del soprannaturale, del cielo, della luce, della presenza e della comunione profonda con Dio e se non lo trova si rivolge altrove o usa dei surrogati. La gente si allontana dalla S. Messa quando la Messa diventa troppo simile al clima e alla mentalità del mondo, all’atmosfera e alla cultura che viviamo nella società e nella nostra storia ordinaria. La gente si allontana quando il modo in cui vengono celebrati i sacramenti, in particolare i matrimoni, ne degradano la sacralità. C’è, oggettivamente, poco silenzio e raccoglimento nelle chiese, anche durante, prima o dopo la Messa e questo anche perché i pastori si occupano di educare al canto, educare a saper leggere le letture, ma non mettono lo stesso impegno per educare al silenzio. In tutto questo prevale lo spirito dei tempi che è uno spirito idolatricamente antropocentrico: al centro di tutto, abusivamente, è posto l’uomo, la comunità, invece di Gesù Dio.
La Liturgia deve essere il luogo in cui non solo si respira il sacro ma anche deve esprimere il sacro: deve
esprimere la celestialità della vita nuova donata da Cristo, deve rendere presente l’escatologia, deve proiettare e inserire in una dimensione non fabbricabile da “mani d’uomo”. Da questo punto di vista la Messa tridentina costituisce e rappresenta un potente fattore di riequilibrio nei riguardi della Messa moderna e degli eccessi e degli abusi liturgici a cui si è assistito in questi anni. La Liturgia, tutta la Liturgia, deve essere sempre immersione nell’eterno, nell’immenso, nel Totalmente Altro, nel mistero trinitario, nell’ineffabile, nel “roveto ardente”, mi deve portare sul Tabor e sul Calvario, deve immergermi già ora nei “cieli nuovi e terra nuova”, nella “Gerusalemme celeste”. In un certo senso la Liturgia, tutta la Liturgia, dovrebbe essere sempre estasi, per poi uscire dal Tempio e “versare il fuoco di Dio nel cuore degli uomini”.
Stampa questo articolo Stampa questo articolo

Share

1 comment to Ordinario e Straordinario: le differenze tra forma antica e moderna

  • [...] Gennaio 4, 2009 in Considerazioni, Liturgia | Tags: Concilio di Trento, Concilio Vaticano II, differenze rito ordinario e straordinario, forma straordinaria rito romano, Francescani Immacolata, Messa di Paolo VI, Messa di S. Pio V, messa tridentina, Novus Ordo Missae, padre Addolorato Di Maria, settimanale di Padre Pio Sul “Settimanale di Padre Pio“, dei Francescani dell’Immacolata (ordine “giovane” ma ricco di vocazioni, in cui si celebra sia nella forma ordinaria che in quella straordinaria), è apparsa tra il settembre del 2007 e l’inizio del 2008 una serie di articoli di Padre Addolorato Di Maria, che di seguito sono proposti in unica soluzione, sulle differenze tra le due forme del Rito Romano; sono raccomandabili per semplicità ed allo stesso tempo precisione e completezza, nonché fonte di riflessioni che non mancheranno di essere sviluppate a fronte di questo e di altri studi; e, benché le preferenze del’autore sembrino manifestarsi abbastanza chiaramente (come anche quelle del blog, se ce ne fosse bisogno, come si può notare anche dall’accostamento delle immagini), si tratta tuttavia di una trattazione equilibrata che, ancora una volta e rigorosamente, ritorce sui più confusionari detrattori della “Messa gregoriana” le critiche di scarsa fedeltà al Vaticano II. Leggi tutto [...]

Leave a Reply

 

 

 

You can use these HTML tags

<a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>